com'è cambiato negli anni il lessico lgbt

Il termine "queer" è giusto o sbagliato? Daniel Reynolds di 'The Advocate' esplora la moltitudine di parole della comunità LGBT.

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ago 29 2016, 2:45pm

La prima volta che ho pronunciato la parola "gay" non aveva un'accezione positiva. Alle scuole medie e alle superiori la utilizzavo molte volte per descrivere qualcuno o qualcosa di negativo, strambo, o semplicemente noioso. 

Dopo anni passati a dire "Che frociata", mi sono scoperto gay. È stata una sensazione strana identificarsi in un termine che avevo utilizzato come segno di disprezzo (nel migliore dei casi) o come insulto (nel peggiore). Ma quella sensazione, ho poi imparato, vale per tutte le persone che hanno dovuto fare i conti con la loro identità e con l'identificarsi come non etero.  

Chiunque si trovi sulla stessa barca sa bene che non esistono altri termini liberi da accezioni negative. Anche le parole scelte con più cura, se pronunciate dalle persone sbagliate, finiscono per sminuirci e declassarci come esseri umani. Tutto ciò rappresenta un gran dilemma. In un'epoca in cui coesistono numerose etichette per descrivere l'identità delle persone, come possono le persone etero, nonostante le loro buone intenzioni, parlare in modo rispettoso di chi è gay senza rischiare di scegliere la parola "sbagliata", incorrendo in qualche gaffe? 

GLAAD — un'organizzazione che si batte per scoraggiare ogni tipo di rappresentazione diffamatoria da parte dei media — ha un'utile guida dedicata a questa tematica che analizza tutti i termini ritenuti offensivi e quelli che invece sarebbe preferibile utilizzare. Per esempio "omosessuale", una parola fortemente connotata utilizzata per indicare persone attratte da individui dello stesso sesso in ambito medico, viene definita come offensiva, mentre "gay" è un termine preferibile. La guida, inoltre, elenca tutti quei termini che secondo GLAAD sono da considerare diffamatori: "frocio," "culattone", "lesbica", "homo", "sodomita", "tranvione", "she-male" etc.

Tuttavia non tutti ritengono certe parole negative, anche quando si tratta di termini assolutamente vietati: molte persone si ci identificano. La nostra comunità infatti, storicamente ha reclamato parole che per molto tempo sono state utilizzate per emarginarci. Il film Pride, uscito recentemente, ha rispolverato un fantastico esempio di questa rivendicazione, ovvero quell'occasione in cui attivisti gay e attiviste lesbiche hanno organizzato un concerto di beneficienza per raccogliere fondi per tutte le famiglie colpite dallo sciopero dei minatori britannici del 1984 nel Regno Unito. Più recentemente, i millennial hanno abbracciato il termine "queer", considerato un insulto dalle generazioni precedenti, come alternativa al termine "gay."

Questo significato duplice può confondere chi non appartiene alla comunità, e a volte anche gli insider stessi come me, che ancora fanno fatica a fare i conti con tutto ciò. Lungo il cammino spesso ho barcollato. Dopo aver fatto coming out ho usato la parola "frocio" per descrivere me e i miei amici. È la parola peggiore che la gente possa usare per descrivere un uomo gay. Pensavo che utilizzarla potesse diminuire il suo ascendendo su di me. Quando ho cercato di  usare con ironia un altro termine chiamando una mia amica "lesbica" ho capito dalla sua reazione brutale che non ne avevo il diritto. Da uomo cisgender (non-transgender) bianco ci sono parole che non dovrei mai utilizzare.

La propria sessualità e la propria identità di genere non sono una scelta, ma le parole che usiamo per descrivere la propria esperienza lo sono. Ed è una scelta molto personale. Da uomo gay - e più tardi come reporter per The Advocate, la rivista LGBT più conosciuta del Regno Unito - ho capito che se hai il minimo dubbio è sempre meglio chiedere alla persona interessata in che genere si identifica. Questa domanda potrebbe dare vita ad una conversazione interessante che va oltre la valenza etimologica, affrontando temi come l'accettazione, la comprensione e l'amicizia. 

Quando si parla di etichette che descrivono le comunità non etero le cose si fanno più complesse. I membri dei vari gruppi sono spesso in disaccordo tra loro e dibattono sul significato di alcuni termini generici. Una simile discussione è nata quest'anno quando Gay Voices, un vertical dell'Huffington Post, ha cambiato nome diventando Queer Voices. Per molti dei lettori di questa rivista "queer" è ancora un insulto, un termine che incita all'odio verso i membri della comunità. Il cambio di nome ha anche spinto il giornalista gay James Peron a non lavorare più come contributor per la rivista. In un op-ed in cui parlava della sua dipartita ha parlato di quanto quella parola avesse influito negativamente sulla sua vita e su quella di altri.

"'Queer' è un termine amaro per molti di noi. Il fatto che altri membri della comunità ce l'abbiamo imposto è ancora più doloroso," ha affermato Peron, aggiungendo, "Non ho mai negato ad un'altra persona il diritto di adottare un termine che la rispecchiasse. Ma in questo caso non sto adottando la parola 'queer', mi è stata imposta, proprio come quando ero un'adolescente."

L'alternativa più comune a "queer" è "LGBT," un acronimo per indicare lesbiche, gay, bisessuali e transgender, divenuto il termine politicamente corretto per eccellenza per descrivere i membri appartenenti a queste comunità. Più di rado i media utilizzano LGBTQ — la "Q" indica "queer" o "questioning"— per includere chi non si identifica nelle definizioni sopracitate. 

In altri settori, soprattutto in ambito accademico, molti utilizzano il termine LGBTQIA per includere coloro che si identificano come asessuali o intersessuali. Questo vocabolario costantemente in espansione può generare un po' di confusione, ma con le migliori intenzioni. È il risultato di notevoli sforzi per cercare di rappresentare coloro che storicamente sono stati emarginati o messi nell'ombra.

Parlo di queste problematiche ogni giorno sulle riviste LGBT, e a volte mi risulta ancora difficile trovare le parole giuste per descrivere la mia tribù e i suoi membri - io incluso. A volte non c'è una risposta giusta. Questa settimana l'atleta Robbie Rogers ha parlato della questione quando è stato chiamato "queer" durante una partita di calcio. In quel momento ha provato rammarico e si è anche "vergognato di come una singola parola potesse farmi provare di nuovo, anche solo per un istante, tutte quelle brutte sensazioni che mi hanno accompagnato per anni: piccolo, sbagliato e non meritevole dell'amore e del rispetto della mia famiglia o dei miei compagni di squadra."

Anche quando il bigottismo gli ha ricordato quanto quella parola potesse ferirlo, si identificava ancora in quel termine e si è sentito "orgoglioso più che mai di essere riuscito a fare coming out." 

Tempo fa avrei detto probabilmente "Che frociata" se avessi sentito la risposta di Rogers. Oggi invece dico: è una cosa gay, e con "gay" intendo magnifico, audace, e qualsiasi altro termine positivo che potrebbe descrivere una persona che ha avuto il coraggio di essere se stessa. Vedete la differenza? Il termine sbagliato può essere anche quello giusto. È semplice - e complicato - come il suo contesto.

Crediti


Testo Daniel Reynolds
Foto via Flickr