vi presentiamo il giovane designer lorenzo milanoli

Tra i nuovi volti della moda milanese spicca Lorenzo, giovane stilista che con la sua collezione SUBJECTIVE MADNESS ha stupito gli spettatori della sfilata riservata ai migliori laureati dello IED

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lug 10 2017, 1:32pm

Lorenzo Milanoli (Vercelli, 1995) è uno dei giovani talenti neo-diplomati dello IED Moda di Milano che hanno avuto l'occasione di presentare la loro collezione all'evento-sfilata dal titolo La Forma (In) Finita, tenutasi lo scorso 20 giugno nella straordinaria location del belvedere del Pirellone, proponendo i lavori realizzati nell'anno accademico 2016-17 dagli studenti migliori del corso. I capi e gli accessori che formano la collezione intitolata SUBJECTIVE MADNESS sono il frutto della ricerca svolta dal designer attorno al tema della follia e dalle suggestioni visive ed espressive di artisti contemporanei come lo svedese Patrik Evereus e il libanese Naji Chalhoub. Accanto a questi spunti Milanoli ha intrapreso un'esperienza in prima persona frequentando una comunità di recupero sociale per persone colpite da varie disabilità fisiche e mentali e il loro reinserimento nel mondo del lavoro. Ma c'è molto di più: nel lavoro di Milanoli confluiscono interessi solo in apparenza distanti come l'insiemistica, la street culture e un'idea di moda come arte relazionale, come ci spiega in questa intervista.

Come nasce il titolo della tua collezione; SUBJECTIVE MADNESS?
Il nome nasce dal bisogno di rappresentare in maniera letterale l'intero progetto, con tutte le componenti da esso derivate, dalla ricerca iniziale allo sviluppo fino al prodotto finito, creando una coerenza e un legame inscindibile tra titolo e collezione, quasi fosse un nome proprio di persona.

Come sei entrato in contatto con queste realtà che racconti? L'alterazione dei rapporti sociali e l'emarginazione rappresentano per te delle chance creative?
Ho deciso di entrare in contatto con questa realtà per uscire dai canoni sociali comuni, che spesso trovo ripetitivi e privi di significati profondi. Grazie ad un amico di famiglia, il direttore dell'Onlus "La Cometa", centro di sostegno e di reinserimento nel mondo del lavoro, ho avuto questa occasione di incontrare diverse personalità e un mondo parallelo con il quale voglio creare un legame duraturo e costruttivo nel tempo.

Che ruolo ha avuto questa esperienza di ricerca, atipica per un designer, al fine della realizzazione del tuo progetto?
Passare una giornata all'interno di tale comunità è una delle cose più costruttive che abbia mai fatto; le sensazioni sono altalenanti, le ispirazioni molteplici e ogni elemento e conversazione mi riportano a profonde riflessioni personali, difficili da riportare… L'unico rimpianto che ho è quello di non aver approcciato precedentemente questa tematica, ma in fondo penso sia giusto esserci entrato con cautela, rispetto e umiltà.

Nella collezione convivono l'immaginario streetwear con i suoi codici e segni urbani, che sono sotto gli occhi di tutti, poi c'è questo racconto intimo, mentale, di figure alienate. Come ti sei orientato tra queste polarità?
All'interno della collezione convivono due sfere contrastanti: da una parte l'immaginario streetwear, con i suoi fit oversize e materiali tecnici in contrapposizione a cotoni e velluti che stridono e creano una sorta di incoerenza esplicita, dall'altra il sottile quanto forte messaggio che talvolta si mostra e talvolta rimane implicito. Il collante di tutto sono le grafiche sviluppate da Naji Chalhoub e Patrik Evereus. Ogni opera è una libera interpretazione e una confessione indiretta reale sulla vita di persone che stanno affrontando un percorso all'interno della Onlus, le quali hanno partecipato attivamente alla creazione dell'estetica della collezione creando e fornendo le loro opere.

Un tratto distintivo delle cose che fai è quella delle collaborazioni, per realizzare SUBJECTIVE MADNESS oltre agli artisti di cui ci hai già parlato hai intrecciato collaborazioni molteplici per la realizzazione tecnica dei vari capi e persino degli accessori. Che valore ha per te questo aspetto?
Per me è essenziale. Quando terminavo la ricerca, l'unico limite che percepivo era quello della produzione; i giovani designer spesso devono andare in negozi privati per scegliere i tessuti, con una selezione standard e limitata… Questo spesso indebolisce il prodotto finito. Allora ho cercato da subito di allacciare relazioni con aziende leader (Limonta per i tecnici, Redaelli per i velluti e Canclini per la camiceria) per realizzare un prodotto curato nei minimi dettagli. Gli accessori invece sono nati dalla collaborazione con Super by Retrosuperfuture -occhiali- e con Rombaut -scarpe. Il loro supporto è stato fondamentale… hanno permesso di definire meglio il mio immaginario rendendo il tutto ancora più profondo e speciale.

SUBJECTIVE MADNESS è anche il tuo progetto della tesi triennale, il tutor che ti ha seguito è Andrea Pompilio: cosa hai imparato principalmente da questo scambio?
Osservavo le collezioni di Andrea dalla menswear FW 14, per me erano un loop quotidiano! Una caratteristica che ho sempre apprezzato nel suo lavoro, e nella quale mi riconosco, è l'equilibrio, il suo alternare tagli sartoriali a forme più casual.

Se penso al lavoro di Pompilio, nella sua produzione il colore gioca un ruolo fondamentale. Anche nel tuo ci sono delle cromie molto decise: al di là del tuo gusto gli hai attribuito un valore simbolico? Come li hai definiti?
Certamente, la scala cromatica è protagonista della mia produzione ed è carica di valore simbolico. Ogni outfit con i suoi relativi colori è rappresentazione di uno stato d'animo, un'esperienza passata o di un accaduto; l'aspetto interessante è che il colore non è come una parola, una scritta, una dichiarazione, è piuttosto uno spazio più ampio di riflessione, in cui il fruitore finale è libero di dar sfogo alla sua mente e darne una personale interpretazione.

A che tipo di personalità, professioni o figure t'immagini in relazione con i tuoi capi? Chi vorresti vestire?
Non vorrei categorizzare figure precise, vorrei che la collezione parlasse da sé. Nonostante abbia delle sfumature sottoculturali giovanili, SUBJECTIVE MADNESS è di tutti, al servizio e al libero utilizzo di chiunque.

A questo proposito, com'è avvenuto il casting e la scelta della location per lo shooting che accompagna il tuo progetto di tesi?
Lo shooting è ambientato all'interno dell'ex ospedale Bertagnetta, struttura ormai fatiscente del vercellese, quasi interamente avvolta dalla vegetazione, che sembra voglia nasconderne i relativi segreti e misteri. Lo street casting ha portato alla scelta di un solo modello, Rufus, anche mio caro amico. Su di lui non abbiamo fatto né hair styling né make up. Le foto e il video sono di Edoardo Trombin e la traccia techno del mio amico Luca Castigliano.

Quali sono i primi tre Instagram che controlli al mattino?
Non ho delle visite abituali ma mi piacciono @avant.arte, @artbasel e @love.watts che in un certo senso m'ispirano e mi distolgono da un ambito troppo moda.

Se la tua collezione fosse un album o una playlist?
Sarebbe una stridente collaborazione tra Ludovico Einaudi e Gesaffelstein, con i loro album "Elements" e "Aleph".

E ora?
Ora sono immerso in una marea di sensazioni… ma penso anche al futuro!