le meraviglie dell’archivio gucci nel nuovo garden creato da alessandro michele

Prendi Firenze, prendi un giardino Rinascimentale, prendi Gucci. Il risultato non potrà che essere sorprendente. A raccontarcelo è Maria Luisa Frisa, curatrice del progetto.

di Mattia Ruffolo
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16 gennaio 2018, 2:55pm

Come definisci uno spazio che contiene al suo interno capi d'archivio, memorabilia, oggetti unici e opere d'arte? Museo? Concept Store? Semplicemente Gucci Garden. Questa l'ultima fatica creativa in ordine cronologico di Alessandro Michele, che all'interno del palazzo storico fiorentino—situato a due passi dalla Galleria degli Uffizi—ha voluto ricreare il percorso della maison, tra grandi glorie del passato e un promettente futuro ancora tutto da scrivere. Giardino insomma, ma anche grotta dei tesori 2.0, come ci spiega Alessandro Michele stesso: "Il giardino è reale, ma appartiene soprattutto alla sfera dell’immaginario, popolato com’è di piante e animali; come il serpente, che si insinua dappertutto e che, in un certo senso, simbolizza un perpetuo inizio e un perpetuo ritorno."

Così ricco da rischiare di confondere, abbiamo chiesto alla curatrice del progetto Maria Luisa Frisa di raccontarci meglio com'è nato il Gucci Garden e quali sono i segreti che l'hanno aiutata a portare a termine un compito così arduo come ripercorrere l'intera storia di una maison d'alta moda e trasmetterne l'essenza ai visitatori.

Come hai cominciato a lavorare a questa mostra?
Abbiamo cominciato a luglio. Alessandro in passato mi aveva già chiesto di scrivere un testo che doveva accompagnare le due sale di Tom Ford per Gucci. All'epoca non conoscevo ancora Alessandro, non ci eravamo ancora mai incontrati di persona; sapere che mi voleva nel team per questo progetto è stato fantastico, perchè Tom Ford è un personaggio di rilievo nell'industria della moda contemporanea. Dopo quella prima collaborazione c'è stata poi l'occasione di analizzare l'intero archivio Gucci—una pietra miliare della storia della moda—e di confrontarmi con il genio creativo che è Alessandro. Si è trattato di un'opportunità imperdibile anche per la moda italiana, che è sempre impegnata nel fare, ma mai abbastanza nel raccontare ciò che fa, nel mettere in scena le sue storie. In quanto curatrice, per me personalmente si è trattato di un momento di scambio, in cui ho potuto studiare presente e passato di una storica maison italiana. Inoltre, Alessandro mi ha lasciato carta bianca, permettendomi di lavorare in completa autonomia. E non è così scontato che accada quando si ha a che fare con i grandi nomi della moda.

Com’è entrare in un archivio di moda? Eri mai entrata in quello di Gucci prima di questa occasione?
Avevo già avuto modo di vedere alcuni pezzi d'archivio Gucci quando lavoravo alla mostra Bellissima a Roma. Lì tuttavia il focus era sull'artigianato di lusso, quindi c’erano la bamboo bag e il beauty in pelle di coccodrillo rosso che ho voluto anche qui al Gucci Garden. Insomma, come archivio non mi era nuovo, ma un conto è conoscerlo a grandi linee, un conto è lavorarci su per mesi e mesi.

A proposito, gli abiti fanno interamente parte dell'archivio Gucci o ci sono anche prestiti di collezionisti privati?
Tutto quello che si vede qui al Gucci Garden fa parte dell'archivio della maison, non abbiamo fatto richieste di prestiti.

Durante la visita parlavi del nuovo approccio Gucci, secondo cui la direzione lungo la quale proseguire è quella dell'inclusività e non più dell'esclusività. In quanto storica ed esperta di moda, cosa ne pensi di questa evoluzione?
Faccio una precisazione: Io non sono propriamente una storica, sono una critica di moda che ha un interesse particolare per il passato perchè mi aiuta a capire meglio il presente. Infatti ammetto di non ricordare sempre tutte le date, ma cerco di avere una visione d'insieme sui periodi storici più rilevanti; cerco sempre di trovare il valore intrinseco di un oggetto.

Gucci però è l’unico brand italiano ad essere così dinamico; ha riconfigurato i codici comportamentali e diplomatici della moda. Sei d'accordo con questa interpretazione?
Sì, credo sia l'interpretazione più corretta del nuovo percorso Gucci ed è esattamente il motivo per cui questa maison mi ha colpito così profondamente, sin dalla prima sfilata di Alessandro. Personalmente, credo che ora come ora sia uno dei marchi più inclusivi e coraggiosi sul mercato. Prendiamo ad esempio il video di "Roman Rhapsody"; si tratta di una storia incredibile, che prova il forte desiderio di Gucci di intraprendere strade poco battute. Questo è proprio quello che desidera la gente, ed è qui che si rivela la bravura di Alessandro e del suo team: capire cosa piacerà, prima di tutti gli altri.

Il Gucci Garden ha anche uno spazio dedicato a libri (anche storici) e magazine. Ci sono delle letture che consiglieresti per comprendere meglio il "nuovo rinascimento" Gucci?
Alessandro voleva che lo spazio fosse ricco di libri, ma non i soliti che si vedono nei bookshop: l'unicità del Gucci Garden doveva essere rispecchiata anche dalla selezione di riviste e volumi in esposizione. Qui si possono trovare oggetti in edizione limitata introvabili altrove; allo stesso modo, abbiamo scelto magazine come Archivist che sono una vera e propria scommessa dal punto di vista editoriale. L'obiettivo è quello di offrire al pubblico gli strumenti per elevare il proprio gusto, per modellarlo partendo da diversi spunti. Sai bene che i libri antichi sono una delle grandi passioni di Alessandro; quando è a Roma va spesso all'Antica Libreria Cascianelli, una libreria vintage gestita da questa incredibile donna che ci ha anche aiutato nella selezione per il Gucci Garden.

E per quanto riguarda l'allestimento?
Quello che vedi qui è frutto di una lunga pianificazione che ha interessato ogni dettaglio. Mi sono ispirata ai musei di storia naturale, ai giardini rinascimentali, alle architetture vittoriane. Abbiamo tratto spunto dalla Galleria Nazionale d'Arte Moderna a Roma, mentre per i manichini mi sono lasciata guidare dalle silhouette di De Chirico, dal suo surrealismo e astrattismo. C'è anche una grande attenzione alle minuzie tecniche, ovviamente: alcuni capi, le pellicce in particolare, per quanto meravigliosi non risaltano particolarmente quando a indossarli è un manichino. Così abbiamo lavorato per fare in modo che tutti gli abiti venissero esaltati da strutture espositive create appositamente per ogni singolo pezzo.

Immagino la mole di lavoro sia stata enorme...
Esattamente. Abbiamo creato look completi, ma ogni manichino equivale a un capo. Così si crea una narrativa tra i diversi spazi: ogni abito comunica con gli altri, sono tutti parte di un processo in divenire. Non nascondo che creare questo tipo di dialettica sia stato molto complesso, oltre che dispendioso in termini di tempo; ma è questo il segreto, prendersi tutto il tempo che ci vuole per realizzare un sogno.

Crediti


Testo Mattia Ruffolo
Immagine su gentile concessione di Gucci