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donne che odiano le donne

Ho capito di non essere "femminista" e di volerlo diventare osservando il mio rapporto con altre donne, e ho deciso di smettere di vedere le donne cazzute come nemiche, ma come modelli.

di i-D Staff
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28 luglio 2015, 1:00pm

"Non so tu. Ma io mi sono rotta il cazzo di avere ragione. Preferirei essere felice. Ecco il mio nuovo proposito per il 2015." Così la mia migliore amica commentava saggiamente l'ennesimo estratto che le mandavo sulla sociologia dei sentimenti, dei rapporti umani, dell'essere donna o uomo o uomodonna in questo anno corrente.

All'inizio di quest'anno, un mio amico aveva perso la sua veste amichevole per indossarne una, diciamo, più carnale. Avevamo trascorso una lunga serata a raccontarci le rispettive pene d'amore. Dispensavo consigli sparandogli estratti di Aldo Busi e citando articoli sulla manovalanza sentimentale, uno sporco lavoro spesso svolto da donne. All'ennesimo intervento socioletterario, mi chiede: "Ma fai sempre così? Ho visto che è un po' di tempo che posti 'feminist shit'... non potremmo mai stare insieme!". Nonostante il tono scocciato, la sua era una domanda leggera, mezzo scherzo, mezzo invito a parlare come mangio... eppure aveva toccato un nervo dolente. Che definire una presa di posizione come "femminista" o definire un problema "di genere" provoca reazioni diffidenti e stizzite, incomprensioni, e la sempre sbagliatissima idea che "femminismo" vuol dire "essere contro". Più tardi siamo finiti nel mio letto. Non avendo previsto la cosa e avendo il ciclo, non mi ero spinta a cure estetiche minuziose e anzi, a dirla tutta, ero assai pelosetta. In un primo momento me ne sono fregata, ma poi l'orrida associazione "femminista pelosa" ha fatto breccia nella mia mente. Sul mio comodino spiccava il deludente memoir di Lena Dunham; sulla scrivania Feminist Anthropology e Gender Trouble e una pila di articoli accademici; in cucina, sul tavolo, ancora aperto sull'ultima pagine, Bad Feminist. Un Rebecca Solnit e l'intera collezione di Nora Ephron in libreria, coperta solo da un pamphlettino di Elsa Morante. Alla parete, la cartolina dell'Origine del mondo affianco a una serigrafia di una donna nuda. Improvvisamente mi sono vista con gli occhi di un altro. Mi sono sentita un'ingombrante donnetta che maschera il suo egocentrismo con una causa sociale, e per di più è negligente nei confronti del requisito base per avere un rapporto sessuale: un bell'aspetto. Ho girato le copertine incriminate, nascosto con finta disinvoltura gli articoli sotto una pila di giornali. Poi mi sono fermata e, mentre il mio compare russava beato e ignaro dell'affanno, ho capito che avevo ragione io. Però... sì, ma perché "PER?'"?

La questione del femminismo è per definizione spinosa—come sono spinose le questioni razziali, quelle sulle disabilità motorie o psicologiche... come sono infinitamente problematiche tutte quelle definizione dell'individuo basate su categorie uniche (vedi alla voce identità ibrida, Mr. Hall). Il concetto è che io non sono solo una: non solo donna, bianca, privilegiata, italiana, ecc. Rimane il fatto che negli ultimi anni e sempre più spesso, le condizioni esterne (ok, anche quelle interne) mi hanno fatto sentire più DONNA che altro. È bello ogni tanto abbracciare una delle proprie caratteristiche identitarie con più forza delle altre. Ma è meno bello quando noti che una delle tue caratteristiche identitarie è un handicap; quando ti definisce in senso negativo; quando senti che vieni percepita solo come donna e non come una persona.

Questo articolo (e si spera anche altri a seguire) nasce dall'esigenza di spiegarsi perché molte donne fanno fatica a vivere nella ragione e, allo stesso tempo, essere felici. La ragione sta nel riconoscimento di un fatto: le donne e gli uomini non sono uguali davanti alla società del 2015. È importante sottolineare che tutte le formulazioni che seguiranno sono il tentativo di integrare la questione femminista nella pratica quotidiana. La pratica quotidiana è il modo a cui penso a me stessa e agli altri; è lo sforzo di mettersi nei panni altrui; è la consapevolezza che tutti abbiamo problemi importantissimi e irrilevanti. È parlare con chiarezza quando si notano ingiustizie, non alzare la voce ma ottenere l'impossibile con la gentilezza. Essere onesti. Fare la spesa dal fruttivendolo che fa un commento di troppo e dirglielo; perseverare senza isterismi con un superiore che non ti ascolta perché sei una donna più giovane; impedire al proprio fidanzato di vederti come quella che fa i lavori, domestici e di cuore; smetterla di giudicare altre donne con la severità di una governante svizzera. Mi piacerebbe, insomma, cercare di rispondere alla domanda "Cosa potrebbe voler dire essere femministi adesso?"*

Difficile ma possibile, raggiungere lo zen nonostante due tette rotanti sopra la testa. Da Il Laureato, Mike Nichols 1967.

Rendersi conto

Credo ci sia un fenomeno alla radice della diseguaglianza tra sessi: le donne sono in primo luogo nemiche tra di loro.

La prima volta che ho capito che c'era qualcosa di veramente sbagliato è stata quando ho conosciuto una ragazza molto brava nel suo lavoro ma che non riuscivo a spiegarmi come fosse arrivata fin lì. Non mi sembrava particolarmente attraente né trendy; non era molto rilassata né simpatica; non sembrava avere l'esigenza di pisciare sul territorio. Quando l'ho conosciuta di persona ero molto ansiosa di fare una buona impressione. E la ragione più stupida per cui volevo fare colpo su di lei, non era per creare un'alleanza virtuosa tra spiriti affini (o tipo, essere una persona normale e gentile); era per dirle "Zia, va che non mi fai paura." Quando poi ho avuto l'occasione di parlarci per bene, mi ha irritato rendermi conto che mi piaceva. Questa tizia era una gran figa, una professionista del suo mestiere, simpatica e molto attenta al prossimo. A volte, anche parecchio bella. Come scrisse la cara vecchia Simone "L'ammirazione che provavo per lei non mi svalutava ai suoi occhi. L'amore non è l'invidia".

Paradossalmente, quando ho capito di non essere "femminista" e di volerlo diventare è stato nel mio rapporto con altre donne, piuttosto che con gli uomini. Da quel momento ho deciso che se incontravo donne cazzute aveva semplicemente più senso trattarle come esempi virtuosi con cui misurarsi, invece che vederle come nemici di cui essere gelosa (questo intento non deve per forza sfociare nell'amicizia). Ma una volta che ci si rende conto di questa cosa, il passo è semplice. All'inizio si percepisce solo un grande sollievo: stimare una donna non significa ammettere una propria debolezza, ma semplicemente essere realisti. Poi vien fuori un genuino piacere, ci si sente meglio: libere, insieme!

Un augurio a chi odia le donne, uomo o donna che sia. Da Crusing di William Friedkin, 1980.

Vittime

"Libere insieme" ha qualcosa di orrendamente retorico, e infatti correggo subito il tiro con una storia di sangue e violenza. Il primo vantaggio che proviene dallo smettere di odiare le altre donne è che se poi ti odiano, tu sei nel giusto. Oltre a sentirti una specie di santa, se diventi oggetto d'odio femminile quando ormai la tua coscienza è pulita, la situazione di astio sembra ridicola, insensata, inutile. Di base, te ne freghi. E ti viene voglia di convertire più gente possibile al non-odio per le donne, piuttosto che cominciare una crociata verso chi ti ha lanciato l'anatema.

Anni fa conobbi una ragazza: fummo amiche per breve tempo: per ragioni oscure mi odiò. Il suo odio si manifestò in modi capillari, tra mobbing sociale e professionale, piccole cattiverie come spargimento di dicerie false e grandi crudeltà come inviti a schierarsi contro di me. Stremata da questa situazione, dopo alcuni mesi l'affrontai. Ricordo ancora il confronto come un provino per Uomini & Donne, davanti ad un luogo storico dell'esablishement cattolico milanese (setting da sogno) dove pronunciai frasi come "faccio quello che mi pare" e "ci mancherebbe". Fu un semi fallimento perché ribollivo di rabbia e mi premeva solo farle capire che NON MI PIEGAVO. Tattica sbagliata. Il problema è che in cuor mio condividevo il suo segreto: odiare le donne. O meglio, un certo tipo di donne (quelle che fanno come i pini di Roma: non si spezzano). L'unica differenze è che avevo già il sospetto fosse una cosa socialmente imbarazzante e controproducente per la maggioranza del pianeta, per cui lo facevo in silenzio. Lei, invece, lo urlava.

UNA FRITTATA. Un grande classico, anche in italiano, da Schegge di follia, Michael Lehmann 1988.

Carnefici

Ma, in tutta sta faccenda, cosa c'è veramente da urlare? Qual è la differenza sostanziale tra la competizione tra donne e quella tra uomini?

Credo che al nucleo della competizione tra donne—in amicizia, famiglia e lavoro—ci sia un problema di genere e non semplici rapporti di potere. Tra tutte le persone si instaurano rapporti di dominio/sudditanza: è normale e connaturato al genere umano. Certa gente tollera di più, certa meno. Ma quando due uomini si fanno la guerra, questo è un conflitto di celolunghismo. Mi spiego meglio: ti odio davvero perché hai più soldi di me, una macchina più grossa della mia, o... tifi quella squadra di merda? Ecco, l'odio tra donne assomiglia un po' all'astio tra tifosi di squadre avversarie. Il dramma delle donne qui è questo: l'uomo potente vede l'altro uomo potente come rivale (e fonte d'odio) non perché è uomo, ma perché è forte. Le donne che odiano le donne... odiano soprattutto perché l'avversario è donna. Ecco, l'assurdità di questa competizione: è che facciamo parte della stessa squadra!

Amarsi un po'. Il sogno bagnato di Dustin "Ratzo" Hoffmann come i miei progetti di alleanze intergeneri. Da Un uomo da marciapiede, John Schlesinger 1969.

Amiche

Una volta a una festa è venuto un amico con al seguito una conoscente/collaboratrice. Erano entrambi piuttosto alticci. Il mio amico, anzi, era sbronzo marcio. Lei biascicava ma sembrava ancora in sé. Il giorno dopo, con altre persone, mi sono accanita a commentare negativamente la ragazza, dicendo quant'era brutta, antipatica, noiosa, grassoccia e un sacco di altre cattiverie assolutamente gratuite e ingiustificate (non aveva un viso particolare, ma non era brutta; antipatica e noiosa, chi lo sa, non ci avevo praticamente parlato; grassoccia, non era vero e comunque chissene frega). Il mio amico invece, quello sbronzo, durante la serata aveva compiuto una serie di nefandezze incresciosissime, tra avance fuori luogo a destra e a manca, mancanze di rispetto totali per i festeggiati, atteggiamento riottoso quando lo si invitava alla calma.

La severità con cui giudico le donne—rispetto agli uomini—è un altro effetto collaterale dell'odio tra donne. Mi rendo conto di aspettarmi sempre il doppio da loro. I loro difetti diventano spesso totalizzanti. Faccio moltissima fatica a perdonare e dimenticare se mi fanno un torto. Le valuto con una durezza che non applico mai a nessun uomo, ne al capo egomaniaco, ne all'amico col carattere odioso, ne all'amante senza spina dorsale.

Magari perché esigo molto da me per prima e di riflesso chiedo molto anche alle altre. Ma questa è una lettura accondiscendente e pigra. La realtà, forse, è che quando si innescano rapporti violenti tra femmine con fucile puntato, non si fa altro che ribadire un assioma tutto maschilista, pesante di secoli e secoli di diseguaglianze: che alle donne non è dato essere persone di qualità. E quindi, se vedo una donna in gamba, la società mi ha abituato a guardarla con sospetto. Deve puzzarle qualcosa, se ce la fa.

Questo è un falso mito! Avvistare una donna fantastica non deve farci trasalire di invidia e odio, manco fosse una minaccia per la nostra sopravvivenza. Al contrario, una donna fantastica è cruciale per la condizione d'esistenza delle altre donne, perché aiuta a costruire un mondo in cui è permesso essere individui (e donne) eccezionali. Nel suo decalogo per essere amiche tra donne, Roxane Gay inizia dicendo: "Abbandonate quel mito culturale per cui tutte le amicizie femminili sono false, asfissianti o competitive. Questo è un mito simile alle scarpe col tacco e alle borsette—bello a vedersi ma inventato per RALLENTARE le donne".

Ecco. È ora di accelerare!

*Ho scritto femministi e non femministe. Va da se e magari avremo modo di parlarne anche dopo ma: il femminismo è un concetto inclusivo che si rivolge a tutti, proprio perché ha come obbiettivo l'uguaglianza delle persone e l'uguaglianza è ottenibile solo se contempla la totalità (o quasi) delle persone.

Crediti


Testo di Clara Miranda Scherffig