Falsi, tarocchi, contraffatti: il mondo del bootleg è sempre stato sovversivo

Dietro l'appropriazione di un logo c'è molto, molto di più.

di Mahoro Seward
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07 febbraio 2020, 11:42am

Quando si parla di falsi, è inevitabile pensare al mondo della moda, o a quello dell'arte. Certamente, all'interno di queste due industrie i casi sono infiniti e ben documentati. Si narra di intere squadre legali che si scagliano senza scrupoli contro piccoli negozi a conduzione familiare, ma anche di maison di lusso che si appropriano dell'estetica tipica dei mercatini di oggetti contraffatti, sia quelli reali che quelli online, facendola propria.

Ma la storia della contraffazione, è, ovviamente, molto più complessa e densa di quanto uno creda. Più di un semplice atto di appropriazione di un logo per attirare il desiderio dei consumatori, molti falsari indipendenti hanno dimostrato che le loro opere possono mettere in discussione le modalità attraverso cui viene generato il desiderio, spingendoci a riflettere sui modi in cui possiamo intaccare i giochi di potere capitalisti, il concetto di privilegio e quello di esclusività.

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Citizens of Nowhere

“Le copie distruggono il concetto di gerarchia -- prendi qualcosa di esclusivo che appartiene ai pochi, e lo fai tuo," spiega Anastasiia Fedorova, la curatrice basata a Londra che sta dietro al progetto The Real Thing, una mostra che apre il 7 Febbraio a Londra e tocca la storia contemporanea degli oggetti contraffatti e dell'ossessione verso i brand. “È un processo strettamente politico," continua, "puoi davvero cambiare il significato di qualcosa e adattarlo alla tua comunità."

La mostra contiene esempi di riscatto, per esempio nel lavoro di giovani artisti come Roxman Gatt, che rende queer il simbolismo tipicamente mascolino dei logo delle macchine, o come per Akinola Davies Jr, che scatta delle campagne in cui degli hijabs finti Chanel sono i veri protagonisti.

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Ancuta-Sarcaby di Simonas Berukstis

Ma la mostra è molto più di un resoconto della più recente storia delle copie illegali. Ci invita a riflettere sulla relazione oscillante tra i brand e il concetto di identità: di come il branding influenzi profondamente la comprensione di noi stessi e del mondo che ci circonda; e di come, quando approcciata intelligentemente, la logica capitalista dei brand può essere sovvertita per ottenere un effetto molto potente.

Abbiamo parlato con la curatrice per sapere come si è interessata al concetto di contraffazione, di come si è approcciata alla selezione degli artisti, e del perché per lei siano così importanti un paio di pantaloni 'Versace'.

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Logomania (2019) di Hassan Kurbanbaev

Quand'è che hai incontrato per la prima volta dei falsi?
I pantaloni di 'Versace’ di mia mamma! Avevano questo lettering dorato ricamato sopra, che ricordava vagamente Versace. Guardandoli nuovamente, era chiaro che chi li aveva fatti non aveva nemmeno provato a renderli simili all'originale. Crescendo nella Russia post-Sovietica, mi ricordo che vedevo marchi dappertutto, ma non erano davvero usati per imitare oggetti di lusso; era considerata una sorta di ornamento. Le identità dei brand si traslavano in oggetti e design totalmente diversi, come sulle lenzuola e gli asciugamani, o in indumenti che presentassero sia il logo Nike che quello Adidas, semplicemente perché la persona che li creava percepiva i logo come elemento di bellezza, e dunque stiparne un paio su un oggetto solo era considerata una pratica ornamentale.

Ho iniziato a rivangare questi ricordi della mia infanzia quando sono entrata nel mondo della moda. Vedere come idee riguardo l'autenticità, l'esclusività e il lusso sono percepiti e promossi all'interno dell'industria mi ha fatto rendere conto di quanto fossero state strane le mie prime interazioni con la moda, e di come la differenza tra vero e falso sia una costruzione culturale.

La tua fascinazione per i falsi si è trasformata nell'interesse verso il loro valore simbolico, com'è accaduto questo processo?
È stato nel momento in cui ho iniziato a guardare lavori artistici originali che si rifacevano al concetto di branding. Sono sempre stata affascinata dalla cultura del contraffatto -- di come il branding possa espandersi e di come il valore si possa trasferire -- attorno al 2015, per esempio, un linguaggio artistico che si rifaceva chiaramente a quello delle copie illegali ha preso piede nel mondo della moda, come quando Vetements ha creato la T-Shirt DHL. Ma sono sempre stata più incline a voler sapere come artisti indipendenti percepiscano il concetto di copia: quegli oggetti strettamente legati a percezioni personali, o con forti intenti sociali. Ho incrociato il lavoro di Hypepeace abbastanza presto, che ha fatto del logo Palace un pastiche palestinese, assieme ad altri design per raccogliere denaro per rifugiati siriani, oltre per sostenere altre cause. Usano il loro potere di branding come qualcosa che possa essere riconosciuto immediatamente, per inserirci all'interno un nuovo significato sovversivo.

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Hypepeace

Come hai selezionato gli artisti presenti nella mostra?
Era davvero importante presentare persone che fossero parte della storia culturale del contraffatto, inteso come pratica artistica, come Dapper Dan. Sono diventata completamente ossessionata dal suo lavoro, e recentemente si è vista una sua riscoperta grazie alla sua collaborazione con Gucci. Ho incluso questa serie fotografica di Drew Carolan, degli scatti per l'album Follow The Leader di Eric B & Raki, dove entrambi indossano i vestiti Gucci disegnati da Dapper Dan -- onestamente penso che sia stato uno dei momenti più iconici dello stile hip-hop.

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Rakim indossa una giacca disegnata da Dapper Dan (1988) di Drew Carolan

E poi c'è Dr Noki, aka JJ Hudson, il cui lavoro risale alla Shoreditch degli anni '90, ed è connesso a una storia culturale delle Londra Est che è completamente scomparsa -- quella della scena rave e della moda DIY, per esempio. Il suo lavoro era innovativo sopratutto rispetto alle tematiche della sostenibilità e del consumo spropositato, vedendo il branding come causa principale del troppo consumo e dei problemi ecologici che ora dobbiamo affrontare.

Oppure, ho pensato al perché le persone di preoccupano del branding e di quali tematiche cercano di affrontare. Ci sono due collettivi che si occupano di immigrazione e dei diritti dei rifugiati, quindi ho contattato il sopracitato Roxman Gatt, e due collettivi, Nite Dykez e Black Obsidian Sound System (B.O.S.S), che si occupano più di musica e del suono, e che hanno un particolare focus sulle problematiche affrontate dalle persone queer e di colore.

C'è anche un video di Akinola Davies Jr, che è in parte ispirato dal Kingsland Shopping Centre [a Dalston, Londra Est]. Utilizza il linguaggio visivo di uno shooting di moda ad alto budget, mentre riprende soggetti che non verrebbero tipicamente selezionati dalle case di moda per indossare i loro capi-- come donne in hijabs finti Chanel.

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Yamaha x Louis Vuitton, Marocco (2019) di Julien Boudet

La contraffazione ha indubbiamente una lunga storia e importante, ma cosa può insegnarci rispetto ai tempi che viviamo oggi?
Il fatto che la nostra realtà sia così brandizzata -- il branding è letteralmente ovunque! Credo che per la nostra generazione, fa anche parte dei nostri ricordi, dei nostri sogni. Come ho detto precedentemente, è una parte essenzialmente dei miei ricordi d'infanzia, per esempio. È bello esserne coscienti, e non prendere le cose così come vengono proposte. Dobbiamo chiederci il perchè le nostre esperienze siano così legate ai brand, e chi ne trae profitto. La contraffazione è un mezzo per farci porre queste domande.

The Real Thing presso il Fashion Space Gallery dal 7 Febbraio al 2 Maggio, 20 John Prince's St, W1G 0BJ, Londra

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Questo articolo è apparso originariamente su i-D UK

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