fashion system e sostenibilità: ne parliamo insieme agli studenti ied

Abbiamo intervistato gli studenti dello IED che hanno partecipato a "Fa/Re—Being Cool is Nothing New", il progetto all'insegna del riuso al via oggi a Milano.

di Jacopo Bedussi
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18 settembre 2019, 8:49am

Inizia oggi la tre giorni di Fa/Re presso lo Spazio Teatro della sede di IED Moda Milano (via Pompeo Leoni 3), evento di cui noi di i-D siamo partner ufficiali insieme a Levi's. Nato attorno un'esigenza di sostenibilità del fashion system, riuso, sperimentazione e creatività consapevole (tutte le informazioni qui), ma senza la retorica fatta di peace and love e abiti che sembrano sacchi di iuta con due buchi per le braccia.

Abbiamo intervistato i ragazzi che hanno dato nuova vita a capi, suoni e immagini, in un'immersione di consapevolezza punk e do it yourself e che nel manifesto di questo evento interattivo elogiano "l'estetica dello strappo, del buco, dello sdrucito e dell'irripetibile" e ci spingono a essere "una performance vivente a costo zero."

Arianna Ablondi Pedretti, Fashion Designer

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“Da quando ho iniziato a studiare mi sono interessata al mondo dell’upcycling e della moda sostenibile, seguivo già il lavoro di Orsola De Castro e dopo aver visto The True Cost mi sono fissata con il costo della moda dal punto di vista sia ambientale che umano. In Fa/Re ho lavorato soprattutto alle fanzine, abbiamo fatto un lavoro più concettuale cercando di utilizzare tutti gli avanzi di lavorazione prodotti in IED.”

Come rendere il riutilizzo mainstream?
“Io non credo che il mondo della moda possa diventare a impatto veramente zero, la produzione e l’abbandono dei capi sono ancora elementi intrinseci alla stagionalità della moda. Però volevamo creare consapevolezza tra i più giovani, anche tra i più piccoli. L’industria deve inziare a muoversi in questa direzione, cercare soluzioni nel medio e lungo periodo.”

Quali sono i designer che secondo te fanno questa cosa nel modo migliore?
“Il mio preferito è Kevin Germanier, che riesce a veicolare la sostenibilità con una moda bold, super pop. Non si attiene a un’estetica tipicamente punk o all’estetica del brutto.”

Qual è la cosa pià figa di questo progetto?
“L’Upcycling, che è qualcosa di cui si parla ancora poco. Non è vintage, che è qualcosa di già figo, e non è vestiti usati tout court. È la possibilità di agire su dei capi normalissimi per renderlifighi attraverso tecniche, bleach, tinture, tagli.”

Quando inizierai a lavorare concretamente quale sarà la prima cosa a cui ti dedicherai?
“Sicuramente la trasparenza, sapere chi e come ha prodotto i capi che disegno. C’è bisogno di consapevolezza”

Veikko Seppälä, Fashion Designer

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Ho parecipato a Fa/Re perché sono sempre stato appassionato di Upcycling, semplicemente perché ho sempre voluto essere speciale, e quando ‘ero giovane’ a Helsinki non c’era una grande offerta di marchi diversi, quindi per forza dovevi modificare quel che trovavi. Questo poi è stato fomentato da un profondo odio per il fast fashion, perché essendo una persona molto parsimoniosa trovo disgustoso che vengano prodotte cose che non durano e che non possono essere rigenerate, che sono fatte in modo poco etico e che sono anche brutte.”

Quando hai iniziato chi erano le tue figure di riferimento?
“Se parliamo di quando ero molto giovane mi ispiravo principalmente agli artisti Visual Kei giapponesi, in cui c’era quello stile che io chiamo ‘tutto tranne il lavandino della cucina’ in cui attaccavi tutto quello che trovavi sui capi, mille passamanerie, pizzi, whatever che quando stai iniziando a cucire è un ottimo approccio, che ti porta anche a capire i limiti della macchina da cucire. Da lì poi ho conosciuto Vivienne Westwood e il suo lavoro.”

Come si può inserire la sostenibilità a un livello che sia proficuo anche per le aziende secondo te?
“Non per fare la moglie di Mao Tze Tung, ma è proprio il profitto il problema. Produrre quantità enormi di una cosa qualsiasi sapendo che non è necessario è il problema di tutta la situazione in cui ci troviamo ora. E così il consumismo dei clienti. Non è colpa dei produttori o dei consumatori, è un problema sistemico, c’è un disequilibrio. Ed è questo il motivo per cui non abbiamo cose belle, perché le cose belle non possono vendere così tanto.”

Cosa intendi per cose belle?
“In realtà ci sono anche cose brutte che possono essere belle, ma per esserlo devono essere davvero davvero brutte, non semplicemente fatte male. Delle magliette che trovi al mercato con delle stampe assurde, in Finlandia ne trovi tante con scritto tipo ‘Mamma dell’anno!’ e quando la vedo penso ‘la voglio!’ perché in effetti io sono la mamma dell’anno”.

Manuel Malavasi, Fashion Designer

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“Mi è sempre piaciuto giocare con i capi, anche prima di studiare moda. Spesso prendo capi vecchi che non uso più, li distruggo e tiro fuori una cosa nuova. Quindi l’idea di creare qualcosa di nuovo, di inventare in modo utile è nella mia indole”.

Il tuo approccio ai capi è molto materico, di trasformazione dei materiali piuttosto che decorativo, da dove viene?
“Non saprei dirti, ho un approccio primitivo. Non penso tanto, prendo i capi e sperimento.”

Qual è il tuo immaginario di riferimento?

“La prima sottocultura a cui mi sono avvicinato è l’hip hop, per la sua libertà. E poi il punk rock, per l’estetica, ma venendo da una provincia lontanissima da questo mondo era difficile risalire alle fonti, a quello ci sono arrivato dopo. Ma la mia estetica viene da lì.”

Come pensi che i temi di Fa/Re possano entrare nella tua produzione una volta che inizierai a lavorare?
“Ho sempre immaginato di creare una seconda linea con gli scarti di una prima linea. Cioè evitare gli sprechi ma reinserire tutto in una linea di produzione reale e vendibile. Puntare sempre allo spreco zero.”

Giuliana Lo Presti, Fotografa

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Di Fa/Re mi sono occupata principalmente della parte social e della creazione dei contenuti, ci tenevamo a documentare tutti i materiali e gli oggetti che siamo riusciti a raccogliere e a raccontarne i cambiamenti, le manipolazioni, le trasformazioni. Volevamo raccontarne la storia.”

Cosa ti ha colpito di Fa/Re?
“Per me era importante l’estetica che sta attorno al mondo della sostenibilità, volevo lavorare per renderla più contemporanea, più affascinante. Inserendo nella rappresentazione la stessa attenzione che viene messa nel lavoro effettuato sui capi”

Pensi che possa esistere un’economia dell’immagine? Un modo per essere più consapevoli nella produzione delle immagini che creiamo tutti i giorni?
“Tutti abbiamo un enorme archivio di immagini, infinite quantità di dati che non consultiamo mai. È interessante andare a rivederlo e scoprire cose che non avevamo notato, e fare ordine. Quello che sembra un archivio è spesso uno spreco di memoria, in tutti i sensi. In fin dei conti noi ricordiamo solo le immagini che preferiamo, io consiglio di rivedere anche il resto, per cambiare prospettiva sul proprio lavoro, o suoi propri ricordi.”

Francesca Guidi e Riccardo Santalucia, Fashion Communication e Fashion Styling

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FG: “Ho partecipato a Fa/Re perché per quanto sia un argomento di cui si parla molto non sapevamo nel concreto cosa si potesse o non si potesse fare”
RS: “Il mio interesse nasce dal mio piccolo bagaglio da stylist, per me gli anni ’90 sono stati il momento più creativo nella storia della moda, e mi confronto sempre con quel mondo, quindi poter ridare vita a capi ‘vecchi’ fa parte quotidianamente della mia ricerca”

Come può lo styling influire sulla vita di un capo?
“Può e deve. Per noi giovani è inevitabile ripescare dal passato, è alla base dello styling avere più reference possibili, da tempi diversi e mondi diversi.”

Quali sono le vostre reference?
“Due nomi, uno stylist e una designer: Ray Petri e Vivienne Westwood.”

Virna Marchese, Stylist

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“In Fa/Re mi sono occupata della creazione delle fanzine, mi affascinava questo medium ‘antico’ che non è neutrale ma porta con sé un immaginario che ha a che fare con il lo-fi e con tutto ciò che non è lusso. Abbiamo fatto tutto a mano, attingendo a materiale che abbiamo trovato nella spazzatura e tra gli scarti della camera oscura dello IED. Abbiamo stampato su carta che viene dal fruttivendolo, sacchetti, quaderni di quando eravamo bambini.”

Qual è stato il problema principale in questo modo di lavorare che non appartiene più alla vostra generazione, dovendo tra l’altro cercare tra gli scarti e dovendo assemblare cose esistenti per crearne di nuove?
“Il problema principale era creare un racconto che avesse una sua coerenza. Poi a un certo punto abbiamo abbandonato l’idea di narratività e abbiamo iniziato a giocare. Nella mia fanza io lavoro principalmente col glitch perché la carta che volevo usare non poteva funzionare con una stampa precisa e da lì è venuto tutto il resto”.

Con la tua fanza cosa racconti?
“Volevo rendere chiaro a tutti che con un approccio autoriale gli scarti possono riottenere dignità. Nei testi spiego questo procedimento, è una fanzine che parla di se stessa. È stato un lavoro di selezione, accostamento, impaginazione durato più di due settimane.”

Riccardo Carbone, Fashion Marketing

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“In Fa/Re mi sono occupato della parte social e di documentazione del backstage del progetto. Abbiamo utilizzato tutto il materiale accumulato per il progetto e con un lavoro di fotografia e styling l’abbiamo trasformato in contenuti per un profilo Instagram che fosse il più completo possibile. Abbiamo ri-utilizzato il lavoro degli altri per un progetto dentro al progetto.”

Cosa ti hai spinto a imbarcarti in questa storia?

“Volevo approfondire la conoscenza del mondo dell’upcycling e capirne le dinamiche. È qualcosa di cui si parla molto, fortunatamente, forse mai se n’è parlato quanto in questo periodo storico, ma è sempre difficile capire come passare dall’astratto al concreto, e Fa/Re mi ha insegnato come ci siano cose che tutti possiamo fare.”

Com’è cambiata la tua visione dell’abbigliamento?

“Innanzitutto da totale profano ho scoperto come si fa la maglia con dei vecchi tessuti e le bacchette per il sushi e ho scoperto che si possono usare materiali che non associamo solitamente all’abbigliamento per intervenire sui capi e renderli cool.”

Tu seguendo il profilo social sarai tra quelli che lavoreranno attivamente durante l’evento, come pensi di raccontarlo su Instagram?

“Vorrei cercare il più possibile l’interazione con i visitatori, scambiare opinioni e sentire cos’hanno da chiedere o da dire. Renderli personaggi attivi del nostro progetto, che è fatto per dare consapevolezza non solo per mostrare cosa abbiamo fatto in questi mesi.”

Laura Maggiore, Fotografa

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“Ho parecipato a Fa/Re perché non so niente di moda e cercavo un progetto che mi avvicinasse a questo mondo ancora sconosciuto, dato anche che la sostenibilità a livello generale è qualcosa che mi sta a cuore e approfondire il discorso moda è stato estremamente interessante.”

Come avete lavorato fotograficamente su questo progetto?
“Abbiamo voluto dare dignità e potenza ai capi scattandoli come avremmo scattato un editoriale fashion.”

Voi siete gli organizzatori di questo evento ma potreste benissimo esserne il target, quale pensi sia la cosa più importante da trasmettere? “Vedendo il mio armadio sto già pensando a come posso riutilizzare cose che non indossavo da anni. Credo che questo sia il principale obiettivo da trasmettere anche a chi viene all’evento. Guadagnare consapevolezza e agire, subito, cambiando le proprie abitudini.”

Consapevolezza è una parola che è uscita spesso parlando anche con i tuoi colleghi, cosa intendi esattamente? “Intendo innanzitutto scegliere se comprare o no. E nel caso in cui si decida di farlo sapere cosa si sta comprando, da chi è stato prodotto e come, capire che i nostri soldi hanno il potere di influire sulle sorti del pianeta, sulle vite dei lavoratori, che ogni euro speso è una scelta che ha enormi conseguenze.”

Mattia Liciotti, Sound Designer

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“Il problema dell’inquinamento è qualcosa di cui si parla molto in questo momento e volevo approfondirlo”

Come avete lavorato sul riutilizzo dei suoni? Il vostro lavoro è stato uno dei più difficili perché avete lavorato su qualcosa di impalpabile.
“Il riutilizzo del suono si è sviluppato in 3 modi diversi. In una prima postazione abbiamo trasformato i capi usati in suoni, si tratta di un’installazione interattiva in cui viene analizzato il livello cromatico presente nei capi. C’è uno scanner che legge il capo e trasforma le informazioni in suoni. In una seconda postazione c’è un’analisi più ampia che legge i canali rgb di una superficie più grande, quindi le persone potranno muoversi e interagire tra loro e trasformare in suono piccoli gruppi di persone e i loro movimenti. L’ultima postazione lavora sul riutilizzo dei nastri magnetici delle vecchie audiocassette, cioè un metodo di riproduzione obsoleto. Abbiamo estratto i lettori delle cassette da vecchi walkman e abbiamo raccolto vecchi nastri, li abbiamo rimontati su una struttura costruita appositamente e tramite un sfotware permetteremo ai visitatori di suonare i nastri come fossero strumenti musicali.”

Esiste una sovraproduzione sonora equiparabile a quella che vediamo nell’industria dell’abbigliamento?
Esiste l’inquinamento acustico, quello che proviamo quando il nostro udito viene continuamente colpito da suoni che non cerchiamo, l’esempio più semplice è il traffico. Quindi in senso lato possiamo dire che l’eccessiva produzione di qualunque tipo si riflette in maniera ambientale anche a livello sonoro.

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Crediti


Fotografia di Giuliana Lo Presti, Laura Maggiore, Filippo Telaro e Cecilia Fornari

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