designer da tenere d'occhio: simon cracker e la sua sfilata in salotto (!)

"A molti fanno paura i film dell'orrore, a me invece terrorizzano i termini come glamour, trendy e chic."—Simon Cracker

di Amanda Margiaria
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25 marzo 2019, 10:20am

È facile essere creativi se alle spalle si ha una struttura che sostiene, anche economicamente, il proprio brand. Meno facile è perseverare quando si può contare esclusivamente sulle proprie forze.

Per questo, la determinazione di Simon Cracker acquista un valore aggiunto ai nostri occhi. La sua collezione colpisce perché capace di trasmettere l'urgenza del designer (al secolo Simone Botti) nel creare abiti e accessori per esprimere se stesso, non per vendere e rispettare certe logiche di mercato. È lui stesso a dirlo: "Io non realizzo collezioni commerciali. Quel fiume di emozioni che mi scivola via dal corpo quando riesco a rappresentare un mio ricordo, un mio dolore o una mia gioia attraverso una collezione mi fa sentire libero."

Il marchio Simon Cracker nasce nel 2010 e si ispira alla vita quotidiana del suo designer. Prestando particolare attenzione a incontri casuali e avvenimenti ordinari, Simone si affida a ricordi e impressioni per poi trasformarli in abiti. Nel 2018 ha collaborato con Kappa, e nel fashion system è conosciuto perché sempre e comunque controcorrente, mai omologato al gusto comune e indipendente nella sua ricerca creativa. Ma attenzione: non si tratta affatto di un'operazione di marketing. Simone crea abiti personali, intimi e pregni di significato.

La sua è dunque moda nel senso più puro del termine, perché nasce dall'esigenza di produrre capi che abbiamo qualcosa da dire. Insomma, le premesse ci sembravano ottime, poi abbiamo scoperto che per la autunno/inverno 19-20 Simon ha presentato la sua collezione in un salotto. Esatto. Avete letto bene. Nel soggiorno di un attico. Sullo sfondo una libreria, ai lati divani e poltrone usurate dal tempo su cui sono stati fatti accomodare gli ospiti. E lì abbiamo capito: dovevamo assolutamente fare quattro chiacchiere con Simone. Trovate tutto qui sotto, tra scatti degli outfit e backstage.

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Ci racconti da dove nasce l’ispirazione per la tua ultima collezione, che hai fatto sfilare in un salotto?
Si tratta di un bellissimo attico di Milano dove il tempo sembra essersi fermato agli anni ’70. Abbiamo valutato più location, ma appena l’ho vista sono rimasto incantato, perché tutto lì era in linea con me. Ogni dettaglio si collegava al mio moodboard, dai libri al legno, passando per colori e dettagli. La collezione parla di me, dell’Emilia Romagna e più nello specifico di Ponte Abbadesse, il quartiere dove sono cresciuto con le mie zie, la balera e gli appartamenti delle nonne pieni di bomboniere e centrini.

Quali sono le tre caratteristiche fondamentali che un capo interessante deve avere?
L’unica caratteristica che deve avere un capo per risultare interessante ai miei occhi è la sua capacità rimanere fresco nel tempo. Odio le espressioni come “moda” e “tendenza”, optando invece più per indumenti che dopo tre, quattro anni ho ancora voglia di mettere, che mi fa sorridere. La fast fashion e i trend non mi attraggono né suscitano nessuna emozione in me.

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Parliamo invece del processo produttivo. Come crei i tuoi abiti?
Ora come ora ho una squadra di guerrieri al mio fianco. Le magliaie, le sarte, il calzaturificio, un'associazione di beneficenza che recupera per me tessuti e materiali provenienti da fallimenti. Sono tutti di Cesena, e tutti supportano le mie idee, mi ascoltano e cercano di capire cosa voglio creare, anche quando la differenza generazionale è tanta.

A livello generale, chi sono i designer e gli artisti che più ti hanno ispirato nello sviluppare una tua visione estetica e creativa?
Penso che la prima a illuminarmi sia stata Vivienne Westwood. Attraverso le sue collezioni urlava, faceva sentire la sua voce e le sue idee. Ma non è solo questo: ogni volta, alle sue sfilate mi emozionavo. Poi nel tempo mi sono sempre ispirato a stilisti che non si fermavano a semplici concetti di abbigliamento, ma che per arrivarci passavano dall’arte, dal design e dalla musica, come Raf Simons e Rodarte.

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In quanto designer, qual è il più grande pregio dell'essere basato a Milano? E il maggior limite invece?
Milano è un portale che, se sfruttato al meglio, può darti tanto. Se si ha un obbiettivo da raggiungere e non ci si fa distrarre troppo, Milano è la città giusta per realizzarsi in tutti i campi. Il limite? Non credo che ne abbia. Certo, come tanti altri strumenti in alcuni casi possono rovinare, mentre quando usati correttamente funzionano. Riflettendoci su, per un designer un limite di Milano potrebbe essere la full immersion nelle novità e tendenze, perché qui il rischio potrebbe essere quello di finire a fare tutti la stessa cosa.

Sei stato invitato come Guest Designer alla Fashion Week lituana, come ti stai preparando? E cosa ti aspetti da questa nuova avventura?
Devo ammettere che quando mi hanno comunicato che ero stato scelto come Guest Designer mi hanno fatto sentire davvero speciale. Ho un'attrazione immensa per l’Est Europa in generale, quindi coglierò l’occasione per visitare un po’ la Lituania. In generale, sono molto grato quando incontro persone che osservano e comprendono quello che faccio e mi invitano a partecipare a manifestazioni in altri paesi, anche se so di non fare un prodotto che arriva immediatamente alle persone come una semplice t-shirt stampata. Le mie collezioni sono un imbuto, dove si comprimono tutte le mie emozioni, memorie e proteste contro quello che non mi va giù o mi percuote.

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Puoi svelarci qualcosa in più sulla collezione che farai sfilare lì?
In Lituania presenterò una collezione contro la fast fashion e le tendenze che nascono e muoiono in due mesi. Sfilerà in passerella un'orda di zombie/influencer, diretti verso un'ipotetica Zombie Island, l’ultima novità a cui non si può rinunciare, dove si rischia di morire, ma che non può mancare tra le storie di instagram e tutti gli altri social. Da quando ho cinque anni guardo ogni tipo di film dell’orrore e questa volta inserisco anche quella passione nel processo creativo: La notte dei morti viventi di George A. Romero che fece comparire sul grande schermo il primo zombie della storia, colori e influenze anni 70 tratti da Suspiria di Dario Argento contrastati dal teen pop anni ’90-’00 di Scream con la bionda che muore sempre per prima. Tra i materiali e i modelli, vedremo protagonisti i “mostri” dei trend ironicamente inseriti qua e là, un museo degli orrori che espone tutto quello che solitamente ha breve durata o viene catalogato come “cool” su una pagina di tendenza. A molti fanno paura i film che narrano storie di esorcismi, a me terrorizzano i termini “glamour”, “3ndy” e “chic”.

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Quali sono i tuoi piani per il futuro?
Il mio obbiettivo è divulgare il più possibile le mie idee, il mio modo di fare le cose e collegarmi a più realtà. Non voglio fermarmi a sole collezioni di abbigliamento. Ho finalmente trovato il modo di esprimere le mie emozioni, ma non voglio essere catalogato solo come stilista perché le etichette mi fanno sentire imprigionato.

Che consigli daresti a chi sogna un giorno di diventare designer?
Di non smettere mai di credere nel proprio sogno. So che può sembrare scontato, ma bisogna desiderarlo, scrivere su un foglio esattamente tutto quello che si vuole raggiungere, guardarlo e non arrendersi alle prime sconfitte. Io sono 13 anni che ci provo, non avevo nulla e non ho chiesto nemmeno ai miei genitori di aiutarmi, perché ero consapevole che quello che chiedevo per il mio futuro agli occhi degli altri poteva sembrare un sogno irraggiungibile, specialmente perché si parlava di mettermi a nudo completamente e farmi leggere attraverso i miei dipinti e le sculture di tessuto che venivano vissute, indossate e messe in movimento. Mio nonno e mia madre dipingevano, io ci ho provato ma volevo che quello che costruivo, spennellavo e plasmavo si muovesse e si unisse ad altre vite differenti dalla mia, che prendesse una strada diversa e fosse mosso da altre persone con gusti estranei ai miei.

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Crediti


Testo di Amanda Margiaria
Immagini su gentile concessione dell'ufficio stampa

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