riviviamo 20 anni di festival americani con le foto di cheryl dunn

Cheryl Dunn è sopravvissuta a Woodstock e ha passato i 20 anni seguenti catturando le ondate di fan sfegatati tra la folla dei festival americani.

di Emily Manning
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21 gennaio 2016, 9:25am

Nel 1994, Cheryl Dunn e 15 amiche si sono avventurate a nord degli USA fino a Woodstock, al venticinquesimo anniversario della commemorazione del festival che ha passato la storia. Dopo aver sentito storie di ragazzi che si erano recati lì in anticipo per seppellire le loro droghe, Dunn e il suo gruppo avevano fatto il carico di scorte (e, a dire il vero, misero insieme un paio di smoothies ai funghetti) per quei tre giorni nel fango. "Vigeva la legge del 'solo il più forte sopravvive': niente cibo, niente provviste e macchine parcheggiate a 40 miglia di distanza," ricorda la Dunn. "Tutto sfuggiva al nostro controllo, così eravamo costrette a chiederci: finiremo per essere deluse o saremo entusiasmate?" Indizio: erano entusiasmate.

Per i tre giorni a seguire, Dunn e le sue amiche vissero come "uomini della pietra." "Uscivamo a barattare con altri campeggi in cambio di cibo. Era paganismo puro, ma poi ci mettevamo a ballare musica folle nel fango, al buio" dice. "Era un esempio così estremo di comportamento umano ed era così affascinante per me, un qualcosa che continuai a fare e che iniziai anche a fotografare."

Nel corso degli ultimi 20 anni, Dunn ha passato le sue estati a documentare alcuni tra i maggiori festival musicali d'America, lasciandosi risucchiare da un mare sudato di fan invasati. Ha collezionato queste esperienze in un libro fotografico pubblicato di recente, Festivals are Good. Mentre sempre più locandine cinematografiche annunciano i loro cast costellati di stelle, noi incontriamo Dunno per scoprire perché crede che i festival rappresentino il più grande atto di libertà.

Parlaci di te. Con che musica sei cresciuta?
Sono cresciuta nei sobborghi del New Jersey e avevo due fratelli maggiori. Ascoltavo i loro dischi perché li mettevano sempre con il volume a palla. Vivevo in un posto dove non potevo realmente andarmene in giro; dovevo muovermi ovunque in bici oppure farmi dare un passaggio in macchina fino a New York. Così andavamo a grandi concerti rock e penso di finire per appassionarmi a questo perché era la cosa più accessibile. Questo fino a che non mi sono trasferita nella Grande Mela. Amavo la musica, ballavo costantemente e altre cazzate di quel genere, ma come teenager, la cosa principale che facevo era partecipare a concerti molto, molto grandi. Penso sia così che è iniziata!

Quando hai iniziato a fotografare festival e cosa ti attirò di quel mondo?
Una mia amica aveva una casa al nord e una quindicina di noi andò lì per Woodstock. Siamo partite di venerdì sera per racimolare tutte le provviste e prepararci psicologicamente. Avevamo sentito racconti di questi ragazzi che erano andati lì e sotterravano le loro droghe vicino ai cancelli esterni per poterle dissotterrare al momento di entrare. Ci siamo rollate qualche spinello, eravamo davvero preparate! Ma quando siamo arrivate lì non c'era nemmeno più un cancello; le persone lo avevano buttato giù e avevano preso d'assalto il posto. C'erano così tante persone… Penso almeno due o tre volte il numero che poteva contenere. Le strade erano tutte bloccate e pioveva un casino. È stata un'esperienza estrema di sopravvivenza che non avevo mai vissuto prima. Lo adorai.

Ho fotografato incontri di box per una decina d'anni per una sorta di documentario personale. Entrambi erano soggetti che potevo scattare continuamente mentre imparavo a migliorarmi come fotografa: come agire prontamente e adattarmi a circostanze incontrollabili. Ho fatto qualche progetto sui festival per riviste, ma alla fine si tratta più che altro di far pratica di fluidità e imparare ad anticipare la natura umana. Trovandomi in questo mare di 100.000 persone e scattando per cinque giorni all'anno, ho avuto modo di vedere come i comportamenti delle persone e le reazioni verso di me, una fotografa, e la mia attrezzatura, siano cambiate molto nel corso del tempo.

Recentemente si è parlato molto di quanto siano cambiati i festival. Molti assumono una dimensione corporativa. Cosa ne pensi a riguardo?
Sì, le persone devono sentirsi sicure e le masse possono arrivare ad essere molto pericolose. Però una volta che sei lì, dovresti poter essere libero. Le mie nipoti sono cresciute al sud e quando una di loro aveva più o meno quattordici anni, mi chiese di andare al Bannaroo con lei. È stata un'esperienza fantastica, perché si respira un'aria di libertà e esaltazione. Non è organizzato nel bel mezzo del nulla, ma ha luogo in una piccola città in Tennesse ed è l'highlight dell'anno. È davvero speciale; Siamo al sud: il cibo e buonissimo e le persone sono piene di entusiasmo! I festival differiscono in termini di vibes, atmosfera, ma c'è anche una sorta di omogeneità progressiva dell'esperienza perché i promotori e gli sponsor li stanno acquistando tutti. Alla fine, ciò che conta è la musica e il modo in cui te la vivi, le persone con cui ti scateni. È un fenomeno di gentrificazione proprio come lo è tutto il resto, ma continuano a spuntare sempre. È un ciclo.

I festival non si limitano a una certa cultura giovanile o subcultura, come un concerto hardcore punk per esempio. Parlaci dei vari tipi di persone che incontri.
È proprio questo che mi piace. Ci sono parecchi giovani perché i festival sono una realtà estenuante in termini fisici, ma lì non si discrimina in base all'età. I giovani sono felicissimi di vedere il non più giovanissimo fan sfegatato che siede accanto a loro. E penso che nel caso di festival come Bannaroo, ci sia più un'unione di generi musicali e di età. Ci sono le band di sempre e le new entry. Ci si trova di fronte a questo eccezionale apprezzamento per i più vecchi che non è assolutamente proprio della società americana. Trovo fantastico guardare i diciottenni gasarsi così tanto guardando Loretta Lynn o Dolly Parton: artisti che spaccano da 50 anni. Vedi quanto siano apprezzati ed è una cosa speciale.

Si può anche notare come diversi generi musicali si influenzino a vicenda. Musica africana, il vecchio blues, country, rock e punk. Tutto. Si può iniziare a notare chi ha preso cosa da chi, o anche solo chi ha imitato chi. È stupendo vedere come la musica si diffonda in posti inaspettati e come tutti si ispirino a vicenda.

Cosa speri che le persone imparino da questo libro?
Per me è un'opera davvero leggera, giocosa. Tuttavia poco tempo fa, mentre mi trovavo in Slovenia, ho sentito questo artista che parlava, appena dopo gli attacchi terroristici di Parigi. Descrivendo uno dei personaggi che aveva sempre creduto essere l'anti eroe per eccellenza a causa della sua voglia di andare in discoteca e far festa, disse di aver cambiato idea a riguardo. "Penso che a dire il vero, questo personaggio potrebbe essere il mio eroe. Sta combattendo per la leggerezza." Dobbiamo combattere per tutto ciò che è leggero, gioioso, semplice. Questo è ciò di cui parla il libro. Un festival che non vedevo l'ora di vedere è stato cancellato. Aveva luogo a Mali, ma i talebani hanno bandito la musica. La libertà di poter vivere questa esperienza semplice, leggera, in un'atmosfera collettiva sta diventando una cosa davvero importante, un qualcosa che vale la pena di celebrare, di essere riconosciuto come speciale. Anche se è semplice, se è leggero, è una cosa che potrebbe diventare difficile da trovare in futuro. Abbiamo la libertà di fare questo tipo di esperienza e per me, vale la pena di essere riconoscenti per questo.

Crediti


Testo Emily Manning
Foto Cheryl Dunn

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