sylvie fleury non fa (solo) arte, ma critica sociale tinta di rosa

Si può essere ironici e pungenti anche senza prendersi sul serio. E Sylvie è un genio in ciò.

di Benedetta Pini
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04 aprile 2019, 9:24am

Roma è una città strana e, come tutte le cose strane, è molto complessa, da conoscere bene prima di poterla davvero capire. È fatta di bellezze dirompenti, che squarciano il campo visivo con la loro imponenza, e di bellezze semi nascoste, che timidamente si mostrano solo agli occhi più attenti. Passeggiando per gli stretti vicoli del centro basta alzare lo sguardo per scorgere terrazzi meravigliosi, invasi da metri infiniti di edera e piante lasciate a loro stesse, libere di prendersi tutto lo spazio che vogliono. E poi, neanche il tempo di tornare a guardare dove mettere i piedi per evitare di inciampare nei sanpietrini, ecco che all’improvviso, come per magia, ci si trova davanti una chiesa imponente o una villa sontuosa, incastonate nel tessuto urbano, compresse tra spazi limitatissimi, di una bellezza così straordinaria e inaspettata da rischiare di provocare la sindrome di Stendhal.

Ecco, la neo-barocca Villa Maraini è una di queste gemme preziose di Roma. Costruito nei primi del Novecento dall’architetto ticinese Otto Maraini e poi donato dalla contessa luganese Carolina Maraini Sommaruga alla Confederazione Svizzera, l’edificio svetta su una collina artificiale, con la sua torre belvedere seconda in altezza solo alla cupola di San Pietro. Un luogo a dir poco suggestivo, immerso tra palme e pini marittimi che al tramonto si infuocano di quei colori caldi che ogni giorno fanno innamorare di Roma migliaia di persone. È qui che si trova la sede dell’Istituto Svizzero, dove ha preso luogo la prima mostra personale in Italia dell’artista svizzera Sylvie Fleury: Chaussures Italiennes.

Era importante sottolineare il valore della location scelta, e non solo per il suo fascino. È infatti dall’interazione tra gli spazi di Villa Maraini con le opere che nasce il senso dell’intera mostra: scarpe, rossetti, carrelli della spesa, abbigliamento di lusso e riviste di moda sono collocati tra colonne in marmo rosa, stucchi barocchi, lampadari sontuosi, pavimenti in legno elaboratissimi, pareti affrescate e soffitti a cassettoni preziosamente decorati, diventando sistemi visivi di rappresentazione indipendenti rispetto al loro campo di appartenenza. Estrapolati così dal loro contesto di appartenenza e collocati all’interno di un ambito “Altro”, di un luogo lontano per epoca, stile e attitudine, gli oggetti scelti da Fleury vengono liberati da ogni implicazione simbolica legata al fashion di lusso e acquisiscono un valore puramente estetico. L’intenzione di Sylvie è quella di forzare il confine tra arte e moda fino a un suo totale superamento; non per annullare l’una nell’altra, ma per sottolineare le specificità di quei due mondi attraverso il loro accostamento dissonante: “non si può vivere un’esperienza estetica osservando la moda,” sostiene Fleury.

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Questo modus operandi artistico e concettuale è stato definito dalla critica come “post-appropriazionismo”: prendere oggetti legati alla cultura consumistica e servirsi della loro carica simbolica per indagare, smascherare e denunciare le dinamiche relative ai bisogni del consumatore al suo attaccamento feticistico alla merce, riflettendo su come le ossessioni della società dei prodotti influiscano sulla nostra identità, controllino il nostro desiderio, alterino la nostra immaginazione e definiscano il concetto di bello. L’arte pop di Fleury parte dalla forma iniziale dell’oggetto così come viene prodotto e successivamente la arricchisce, ingrandisce e sviluppa attraverso l’uso di diversi media, colori (tantissimi!), materiali, tecniche, così da far emergere il suo intento critico. Per questo le sue opere non sono da considerarsi un’appropriazione, ma piuttosto una personalizzazione tramite l’aggiunta.

Camminando per le sale di Villa Maraini, vi sentirete coinvolti in prima persona dalle opere, interpellati a coglierne ed estrinsecarne il significato: l’arte di Fleury trova senso non solo nell’interazione con lo spazio, ma anche nella relazione con il fruitore. Così, lungo la rampa di scale in marmo bianco, spuntano un paio di gambe di un manichino di plastica grigio antracite che indossano una minigonna verde ed esibiscono una posa irriverente. Tra un pavimento in parquet a lisca di pesce e un soffitto decorato con un affresco—oltre agli immancabili stucchi barocchi—compaiono anche due striscioni enormi in tessuto, uno viola e uno giallo, su ciascuno dei quali campeggia un pugno chiuso con le unghie laccate di rosso; e ancora, su un tavolo in marmo rosa fittamente ricoperto da decorazioni dorate tornano le gambe in plastica del manichino nella stessa posa canzonatoria; fino a una scritta con bombolette spray eseguita direttamente sulla parete della villa: “More feminism, less bullshit”, che suona come una dichiarazione di poetica forte e chiara.

Pezzo forte della mostra, il lavoro Retrospective: una scarpiera nella quale Fleury ha collocato una selezione delle sue scarpe a tacco alto, scegliendo le più stravaganti, colorate e assurde, tutte indossate per eventi, vernissage, incontri e performance. Questa opera racchiude il concetto alla base dell’intera mostra e la troverete sulla sinistra non appena entrati nella villa. Vi consigliamo di partire da qui, spostarvi poi verso tutte le altre opere e poi tornare ancora una volta davanti a Retrospective. Perché è lì che nasce l’essenza dell’esposizione, ed è sempre lì che è racchiusa la sua chiave di lettura.

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La mostra Sylvie Fleury - “Chaussures italiennes” è visitabile fino al 30 giugno presso l'Istituto Svizzero a Roma .Trovate qui tutte le informazioni.

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Un'altro posto che a Roma ci piace da morire è The Orange Garden. Ne abbiamo parlato con i due giovanissimi curatori:

Crediti


Testo di Benedetta Pini
Sylvie Fleury, “Chaussures italiennes” installation view at Istituto Svizzero, Rome, 29 March - 30 June 2019. Immagini su gentile concessione: the artist and Istituto Svizzero, Rome. Photo: © OKNOstudio.