Com'è cambiato il mondo del modeling nell'ultima decade?

Una rivoluzione? Quasi. Ne parliamo con un'ex modella.

di Rolien Zonneveld
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27 dicembre 2019, 9:19am

Sinistra: Adut Akech per Valentino AI19, in mezzo: Nathan Westling per Helmut Lang PE20, destra: Mama Cax per Chromat PE19, tutte le immagini scattate da Mitchell Sams

È stato quasi dieci anni fa, nell’estate del 2010, che ho deciso di abbandonare la professione di modella a tempo pieno. Avevo diciannove anni, vivevo a Londra e avevo appena finito un anno sabbatico tra il liceo e l’università. Ho viaggiato dall’Islanda alle Canarie per vari shooting, entrando poi in contatto con la scena creativa londinese, e ho incontrato molte persone interessanti lungo la strada. Economicamente, ho avuto dei successi minori -- nessuno dei quali particolarmente strabiliante, ma abbastanza per tenermi a galla.

Nonostante questo, comunque, mi sono sentita decisamente fuori posto la maggior parte del tempo che ho passato a fare da modella. Ho dovuto riflettere molto per individuare il motivo di questa sensazione, finché sono giunta alla conclusione che mi sentivo profondamente incompresa e facevo costantemente fatica a raggiungere il giusto livello di autonomia nella mia carriera. Ho vissuto molte situazioni che hanno contribuito a questo malessere. Come quando mi hanno mandato a fare un casting per un brand di denim sapendo già che non sarei entrata nei jeans e, ho comunque dovuto cercare di infilarmeli di fronte al cliente e alle altre modelle -- i camerini non erano considerati una così necessari. Oppure quella volta in cui un casting director della fashion week, ha chiamato il mio agente per rimproverarmi, chiedendo se potessi “vestirmi normalmente per una volta,” così che i clienti vedessero la forma del mio corpo. O quando un agente di Parigi mi ha detto che avrei potuto seguire una grande carriera se non fosse per la mia “faccia gonfia.” Mi sentivo osservata costantemente e ho iniziato a mettermi in dubbio: era forse una mancanza di dedizione che mi stava preventivamente impedendo di “farcela” nell’industria della moda.

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Autrice, scattata da Daniel Sutka, Dicembre 2009

Divenne sempre più chiaro che l'ideale era presentarmi ai clienti in jeans attillati e canottiera, mostrando loro il mio book e un sorriso gentile. Ho anche imparato che quando si è su un set è essenziale essere flessibili e condiscendenti. Mai lamentarti quando vorresti poterti cambiare in un posto un po’ più riservato e assolutamente mai riferire al tuo agente che preferiresti non lavorare con un certo fotografo perché ti ha messo a disagio sul set. Per paura di essere rimpiazzata, devi impegnarti a non essere etichettata come “la difficile”: “sii bella e zitta” erano le lezioni impartite dagli agenti, dai clienti e dalle altre modelle. Dopo un anno di modeling a tempo pieno, ho deciso che ne avevo abbastanza.

Era la fine dell’epoca in cui modelle come Gemma Ward, Sasha Pivovarova, Lily Cole, Agyness Dean e Daria Werbowy dominavano le passerelle, le copertine dei magazine e i tabelloni pubblicitari. Queste modelle hanno rappresentato una rottura rispetto a quelle top model che avevano definito gli anni Novanta -- amazzoni glamour come Cindy Crawford e Linda Evangelista, che si sono impadronite di qualsiasi superficie pubblicitaria esistente e sono diventate una vera e propria ossessione per il mondo. Come reazione a questo glamour, infatti, modelle più alternative e particolari, con tratti quasi alieni, arti lunghi e magrissimi e uno stile androgino e bohémien sono entrate in voga. Ma questa estetica non convenzionale ha avuto comunque degli effetti negativi: i Duemila sono stati una decade in cui gli standard di bellezza dell’industria del modeling hanno portato all’esclusione di chiunque non fosse estremamente magro, alto, privo di handicap, cisgender e bianco.

Poi sono arrivati gli anni ’10, e con loro una serie di drastici cambiamenti sia nelle dinamiche interne al modeling, sia nel modo in cui viene percepito, anche per via dell’influsso inarrestabile dei social media, soprattutto di Instagram. Interamente focalizzata sui contenuti visivi, la piattaforma ha offerto agli utenti un nuovo modo per condividere le loro vite, le loro esperienze e i loro contenuti personali - a volte anche banali, come i selfie di Natale, i piatti dei ristoranti e qualche citazione famosa. E se inizialmente è nato come uno strumento innocente, ha poi velocemente preso piede all’interno delle industrie creative, venendo poi usato come mezzo per pubblicizzare se stessi da tutte quelle figure che operano nel campo, dai brand alle persone che lavorano nella fotografia, nel design, nella marketing e nella comunicazione.

Quando facevo la modella, comunque, questo social media era ancora in fase di progettazione, non era nemmeno così scontato che tutti avessero uno smartphone. Il portfolio che portavi con te — pieno di pagine strappate direttamente dai giornali -- era il tuo unico mezzo di promozione. Con Instagram, invece, le modelle hanno acquisito infinite modalità attraverso cui promuovere se stesse: selfie bellissimi e foto da shooting professionali possono farti guadagnare un grande seguito, aspetto che non passa inosservato da un cliente, anzi, se prima la tua possibilità di ottenere un lavoro si basava sul suo gusto personale, ora dipende tutto dalla quantità di follower che hai. Basta pensare che sui siti delle agenzie viene inserito il link al tuo account Instagram e indicato il numero dei tuoi follower insieme alle tue misure.

Per molte modelle, questo non fa altro che aggiungere ulteriore pressione -- non basta più essere magre e belle, ora bisogna avere anche una forte presenza online. I loro account spesso vengono monitorati dagli agenti, ho sentito di casi in cui le modelle dovevano sottoporre i loro post alla loro approvazione prima di metterli online.

A una piccola parte di loro, comunque, Instagram ha permesso di creare dei veri e propri brand basati sulla loro persona. Alcune hanno infatti iniziato a usare i loro profili privati per instaurare partnership o collaborazioni con le più grandi case di moda -- come ha fatto Gigi Hadid con Tommy Hilfiger, per esempio -- e sono riuscite a ottenerle facendoci credere di conoscerle, dandoci degli scorci della loro intimità e un accesso diretto alle loro vite private. Le abbiamo viste uscire con gli amici, andare alle feste, andare agli appuntamenti, hanno condiviso con noi i loro valori e le loro credenze attraverso le citazioni che hanno deciso di postare. Instagram ha creato una nuova generazione di modelle, le “Instagirl”, con volti come quelli di Gigi e di sua sorella Bella, di Kendall Jenner e Cara Delevingne.

A parte le possibilità commerciali, Instagram è diventata anche una piattaforma attraverso cui manifestare critiche e denunciare abusi di potere. All’inizio del movimento #MeToo, Cameron Russell ha condiviso una serie di IG Stories in cui si leggevano i messaggi di alcune modelle che raccontavano di aver subito abusi sessuali e molestie all’interno dell’industria di moda. Ed è stato proprio grazie all’aumento dell’esposizione mediatica permessa da questo e altri social media che conglomerati come LVMH e Kering hanno stipulato un atto per proteggere i/le modell* da abusi e per definire degli standard migliori per gli shooting e le sfilate.

Un account meno serio, ma non meno efficace da questo punto di vista è @shitmodelmgmt, creato nel 2016 e gestito da quattro modell* anonim* con l’obiettivo di “rivelare la verità” che sta dietro l’industria del modeling. È iniziato con un paio di meme che toccavano certi problemi che le modelle affrontano quotidianamente: dalla relazione asfissianti con agenti agli appartamenti da incubo. Era uno spazio in cui farsi una risata sugli aspetti più assurdi di questa industria, una valvola di sfogo per le frustrazioni provocate da clienti, colleghi e agenti. Poi, man mano che l’account otteneva sempre più seguito, i fondatori hanno realizzato quanto potesse diventare un mezzo per cambiare le cose per davvero. Per questo nel 2018 hanno deciso di pubblicare una lista in cui elencavano i nomi di fotografi, designer, stylist e agenti che erano stati denunciati dalle modelle per aver oltrepassato i limiti professionali con loro. Di conseguenza, l’account è stato sommerso di messaggi di tantissime altre modelle che riferivano tantissimi altri nomi. Subito dopo, la lista è stata cancellata, perché gli amministratori dell’account avevano iniziato a ricevere minacce di morte dalle persone citate. Anche se ha avuto vita breve -- occupando un territorio legale ancora inesplorato -- la lista ha però aperto gli occhi di tutti su quanto sia stato facile potersi comportare in questo modo fin troppo a lungo all’interno dell’industria.

Entrambi questi account mi hanno fatto riflettere molto sulle mie personali esperienze all’interno di questo ambiente e sono giunta alla conclusione che negli anni in cui ho fatto da modella ci sono state molte occasioni in cui quei limiti professionali sono stati oltrepassati; come quella volta in cui sono stata mandata da uno scout sconosciuto in una camera d’albergo, per esempio, ed era scontato considerare che per me fosse okay rimanere in intimo da sola per scattare delle Polaroid. Situazioni che, mentre possono apparire strane a chi non fa questo tipo di lavoro, sono purtroppo considerate normali all’interno dell’industria. Molti anni dopo, da editor, ho deciso di sfatare alcuni miti legati al modeling, come quello che siano soldi facili, o che si tratti di un lavoro lussuoso pieno di viaggi e persone interessanti. Parlando insieme a tre modelle, ciascuna con almeno un’esperienza di burnout nella propria carriera, volevo mettere in luce cosa volesse dire lavorare in un’industria gestita secondo regole malsane, in cui la salute mentale delle persone al suo interno viene continuamente messa in pericolo. Hanno parlato di quanto sia stato difficile porre dei limiti per riacquistare una sorta di controllo sul proprio lavoro e sui meccanismi pericolosi con cui hanno avuto a che fare, come i problemi legati al cibo. Hanno anche spiegato quanto poco spazio ci sia per parlare di questi problemi, e di come sperino di amplificare la risonanza di queste problematiche raccontando a quante più persone possibile le loro storie. Ora hanno ricominciato a fare questo lavoro, ma stando alle proprie condizioni.

È stato incoraggiante vedere che stiamo diventando una generazione sempre più cosciente delle diverse forme di oppressione e ingiustizie di questa industria, e che le modelle abbiano iniziato a raccontare le loro storie. Dalla metà degli anni ’10 in poi, abbiamo visto un’ascesa di modelle attiviste: Adwoa Aboah, che ha parlato della sua dipendenza dalle droghe e dei suoi problemi di salute mentale; Teddy Quinlivan, che continua a battersi per i diritti delle persone transgender; Paloma Elsesser, che combatte gli stereotipi legati alla forma fisica; Hanne Gaby Odiele, che ha condiviso la sua identità intersex ed è diventata un’ambasciatrice per le cause di questa comunità; la recentemente scomparsa Mama Cax, che ha lottato per l’inclusione di modell* con disabilità. Tutte loro hanno usato la loro posizione all’interno dell’industria per indirizzare l’attenzione dell’opinione pubblica e dei media sui problemi e per trovare delle soluzioni. Questo tipo di attivismo molto personale e circoscritto risulta diverso dall’impegno filantropico e ad ampio raggio della generazione precedente di modell* (pensate a Natalia Vodianova, la cui causa era quella di aiutare bambini bisognosi, o a Doutzen Kroes, che ha fondato un’associazione benefica per la salvaguardia degli elefanti), ed è anche la dimostrazione del fatto che le voci di chi esercita questa professione iniziano a venire prese molto più seriamente adesso, e la cosa mi lascia molto speranzosa.

Se questa è stata una decade di maggiore attenzione verso la diversità, l’inclusività e le problematiche dell’industria del modeling, l’obiettivo della prossima decade sarà quello di ampliare e consolidare questi cambiamenti. Un maggiore impegno in questo senso non può essere solamente un obbligo da rispettare per le case di moda, o un mezzo per far crescere gli incassi, ma deve portare a mettere in discussione il concetto stesso di esclusione che è stato alla base di questo settore per troppo tempo. Allo stesso modo, le norme per lavorare in condizioni sicure non devono essere una preoccupazione delle modelle, ma un loro diritto a tutti gli effetti. Fare il/la modell* è un lavoro, e deve essere normato di conseguenza.

È vergognoso ammettere che certe volte provo un po’ di gelosia quando mi rendo conto che questo periodo di body positivity -- dell’essere sé stessi sempre e comunque, della celebrazione di corpi di ogni tipo, colore e genere -- è arrivato troppo tardi per me. O forse mi sento così perché il mio corpo, lontano dagli ideali di bellezza del momento, non è mai stato considerato abbastanza, e sono stata costretta a lasciare il lavoro. Ma questi momenti sono rari, perché la maggior parte del tempo mi sento soddisfatta a vedere quanti progressi abbia fatto quest’industria, e di quante riflessioni siano sorte nel giro di una sola decade. Mi emoziona immaginare cosa ci aspetta.

Questo articolo è apparso originariamente su i-D UK.

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