la vita delle donne trans nelle carceri maschili di città del messico

Casa Azul è il progetto della giovane fotografa Giulia Iacolutti che documenta le esperienze delle transessuali costrette a scontare la loro pena in strutture maschili.

di Amanda Margiaria
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27 luglio 2017, 1:10pm

Giulia Iacolutti è una fotografa italiana che gira il mondo con il suo obiettivo per immortalare i volti, i corpi e gli oggetti che si fanno emblema di temi sociali e politici. Durante un viaggio in Messico, Giulia ha visto con i suoi occhi l'assurda situazione delle detenute transessuali del paese, costrette a scontare il periodo di detenzione nelle carceri maschili di Città del Messico. Corpi femminili in edifici specificatamente maschili, che fotografati diventano il simbolo di una lotta al patriarcato e alle disuguaglianze sociali. Le fotografie della serie Casa Azul, in parte postprodotte digitalmente e in parte stampate con la tecnica della cianotipia, sono dirette e instaurano un dialogo privato tra protagonista e spettatore. Noi di i-D l'abbiamo intervistata per capire cosa l'ha spinta a occuparsi di tematiche così delicate.

Come ti sei avvicinata al mondo della fotografia?
All'inizio, la fotografia era un feticcio per me: trovavo appassionante giocare con la composizione, cercando di conferire alle immagini il potere della memoria, registrando sensazioni private che non ero disposta a dimenticare e che volevo condividere. Più avanti ho unito la passione per la documentazione a quella per le arti teatrali, iscrivendomi al corso per fotografi di scena all'Accademia del Teatro alla Scala dove ho imparato a percepire ogni scena del quotidiano come l'atto di una lunga opera lirica: come i sentimenti sono amplificabili dall'emissione vocale, così le storie devono essere tradotte in fotografia.

Viaggi e ti documenti moltissimo. Sei italiana e hai vissuto in Messico. Cosa lega questi due paesi, dal tuo punto di vista? E cosa li rende invece mondi agli antipodi?
A legarli c'è il volo diretto Roma-Città del Messico, ci sono i turisti a Cancun e intense relazioni economiche e commerciali. Ciò che li rende mondi agli antipodi, invece, sono un oceano e un lungo processo di decolonizzazione, cioè di riappropriazione identitaria che il Messico affronta su base quotidiana, come tutte le ex colonie. Eppure sono molti gli europei che desiderano viverci, perché, sebbene la violenza sia normalizzata, è un paese che cerca di emergere, dove il desiderio di crescita è tangibile e permette di osare. A differenza dell'Italia, che si sente parte del primo mondo e che in realtà ancora non riesce a rialzarsi dalla crisi, in Messico è ancora permesso credere nella costruzione e nel futuro.

Città del Messico è una delle metropoli più pericolose al mondo. Com'è vivere li, da sola, per una donna?
Secondo l'Osservatorio Nazionale Cittadino del Femminicidio, ogni giorno sono sette le donne assassinate nel paese. Sono donne sole, con famiglie, trans, madri, bambine, indigene. Il movente mescola misoginia e sessismo, a cui si aggiunge il mito dell'amore romantico per cui si deve perdonare tutto in nome di questo sentimento.

Mi è difficile sentirmi parte di queste cifre, resto una donna dotata di un passaporto che le permette di andarsene, eppure la condizione di donna bianca non evita l'essere vittima di una discriminazione basata su stereotipi di stampo misogino, che si esprimono in violenze fisiche, verbali e psicologiche, ad esempio nell'ambito lavorativo dove la proprietà intellettuale non sempre viene tutelata.

Queste situazioni hanno generato in me, donna straniera, maggior consapevolezza della mia soggettivazione femminile e dell'importanza di creare reti affettive e politiche tra donne; mi sono così sommata a chi mette in atto pratiche di resistenza quotidiane e lotta per i diritti del nostro genere. 

Come sei arrivata a sviluppare il progetto CASA AZUL?
CASA AZUL è una ricerca socio-visuale iniziata nel 2016 che narra la vita di cinque donne trans - Alejandra, America, Frida, Gabi e Martina - imprigionate nel penitenziario maschile di Città del Messico. In questo paese, tra il 2007 e il 2015, 283 donne trans sono state uccise: i crimini di trans-fobia aumentano ogni anno e sono sempre più brutali.

Il lavoro con la sociologa Choé Constant mi ha spinto a chiedermi come rendere le sue ricerche di dominio pubblico, quindi interessanti anche a chi non fa parte dell'ambiente accademico. Così, abbiamo scelto la fotografia e la registrazione audio come media per raccontare queste storie di vita, accostando l'espressione artistica alla ricerca sociologica.

Lʼanima del progetto consiste nel raccontare, attraverso un parallelismo con le scienze biologiche e la descrizione della cellula - la più piccola struttura a essere classificabile come vivente - il processo di costruzione dʼidentità allʼinterno di una società discriminante e le pratiche corporali di persone considerate doppiamente abbiette per la loro identità e per lo stato di prigionia. Essendo le detenute e i detenuti obbligati a vestirsi d'azzurro, il soprannome del carcere è diventato la "Casa Azzurra"; così ho deciso di postprodurre le immagini scattate tra le sue pareti con un filtro azzurro, e solo successivamente mi sono avvicinata alla cianotipia, antico metodo di stampa fotografica caratterizzato dal colore blu di Prussia..

Fotografare delle detenute presenta numerose difficoltà sia emotivamente sia, a livello più pragmatico, burocraticamente. Quali sono gli ostacoli più complessi che hai dovuto affrontare per scattare la serie CASA AZUL?
Abbiamo chiesto il permesso per entrare in carcere nell'ottobre del 2015; dopo esserci stato rifiutato per tre volte, nell'agosto del 2016 abbiamo finalmente ottenuto l'autorizzazione a poter entrare in dieci giorni diversi per un totale di 30 ore, di cui solo 5 con la macchina fotografica. Il carcere ci aveva assicurato che avrebbe informato del nostro arrivo le detenute interessate, ma così non è stato: siamo state noi ad andare a cercarle. È così che abbiamo conosciuto Frida e Martina, appoggiate a una ringhiera nella palestra del carcere.

L'autorizzazione specificava che si sarebbero realizzati dei ritratti contestualizzati, ma arrivato il momento di scattare siamo state avvisate che non saremmo potute uscire dalla stanza, che avremmo avuto un poliziotto dentro e che non sarebbe stato possibile fotografare i volti. Con il pretesto che era un lavoro tra sole donne, il poliziotto rimase fuori dalla porta e io iniziai a scattare questi corpi di spalle, cercando quell'ambiguità tra un corpo di fattezze mascoline e atteggiamenti stereotipati femminili. Dopo aver parlato con la sezione per i Diritti Umani abbiamo scoperto di poter fotografare anche i volti e, ispirata alle foto segnaletiche elaborate a fine '800 dal criminologo Alphonse Bertillon, iniziai a scattare.

Nonostante l'esperienza della Constant, è stato un lavoro emotivamente complesso: non si può passare totalmente indenni a racconti di violenza, discriminazione e omicidio; sono storie che innescano un meccanismo di difesa verso l'essere umano stesso, non solo in chi le subisce, ma anche in chi le ascolta e le processa.

So che hai intenzione di pubblicare un libro fotografico incentrato sulla condizione delle donne transessuali nei carceri messicani. Perché hai scelto questo progetto per la tua prima pubblicazione?
Nel libro si partirà dal caso specifico per giungere a una riflessione più ampia sul concetto di uguaglianza biologica e di carcere come metafora di una società fondata sul binarismo maschio/femmina, che inibisce la concettualizzazione di altri generi o il riconoscimento del diritto all'indeterminatezza di genere. Paradossalmente, due delle protagoniste hanno completato il loro processo di trasformazione all'interno del carcere, dove dichiarano di sentirsi più libere perché non subiscono il giudizio delle famiglie cattoliche. La domanda a un certo punto è quindi: "qual è il vero carcere?". Prendo appunti su un taccuino durante lo sviluppo di tutti i miei progetti, mi piace previsualizzare la forma che sento più idonea per la diffusione del mio lavoro, questo mi permette di essere più concentrata quando scatto.

La costante che lega i tuoi lavori sembra essere una forte connotazione politica e sociale del tema trattato, che non esclude però una forte sensibilità per chi si trova davanti al tuo obiettivo. Come riesci a unire soggettività e oggettività nelle tue immagini?
La fotografia è la rappresentazione di una scena reale, ma non potrà mai essere letterale per i limiti del mezzo stesso e per la selettività dell'inquadratura, strettamente correlata all'intenzione dell'autore o del committente. Come dice Susan Sontag, "Fotografare è conferire importanza"; la fotografia documentaria è una rappresentazione di una condizione reale fatta da un fotografo con il proposito di comunicare e/o commentare un qualcosa da lui ritenuto importante. Questa volontà implica un ruolo attivo del fotografo, che di per sé non può essere totalmente oggettivo. Il documento fotografico per me resta un'opinione e la stessa interpretazione implica aspetti di forma e contenuto, che mescolano elementi oggettivi con interpretazioni soggettive. Ad esempio, ho deciso di evocare la violenza subita dalle donne di CASA AZUL attraverso il processo di stampa, con le macchie dei chimici restanti sulle cianotipie e con la ruvidezza della carta scelta.

Sebbene i temi trattati siano spesso di stampo politico/sociale, il mio lavoro esula dalla militanza, ciò che desidero realmente è che i progetti creino un movimento costituito da riflessioni proprie, mostrando la dignità di qualsiasi stato umano. Per questo le stesse donne da me ritratte sono detenute per omicidio o furto aggravato, ma ho deciso di focalizzarmi sulle pratiche corporali assunte per riaffermare il loro stato di donne in un ambiente mascolino.

Altro concetto ricorrente è la costruzione d'identità. In che modo la fotografia può essere un medium d'analisi del processo identitario?
Più che alla costruzione d'identità, mi sono accorta di interessarmi, a volte inconsciamente, alle pratiche di resistenza identitaria. La mia generazione è stata privata della sua identità culturale e distorce il concetto di libertà, confondendolo con l'egoismo. La globalizzazione ha però portato anche alla circolazione di pensieri nuovi, a volte lontani dal nostro sistema culturale, permettendoci di mettere in discussione chi siamo, o meglio chi sentiamo di essere.

Sono affascinata dalle storie di persone che credono tanto nella propria identità da lottare anche in condizioni totalmente avverse, per affermarsi e autodeterminarsi. CASA AZUL ne è un esempio: in un ambiente dove sorge naturale pensare che la sopravvivenza sia veicolata dall'espressione di virilità, troviamo uomini trasformati in donne che nel semplice gesto di piegarsi ogni mattina le ciglia con un cucchiaio da cucina preso dalla mensa stanno difendendo la loro identità di genere.

Quale consiglio daresti ai giovani creativi che vogliono intraprendere una carriera nel mondo della fotografia?
Arrivo da una formazione artistica: ho iniziato a 5 anni danza classica, passione che per 15 anni non ho mai abbandonato; all'università ho studiato storia dell'arte, riconduco ogni mio cambio di riflessione artistica alla visita di una mostra, dalle installazione alla Fondazione Cartier a Parigi ai dipinti del Veronese o di Tiziano nelle chiese veneziane. Leggo molto: spazio dai racconti fantascientifici di Vonnegut ai manuali di biologia, focalizzando l'attenzione sulla logica del racconto.

Questo è il consiglio: crearsi un bagaglio artistico e culturale multidisciplinare, per non mancare mai di spunti d'ispirazione, per mettersi in discussione e confrontarsi con le arti che ci hanno preceduto.

Importantissimo è anche fare comunità: in Messico ho imparato l'importanza dell'aggregarsi e della condivisione, perché la verbalizzazione e il confronto sono fondamentali per lo sviluppo dei propri progetti, senza timore. Importante è unirsi tra fotografi, ma anche con altre figure lavorative, sociologi, scienziati, avvocati, ecc… che pare esulino dal nostro lavoro, ma possono essere in realtà occasioni importanti per intraprendere vie di espressione sperimentali. Ultimo consiglio: farsi firmare i contratti.

Crediti


Testo Amanda Margiaria
Fotografia Giulia Iacolutti

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