mara oscar cassiani, l'artista che unisce baccanali sardi e rave anni '90

L'abbiamo incontrata al termine della sua performance durante Digitalive 2019, dove ha vinto il primo premio grazie a un'esibizione che mixa mondi all'apparenza diversissimi, ma in realtà complementari.

di Antonella Di Biase
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16 ottobre 2019, 1:59pm

Erano le 10 di venerdì sera al Mattatoio di Roma, quando l'artista Mara Oscar Cassiani ha iniziato a ballare la techno insieme a un gruppo di ballerine giovanissime in sneaker, cappellini, tute Adidas e t-shirt con su scritto Support Your Local Girls Gang in una lingua misteriosa. In un contesto di bpm elevati con tanto di strobo, ossa, Red Bull e controller Traktor con pulsantoni colorati, sembrava di essere in una performance partecipativa in cui il pubblico ai lati della stanza sarebbe stato invitato a unirsi ai performer di lì a poco.

Così non è stato, ma “la techno, come dice Gigi D’Agostino, è la musica che unisce,” mi ha confermato poi Mara quando ci ho parlato. Spirit x Roma è la performance che ha permesso a Mara Oscar Cassiani, performer e internet artist, di vincere il primo premio all’edizione 2019 di Digitalive, la rassegna del Festival Romaeuropa di cui vi abbiamo già parlato qui, pochi giorni prima della sua apertura. Un lavoro già presentato in altri contesti internazionali—anche se assume forme di volta in volta diverse—che unisce le maschere vernacolari della tradizione sarda con i codici della rave culture anni novanta. Gli aspetti in comune sono lo spirito dionisiaco, il ballo, la condivisione, la perdita di identità e le sostanze.

Ho incontrato Mara subito dopo la performance, mentre stava ancora cercando di togliersi la tintura scura dalle guance, per parlare di segni, di contaminazioni rituali e dell’assoluta necessità del rave.

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Per un po’ ho sperato che ci avresti invitati tutti a unirci al cerchio magico.
A volte il pubblico decide di unirsi, non c’è un invito ufficiale. Al festival Santarcangelo, per esempio, è venuto fuori un delirio!

Quanto sono importanti per te la cultura rave e il clubbing?
Molto. La raveology fa parte della mia poetica. Quando studiavo teatro all’università e nelle grosse compagnie di ricerca non trovavo nessuno stimolo particolare. Poi ho approfondito materie come l’antropologia e l’etnografia, e mi sono resa conto che quello che facevo nei club era molto più reale e performativo di qualsiasi rappresentazione teatrale. Allora ho iniziato a orientare la mia ricerca in quella direzione, ma ci ho messo anni prima di guadagnarmi la fiducia di enti e curatori.

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E come mai?
Un po’ perché sono una delle pochissime donne di questo ambito in Italia, sono una specie di glitch in un sistema che premia principalmente i maschi. Un po’ perché i rave sono un argomento delicato: la politica li strumentalizza, l’opinione pubblica li strumentalizza, diventano subito oggetto di un gioco tra le parti. Per un lungo periodo ho dovuto fare una serie di lavori che nascondevano questo orientamento della mia ricerca. Ancora oggi, a volte, evito di scrivere “cocktail” nella scheda tecnica della performance perché ho paura di non essere presa sul serio.

Come nasce Spirit x Roma ?
Spirit è nato in un modo che non so se definire casuale. Ero nel nord della Francia, in una chiesa romanica, e stavo guardando la statua di una fonte battesimale che mi sembrava somigliare a un mamuthones, una maschera tipica del carnevale sardo. Proprio in quel momento ho guardato il cellulare e ho visto che mi stavano chiamando dalla Sardegna. Mi proponevano di fare un lavoro lì.

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E sei andata, ovviamente...
Sì, ho trascorso un periodo nella parte interna della regione, nella Barbagia, durante le feste tradizionali—carnevali baccanali che durano quasi due mesi, praticamente dei rave in cui tutti si ubriacano e ballano per giorni in un cerchio ipnotico chiamato ballo tondo. Se non bevi vino non puoi partecipare, è fondamentale per oltrepassare la barriera dei sensi, entrare nel flow di gruppo. Nella raveology, ovviamente, il vino è diventato droga, sballo, alcol, ma sono tutte cose che fanno parte di quei codici. È stato un viaggio fondamentale per avvalorare il senso rituale del clubbing come necessità umana, per riscoprire le sue radici pre-cristiane.

Questo viaggio in Sardegna è servito a creare anche materialmente la performance, oltre che concettualmente?
Diciamo che la coreografia è un mix tra la mia cultura e la loro. In tutta la prima parte di Spirit, quando indosso le maschere e i sonagli, ho inserito dei passi che richiamano i beat dei merdules e boes di Ottana e gli isshadores di Orgosolo—passi eseguiti da persone vestite di pelle che ballano in cerchio al ritmo delle campane e dei tamburi. Poi c’è un segmento in cui unisco passi delle origini della breakbeat alla loro rappresentazione tradizionale dell’uccisione dell’animale, a sua volta parte di alcuni carnevali. Anche le facce dipinte di scuro hanno un significato: sono un richiamo sia ai primi rave, in cui le persone nascondevano la propria identità, che ai riti sardi, dove coprirsi la faccia è parte della necessità di rompere gli schemi del quotidiano.

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E gli altri elementi che porti in scena, invece? Le ossa, le bevande energetiche, cosa rappresentano?
Tutte le ossa che porto in scena sono parte di una serie di segni, appartengono a un animale morto di vecchiaia. Sono lì perché sono un dono della comunità sarda, e rappresentano anche qualcosa di molto importante. Io vivo all’interno di certe community online come internet artist. Ho condiviso con gli altri alcune delle immagini e dei segni che ho trovato in Sardegna, e c’è stato un contagio immediato. Quei segni si sono rivelati qualcosa di innato, un richiamo profondo che deriva dal nostro DNA. Il Powerade e la Red Bull, infine, dimostrano come viene riempita oggi questa nostra esigenza di segni primari—il fulmine, il toro sono parte di un sistema capitalista.

Ultima cosa: in che lingua è la scritta sulle T-shirt che indossate in scena?
Ahahah… “Support Sas Feminas De Sa Gang Tua” è la traduzione di “Support Your Local Girls Gang” in una specie di sardenglish che ho inventato. Un altro dettaglio importante della performance, infatti, è che tutta la danza viene eseguita spesso con sole ragazze per spostare l’asta del rito patriarcale verso un nuovo matriarcato fluido.

Mi sembra sacrosanto.
Sì, girl power sempre!

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Crediti

Fotografia di Giada Spera su gentile concessione del festival Digitalive
Testo Antonella di Biase

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