Immagine su gentile concessione di I Wonder Pictures

"matangi/maya/m.i.a." è la cosa migliore che vedrete nei prossimi giorni

"È un c***o di casino perché in realtà avrei voluto essere io a girare quel film," ha detto M.I.A. dopo averlo visto per la prima volta.

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18 gennaio 2019, 2:37pm

Immagine su gentile concessione di I Wonder Pictures

"Sono felice per ciò che ci ha fatto diventare, le sue scelte di vita ci hanno resi forti. Ci ha reso interessanti e ci ha dato una formazione. Okay, non eravamo ricchi e non avevamo punti fermi, ma lui ci ha reso forti, e oggi siamo indipendenti."

Così M.I.A. parla di suo padre, fondatore dell'Eelam Revolutionary Organisation of Students (EROS), movimento politico affiliato al Liberation Tigres of Tamil Eelam (LTTE), il gruppo di resistenza che insorse contro il governo dello Sri Lanka per ottenere il riconoscimento dello stato indipendente Tamil, il Tamil Eelam, situato nel nord-est dell’isola. Dopo una guerriglia durata 26 anni, nel 2009 le forze militari dello Sri Lanka hanno sconfitto definitivamente le Tigri Tamil, ponendo fine a una devastante guerra civile.

Esposti costantemente a pericoli e minacce, M.I.A., la madre e i due fratelli furono costretti a spostarsi senza tregua per sfuggire alle rappresaglie dell’esercito dello Sri Lanka, vivendo in condizioni di estrema povertà. Il cambiamento decisivo avvenne quando, a soli 10 anni, M.I.A. si trasferì a Londra insieme alla madre e ai due fratelli in veste di rifugiati politici. Costretto ad arrendersi e a rinunciare definitivamente alla lotta armata, il padre li raggiunse qualche anno dopo, impegnandosi come mediatore di pace tra i due schieramenti della guerra civile.

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Still dal film "Matangi/Maya/M.I.A." su gentile concessione di I Wonder Pictures

Erano gli anni ’80, e la loro era una delle uniche due famiglie asiatiche di tutto il quartiere. Le discriminazioni razziali furono frequenti, segnando profondamente l’adolescenza di M.I.A.. Tale condizione di malessere, però, non era nulla di nuovo: sentirsi diversa è qualcosa che ha accompagnato M.I.A. per tutta la sua vita, prima in Sri Lanka in quanto Tamil, poi a Londra in quanto Pachistana.

"La musica era la mia medicina, dovevo affrontare il fatto di essere diversa, un’immigrata." Quando era piccola si addormentava ogni sera ascoltando in cuffia i brani pop che passavano in radio, finché un giorno, per caso, sentì la musica proveniente dall’appartamento suoi vicini: era hip-hop, e fu subito amore. Da quel momento M.I.A. intraprese il suo percorso artistico, andando a definire, tassello dopo tassello, la propria identità occidentale attraverso ciò che ascoltava, vedeva, suonava e filmava.

Questa è la storia di M.I.A., ed è la storia che Steve Loveridge – suo amico e compagno di scuola – racconta nel documentario biografico Matangi/Maya/M.I.A.: un’immersione lunga 20 anni nella vita di M.I.A. da cui emerge un’identità complessa, divisa tra povertà, fuga dalla guerra e discriminazioni razziali da un lato, e dall'altro popolarità, glamour e agi del suo presente. Una dualità di cui i media statunitensi hanno sempre approfittato, strumentalizzando e deformando la sua figura al fine di liquidarla con superficialità come un’artista ipocrita, provocatoria, fuori luogo ed eccessiva.

Da qui la necessità di un documentario che restituisse a M.I.A. il controllo della propria immagine, caratterizzata dal mashup come cifra stilistica: Sri Lanka e Stati Uniti, Oriente e Occidente, punk e hip-hop, musica e video, pop e impegno politico. In breve, il volto simbolo del multiculturalismo contemporaneo. Essenziale la scelta di Loveridge di consegnare nelle mani di M.I.A. il timone del suo stesso storytelling, dandole finalmente la possibilità di raccontarsi in prima persona, senza mediazioni mistificatorie.

Il documentario è il risultato del montaggio di ore e ore di filmati girati da M.I.A. fin dall’adolescenza, cuciti insieme da Loveridge a creare un ritratto casalingo, immediato e spontaneo, senza quel sapore preconfezionato da public relation che solitamente ammanta operazioni di questo tipo. “È un cazzo di casino perché in realtà avrei voluto essere io a girare quel film," commenterà M.I.A. dopo averlo visto per la prima volta.

Per anni, i media hanno ignorato una porzione importante della vita di M.I.A. concentrandosi esclusivamente sul suo lato da popstar e musicista. Loveridge, tagliando e montando le interviste di M.I.A. in modo da renderle “innocue”, lascia volutamente da parte questo aspetto. Una scelta che non ha convinto del tutto neanche M.I.A., lasciata completamente all’oscuro delle intenzioni del film: durante i quattro anni di lavorazione, Loveridge ha comunicato con l’amica solo sporadicamente per evitare che venisse influenzato dalla sua presenza.

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Still dal film "Matangi/Maya/M.I.A." su gentile concessione di I Wonder Pictures

La prima volta che M.I.A. vide il film fu alla premier, tenutasi nella cornice del Sundance Film Festival. Uscì dalla proiezione scioccata e dichiarò a Billboard che "se si unisse tutta la musica presente nel film, se ne ricaverebbero quattro minuti al massimo. Non sapevo che la mia musica non sarebbe stata una parte così ridotta del progetto. Faccio un po’ fatica ad accettarlo, perché la musica è la mia vita."

Evidentemente, il film di Loveridge non voleva essere un documentario musicale che entrasse nel merito dello stile, delle influenze e delle dinamiche produttive della sua carriera. Matangi / Maya / M.I.A. vuole raccontare la "vera" storia di M.I.A., portando a compimento quell’urgenza espressiva che lei stessa ha sempre sentito profondamente, concretizzandola prima con il documentario e poi con la musica: "Perché semplicemente non chiudo la bocca? Perché non sto zitta e scrivo canzoni? Se lo facessi, diventerei una drogata e forse andrei in overdose o comunque finirei molto male. Perché è ciò che accade quando non esprimi ciò che hai dentro. Per me la musica è un medium, ma la necessità di esprimermi esisteva anche prima."

M.I.A. è stata la prima Tamil a raggiungere una notorietà di portata globale e ha sempre vissuto questa posizione con un grande senso responsabilità: consapevole di avere a disposizione una cassa di risonanza importante, ha portato all’attenzione del mondo intero la storia della sua vita e del suo popolo, quella di un genocidio in corso mascherato da guerra al terrorismo di cui nessuno sembrava interessarsi. Ha dichiarato guerra all’industria musicale e ai mass media, che nelle interviste censuravano le parti in cui parlava della guerra civile in Sri Lanka e degli orrori disumani perpetrati dal governo, liquidandola velocemente come una semplice popstar o mettendola letteralmente a tacere. I mezzi di comunicazione tradizionali, in alcuni casi, l'hanno anche tacciata di fare disinformazione, insistendo su un’associazione dalla superficialità disarmante: M.I.A. = Tamil = terrorista.


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Ma una come M.I.A. non la metti a tacere facilmente. Celebre il suo dito medio mostrato alle telecamere durante il Super Bowl del 5 febbraio 2012, quando si esibì sul palco vestita da cheerleader insieme a Madonna e Nicki Minaj. Un gesto provocatorio che sollevò un polverone mediatico enorme, costringendola a scappare letteralmente dalla NFL subito dopo lo show e a gestire una causa di 15 milioni di dollari.

Eccola, la vena polemica e tagliente di M.I.A.: "Adesso vogliono me come capro espiatorio per mostrare cosa è offensivo in America. Quindi è più offensivo il mio dito medio o delle minorenni di colore con le gambe spalancate, per il pubblico delle famiglie? Questo è alla fine il nocciolo della questione," scrive su Twitter. "È peggio che essere un’assassina. Una persona mulatta che se ne sta lì e non a succhiare cazzi è più offensiva che uccidere qualcuno," commenta nel documentario.

Accusata di aver superato il limite sconvolgendo l’intera nazione e infamando il nome dell’intoccabile Super Bowl, M.I.A. aveva già attirato forti polemiche con i suoi videoclip. Nel 2010 era scoppiato un caso intorno a Born Free, tratto dall’album Maya. Girato da Romain Gavras, il videoclip mostra un futuro mondo distopico – ma non così lontano – in cui i red head sono perseguitati, catturati, imprigionati e infine giustiziati. Immagini forti, crude e disturbanti mostrano tutta la violenza di questo massacro; una violenza tanto feroce quanto irrazionale, che rivela l’insensatezza di ogni tipo di pregiudizio su cui si basano le discriminazioni razziali.

La frecciatina era più che ovvia. L’opinione pubblica e i media si scagliarono contro di lei, accusandola di aver rappresentato una violenza eccessiva e gratuita. "Ciò che mi ha davvero sconvolto è che era uguale a un video di una vera esecuzione che avevo postato su Twitter due mesi prima, ma non è interessato a nessuno. Nessuno ne ha parlato. Due mesi dopo giro questa scena con persone dai capelli rossi e del sangue finto ed è la cosa più orribile che la gente abbia mai visto." Ancora una volta, un gesto di M.I.A. fa da cartina tornasole per l'ipocrisia dell’opinione pubblica americana: incapace di analizzare la realtà in senso critico, si beve tutto ciò che i media propinano, a loro volta colpevoli di pigrizia.

Nel 2012 un altro suo video fece scalpore, Bad Girls, per aver proposto una rappresentazione stereotipata della cultura araba (cavalli, Jeep, gare d’auto, coltelli, orologi d’oro, esotismo delle donne velate, machismo degli uomini). Ma si trattò di un’interpretazione estremamente superficiale: il video voleva essere una forma di protesta contro la legge emessa in Arabia Saudita che impediva alle donne di guidare.

Ancora una volta, un’arte politicamente impegnata e sovversiva, di presa di posizione e di lotta contro lo stereotipo occidentale machista che vede la donna araba solamente come un oggetto soggiogato alla sua controparte maschile e niente di più. M.I.A. sapeva quali erano i punti caldi della cultura che l’aveva accolta, quella americana, e non si fece mai remore nel toccarli e farli saltare.

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Still dal film "Matangi/Maya/M.I.A." su gentile concessione di I Wonder Pictures

Matangi/Maya/M.I.A. è un documentario intimo eppure lucido, dal quale emergono anche le contraddizioni di M.I.A. in quanto parti integranti della sua personalità sfaccettata, risultato di una complessa definizione della propria un’identità. Fu proprio questo suo aspetto controverso, difficile da inquadrare, che legittimò il New York Times a strumentalizzare, ancora una volta, la sua figura.

Nel 2010 la giornalista Lynn Hirschberg intervistò M.I.A. per trarne un lungo articolo in cui descriveva l’artista in modo schietto e sensazionalistico, calcando la mano sul contrasto tra il suo stile di vita e le condizioni in cui verteva lo Sri Lanka, sulla sua facilità di passare dal glamour alla Lady Gaga all’impegno civile per una situazione che – stando alla giornalista – lei non conosce davvero. Inutile dire che M.I.A. si incazzò non poco e su Twitter si scaglio contro il New York Times: “CALL ME IF YOU WANNA TALK TO ME ABOUT THE N Y T TRUTH ISSUE, ill b taking calls all day bitches," peccato che il numero era quello di Lynn Hirschberg (lol).

Restituendo a M.I.A. il background necessario a ricostruire il contesto storico, culturale e personale in cui l’artista affonda le proprie radici, il messaggio del film arriva forte e chiaro: resisti e tieniti stretta la tua integrità e la tua onestà, a qualsiasi costo. Se uscirete dalla sala un po’ confusi, è tutto normale: la forza di M.I.A. sta tutta nella sua imperscrutabilità, che è più autentica di qualsiasi millantata coerenza. Andate a vederlo, perché una voce forte e schierata come la sua serve a ricordarci quanto sia importante personalizzare ogni esternazione artistica, oggi più che mai.

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Altra cosa da vedere uscita ultimamente, "Suspiria" di Guadagnino, che non è esattamente il film che ci aspettavamo, ma porta comunque sullo schermo un lavoro lodevole:

Crediti


Testo di Benedetta Pini
Immagini su gentile concessione di I Wonder Pictures