Immagini courtesy di Simon Burstall

I rave australiani degli anni '90 erano un paradiso illegale che non vogliamo dimenticare

"Non credo che potrebbe accadere qualcosa di simile ora. È un peccato, ma davvero credo che non potrebbe accadere."

di Erica Euse
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26 marzo 2020, 11:51am

Immagini courtesy di Simon Burstall

Simon Burstall aveva 16 anni quando ha iniziato a fotografare la scena rave di Sydney, Australia. Armati di macchina fotografica, ogni sabato notte lui e i suoi amici si stipavano nella macchina della madre, direzione: la zona industriale, dove nei capannoni abbandonati si organizzavano rave da paura.

Erano i primi anni '90, e i giovani improvvisavano feste, in cui i loro corpi illuminati da laser ballavano fino all'alba inoltrata. Quando le casse smettevano di pompare, la gente si dileguava nei parcheggi, pronta a tornare a casa. Lì Simon li fotografava. Erano ragazzini in jeans larghi, felpe usate e sneaker FILA, esausti dopo 8, 10, 12 ore di rave.

“Ricordo come se fosse ieri che scattare quelle immagini era qualcosa di stupendo. Non sapevo nulla di messa a fuoco, profondità di campo, o cosa come l'f-stop e lo shutter speed... Sentivo solo che in quel momento dovevo fotografarli,” afferma Simon ad i-D, parlando al telefono dalla sua casa nell'upstate New York.

Ora, quasi 30 anni dopo, il 44enne ha radunato le sue foto, il suo diario personale e vecchi schedari per ‘93: Punching the Light, un libro che offre uno guardo intimo su un anno da giovane raver in una scena underground durata pochissimo, ma comunque indimenticabile.

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Come ti sei interessato alla fotografia?
Ho lasciato la scuola della mia zona, avevo un pò di problemi di comportamento. Non ero un ragazzo problematico, solamente non ero mai messo alla prova. Quindi mia mamma e mio papà un giorno mi dissero: “Abbiamo messo dei soldi da parte per te, se vuoi valutare altre opzioni." Così ho cambiato scuola, ho deciso di fare arte. Il mio insegnante di arte mi ha chiesto “Sai dipingere?” e io ho detto “No.” “Sai disegnare?” e ho detto “No.” Allora ha chiesto: “Bè, cos'è che sai fare?" E io ho risposto, “Faccio le foto ai miei amici.” Lui ha risposto, “Perfetto, ecco dei rullini. Vai a fare foto.”

E così che hai iniziato a fotografare i rave?
I rave erano la subcultura che intendevo fotografare. Mi piacevano moltissimo ed erano divertenti. Tutti sembravano così fighi, c'era tutto un processo dietro. Uscivamo per comprare i jeans più larghi e messi male che potevamo trovare, con delle camicie in poliestere che puzzavano tantissimo e poi i cardigan da signore anziano, quelli con le taschine. Era tutta una scena con cappelli, baggy jeans e scarpe FILA.

Ma com'era essere un giovane raver nella Sydney di inizio anni '90?
È stata una cosa che è passata in sordina. Nessuno lo sapeva, a meno che non ne facesse parte. Era un mondo piccolino, ma variegato. C'è stato solo dal '89 al '94. Ha preso davvero piede nel '91, però. Non credo che potrebbe accadere qualcosa di simile ora. È un peccato, ma davvero credo che non potrebbe accadere.

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Com'era il tuo weekend tipico?
Tutti venivano a casa mia per vestirsi e prepararsi e poi guidavamo verso il posto alle 4 di mattina. In quel momento la sicurezza se ne era già andata a casa, o almeno ci faceva pagare 5 dollari per l'ingresso, invece che 25. A 17 anni erano davvero un sacco di soldi. Stavamo in piedi a ballare per ore. Mia mamma e mio papà lo sapevano, ma non ne erano entusiasti. È stato un periodo magico.

Facevi le foto sempre al mattino, prima di tornare?
Non volevo essere indiscreto fotografando le persone mentre si divertivano. Non volevo che qualcuno dicesse: "Un flash mi ha appena accecato, sono le 7 di mattina." Facevo foto solo quando c'era abbastanza luce da non usare il flash. La mia macchina appariva sempre verso le prime ore del mattino, quindi. Un momento speciale, perché hai appena finito di sperimentare tutti gli up e i down della festa—spesso solo gli up, in realtà.

Cosa ti piaceva dei parcheggi?
I parcheggi erano interessanti perché erano il posto in cui le persone trovavano i loro amici e si radunavano prima di tornare a casa. Era dove si stava insieme, c'erano stereo che suonavano nei bagagliai delle macchine. Le persone facevano festa lì, così volevo fotografare più quel momento lì, piuttosto che fare le tipiche fotografie nel momento dei rave. Volevo che le foto fossero della comunità. Mi sentivo un insider in quel momento, non un intruso che fotografava qualcosa di distaccato.

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Puoi raccontarci di più di delle pagine di diario presenti all'interno del libro? Alcune non trattano specificamente dei rave, tipo quella che parla del tuo nuovo taglio di capelli.
È stato davvero difficile selezionarle. Quella del mio taglio di capelli? Che diavolo mi stava passando per al testa? Il fatto che io lo abbia scritto mi fa ancora strano. Non volevo parlare solamente delle droghe, perché non girava tutto attorno a quello, era tutto incentrato sulla connessione con le persone. Quella è l'adolescenza. E volevo rendere il progetto un resoconto delle difficoltà e dell'estasi di avere 16 o 17 anni.

Cosa ti ha ispirato a lanciare questo libro proprio ora?
Ho ritrovato delle fotografie su un vecchio hard drive, era erano le classiche di quel periodo che amavo molto. Ho pensato che dovessi riguardarle perché gli anni '90 stavano tornando di moda. Questo era tre anni fa, e la moda non era per nulla vicina al punto in cui è ora. Visivamente, pensavo che questo sarebbe tornato di moda. E per una decade, questa roba era abbandonata nella mia stanza nella casa dei miei, in uno zaino, su uno scaffale.

Che effetto ha fatto rimetterlo insieme vent'anni dopo?

Non pensavo sarebbe stato così difficile. Ti dimentichi quante emozioni sono trattenute dentro quegli oggetti. L'ho trovato davvero difficile.

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Questo articolo è apparso originariamente su i-D US

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