il miglior esempio di moda politica? quella di alexander mcqueen

Ovvero, quando la moda diventa critica sociale, politica, identitaria e culturale.

di Osman Ahmed
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09 ottobre 2019, 12:29pm

Questo articolo è apparso in versione cartacea sul numero di i-D The Post Truth Truth Issue, numero 357, Autunno 2019

Ultimamente c’è una confusa aria di nostalgia in Gran Bretagna, una chimera a tinte rosee di ciò che ha reso la Britannia così Great. Per i molti che hanno votato per uscire dall’Unione Europea, specialmente nelle cittadine rurali dove la produzione inglese (e di conseguenza, l'occupazione inglese) versa in condizioni sempre peggiori ormai da decenni, la questione si risolve in un guardare verso il passato con rabbia e con la pretesa di rivendicare qualcosa. Il classico "prima era meglio." Sono sopratutto le generazioni più in là con l’età a che ripensano ai giorni in cui la Britannia (Inghilterra, veramente) veniva misurata in piedi e iarde. Quando quel grande Impero apparteneva solamente a loro. Li sentirai dire che rivogliono indietro la loro Inghilterra. Rivogliono i tempi in cui si sentivano al sicuro tra le bianche facce dei partecipanti alle fiere di campagna, in cui bevevano thè Tetley invece di lattes al latte di avena, il tempo del doppio spazio dopo il punto a fine frase, quando ridevano a crepapelle davanti allo humor troppo teatrale dei film come Carry On, il tempo in cui il giornale della mattina arrivava con un bel paio di tette in terza pagina.

Abbiamo reso l’idea. Il fatto è che questa non è l’Inghilterra moderna, e nemmeno una realtà moderna. E non è sicuramente una visione amorevole e mielosa di chi è ancora oggi marginalizzato o oppresso dai rispettosissimi anglosassoni. È quindi questo un momento alquanto strano per considerare anche solo un accenno di nostalgia, sopratutto perché è un momento piuttosto strano per diventare dei così ferventi patrioti. Le Union Jack non sono mai apparse così regressive e aggressive. Anche la sartoria tradizionale inglese, rinomata e adorata dal resto del mondo—con le sue giacche da caccia cerate, i trench, i completi di Savile Row e i mod di Carnaby Street—improvvisamente sembra qualcosa di altri tempi. E, in un momento in cui tanti si vergognano di essere inglesi, questi simboli di patriottismo sembrano l’antitesi dell’Inghilterra multiculturale che noi tutti conosciamo.

Sarah Burton ha ripreso proprio questa narrazione per l’ultima sfilata di Alexander McQueen. Come scenografia un capannone parigino completamente inutilizzato da lungo tempo e trasformato per l'occasione in una fabbrica dell’Inghilterra rurale in un’ode al paese natio. Questo avrebbe potuto mettere molte persone in una posizione scomoda, ma non è stato così, perché ad accogliere gli inviati alla sfilata c'era un'idea di casa estremamente personale, nonostante la Gran Bretagna sia più divisa che mai sulle sue sorti future, oltre che nelle mani di politici arcaici e antiquati. La sua collezione riguardava la manifattura e i tessuti inglesi, ma non era nostalgica verso qualcosa che non è mai esistito, e nemmeno patriottica rispetto a un orgoglio o un passato nazionale. Al contrario, intrecciava un tessuto intrinsecamente personale e un’immagine di come l’artigianalità possa essere imbevuta di sentimenti e ottimismo. Come Lee McQueen prima di lei, raccontava una storia di come il passato era allora, rubandone dei pezzi per creare un’immagine progressiva del futuro.

Prima di iniziare a lavorare a una nuova collezione, Sarah porta il suo team di maglieria a fare una gita per vedere dal vivo le reference su cui svilupperanno in seguito i capi, invece che fare uno sterile copia-incolla di immagini su un moodboard. Burton è cresciuta a Macclesfield, cittadina a pochi chilometri da Manchester circondata da quelle fabbriche e mulini in cui vengono creati i tradizionali tessuti inglesi. E per la S/S 2020 ha scelto come meta proprio la zona in cui è nata e cresciuta. "Tutti noi viviamo in città ormai, quindi abbiamo lavorato sul concetto di fuga," ha spiegato. "C’entra il fatto che siamo così immersi nella metropoli che la natura diventa un’armatura con cui difendersi dalla contemporaneità. Un’armatura piena di senso di realtà e di autenticità."

Autenticità è una parola satura, ma nel suo caso non potrebbe essere più adatta. Non troverai Sarah su Instagram, sul red carpet o alle feste. Non rilascia nemmeno tante interviste ed è una delle pochissime donne ad essere a capo di una casa di moda da oltre un decennio. Al centro del suo progetto sta l’amore del fare che permea ogni singolo aspetto del suo lavoro di senso, significato e profondità.

Dai campi irregolari che caratterizzano la campagna inglese al frastuono delle strutture manifatturiere, tutto ciò in cui lei e il suo team si sono imbattuti ha in qualche modo ispirato la collezione. Una tazza di caffè ripiena di licci, che ha trovato Sarah, è diventata l’ispirazione per un abito a colonna arricchito da lustrini tagliati a laser per evocare la sua costruzione. Mentre scivolava sulla passerella, riproduceva il ritmo regolare del telaio. Il team ha anche scoperto le storie delle suffragette local, e le loro fasce verdi e lilla sono diventate drappeggi di catene e pelle borchiata. Vecchie foto di punk nelle piazze del villaggio, con le loro giacche di pelle, sono state combinate a quelle delle regine delle rose; le ragazze in abiti di seta che guidavano le processioni di primavera con fiori nei capelli. Se guardate da vicino i corsetti degli abiti da sera, vedrete dei ricami che rimandano agli uccelli che simboleggiano il Nord; il gufo di Leeds, il gabbiano di Blackpool, il cormorano di Liverpool.

In un momento di divisione, questa è stata un'espressione di unità tanto forte quanto semplice, che ha trasmesso l'idea per cui i vestiti possano offrire un senso di protezione e che l’artigianato possa creare un senso di comunità. Il banale diventa bellezza, il mondano diventa interessante e spettacolare. E un casting eterogeneo per etnie, forme ed età esprimeva un’idea moderna della tradizione britannica, una rivisitazione contemporanea della Rosa Inglese. Armour è stata la parola che Sarah ha continuato a ripetere. Il suo credo nella forza e nella sensibilità, nel diritto di essere femminile e mascolino e qualsiasi cosa a metà tra i due.Tutto questo è infuso in ogni cosa che lei crea, come lo era per Lee McQueen prima di lei.

Centrale in questa filosofia è una sartoria scultorea, espressa in maniche di satin color magenta a forma di rose oppure come un drammatico sellino Vittoriano. "Visto che vengo dal nord, e visto che la sartoria è inerente in ogni singola cosa fatta da McQueen, per me tutto è incentrato su questa." ha commentato. Certamente, Lee McQueen ha iniziato a Savile Row, dove ha fatto da apprendista e ha imparato a tagliare una giacca con precisione clinica. Quando la ventunenne Sarah Burton lo ha affiancato nel 1996, mentre era in stage curriculare dall’Università Central Saint Martins, tutto era ancora fatto nello studio di Hoxton dalla manciata di collaboratori del suo brand ancora alle prime armi. Quell’approccio partecipativo definisce ancora il processo di quello che ora è un brand riconosciuto globalmente. “Una giacca, un vestito, sono la spina dorsale di ciò che indossiamo; è sempre un prodotto di sartoria,” ha continuato Sarah. “Volevo creare una sartoria spoglia di strati e abbellimenti, pura nella sua bellezza."

Gli abiti scolpiti nella taffeta, che lei descrive come "un’esplosione di rose," sono stati in qualche modo creati da singoli fogli di tessuto, nonostante le proporzioni Elisabettiane e le balze intricate; un riferimento alla Guerra delle due Rose, accaduta in un momento in cui l’Inghilterra era in guerra con se stessa, e alla White Rose di York, ma anche alla Red Rose di Lancaster. I tempi sono diversi, ma i sentimenti restano quelli.

La moda ha una strana predilezione per cercare conforto nella bellezza, distraendosi dalle malinconie con cose carine e luccicanti. Potrebbe sembrare strano, naïve forse, pensare che il romanticismo possa essere l’antidoto per questo mondo impazzato, in cui una mozione anti-scelta sta avendo la meglio, dove i bambini sono tenuti in gabbie e Trump è ancora al potere. Invece, in qualche modo, una così sentita espressione di bellezza, radicata in qualcosa di così personale, è un’affermazione della grande qualità della moda di trasportarci in altri luoghi. L’enfasi di Burton sull’artigianato inglese non è assolutamente un’arrogante sfilza di ciò che era, ma una presentazione molto intima di quanto possa essere potente oggi il tocco umano. È un’allarme per ricordare che le cose più importanti non sono perse, devono solo evolvere con il tempo.

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Look completo Alexander McQueen.
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Look completo Alexander McQueen.
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Look completo Alexander McQueen.
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Look completo Alexander McQueen.
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Look completo Alexander McQueen.
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Short Jos A.Bank. Cravatta vintage di Early Halloween, NYC. Tutti gli altri capi Alexander McQueen.
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Look completo Alexander McQueen.
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Look completo Alexander McQueen.
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Look completo Alexander McQueen.

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Crediti

Fotografia Daniel Jackson.
Styling Carlos Nazario.

Capelli Mustafa Yanaz di Art+Commerce per Matrix.
Trucco Kanako Takase di Streeters con prodotti Addiction.
Unghie Honey Exposure NY con prodotti CHANEL Beauty.
Set design Gerard Santos di Walter Schupfer Management.
Assistenti alla Fotografia Jeffrey Pearson, Tyler Kufs e Nate Margolis.
Assistenti Styling Raymond Gee, Samantha Marinos e Niambi Moore.
Sarto Thao Huynh.
Assistenti Capelli Nastya Millyaeva e Beth Shanefelter.
Assistente Trucco Kuma.
Assistente Set design Beau Bourgeois e Johny Sackzo.
Direttore Casting Samuel Ellis Scheinman di DMCASTING.

Modelle Binx Walton e Anok Yai per Next

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Ed ecco il meglio di Lee McQueen x i-D:

Questo articolo è apparso originariamente su i-D UK

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