Storia del fai da te nella moda: da attività domestica a forma di attivismo

Chi l'avrebbe mai detto che cappellini all'uncinetto e fazzoletti in punto croce potessero diventare il simbolo di vere e proprie rivoluzioni?

di Alexandre Zamboni
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15 aprile 2021, 10:49am

Know Your Fashion History è la rubrica di i-D che rintraccia i momenti salienti della storia della moda contemporanea, che ne influenzano e manipolano il presente determinandone spesso il futuro. Ogni articolo si propone di raccontare fenomeni legati all’industria della moda, i suoi personaggi chiave e le sue ripercussioni. Mai senza un pizzico di ironia.

Riscoperte durante la pandemia, le pratiche domestiche DIY—conosciute anche come fai da te—stanno avendo il loro momento di gloria. Eppure, ciclicamente ci si è affidati a queste pratiche per le ragioni più disparate, registrando così inevitabilmente il contesto culturale in cui erano calate. Oggi è finalmente arrivato il momento di ripercorrere le tappe del DIY insieme.


Non sono mai stato una persona particolarmente paziente o metodica. Nonostante ciò, ho sempre avuto una naturale attrazione per quelle attività domestiche che richiedono una buona dose di precisione, creatività, buona volontà e, per l’appunto, pazienza. Sto parlando di quell’insieme di tecniche, hobby e crafts, che il mondo anglofono definisce DIY (do it yourself), in italiano comunemente tradotto come fai-da-te

Chi ben conosce la stravagante sensazione che comporta il realizzare degli oggetti con le proprie mani, dalla A alla Z, senza l’ausilio di stratagemmi o scorciatoie, penso potrebbe paragonarla al raggiungimento della vetta di una ripida montagna dopo infinite ore di marcia, il tutto dal comfort del proprio divano zeppo di gomitoli e uncinetti. Sì, si tratta–ancora una volta–di quella frustrante contrapposizione tra fuori e dentro che abbiamo vissuto, e ancora viviamo, durante questa infinita pandemia.

Non a caso, infatti, da quel famigerato marzo 2020, quando ancora ci improvvisavamo panettieri e yogi dell’ultima ora, si è assistito ad un rinascimento dei DIY, un vero e proprio tripudio di ingegnosità creativa che ha spaziato dal più tradizionale uncinetto, alla realizzazione di mascherine customizzate, fino alla rivalutazione di tecniche old-school come il patchwork e il tufting. Ma se ripercorriamo il corso della storia, però, scopriremo che non si tratta di un fenomeno così inusuale. Nei momenti di grande crisi politica, sociale ed economica, infatti, i ferri da maglia, ago e filo o il telaio da ricamo, sono diventati metaforicamente lo scoglio a cui aggrapparsi durante una tempesta, il manifesto per denunciare soprusi, la preghiera silenziosa per celebrare i caduti, e il conforto simbolico per lenire l’anima di chi dona e di chi riceve.

Ecco una breve storia delle pratiche fai da te, e di come si sono rivelate molto più essenziali di quanto la storia da a credere.

DIY e salute mentale

Le proprietà terapeutiche dell’artigianato casalingo, e in particolare del lavoro a maglia, sono largamente note. Come racconta la scrittrice e giornalista Ann Hood, l’azione ripetuta e ripetitiva del destreggiarsi con i ferri e il filo provocherebbe l’abbassamento della pressione sanguigna e la frequenza cardiaca, contribuendo fortemente alla creazione di ciò che lo psicologo Mihaly Csikszentmihalyi descrive come il “flow state”, una condizione mentale simile allo stato meditativo, nella quale si raggiunge una sorta di pace dei sensi attraverso la concentrazione.  Secondo lo psicologo, infatti, quando una persona comincia a creare, la sua esistenza al di fuori dell’azione tecnica e creativa, viene temporaneamente sospesa.

Storia del fai da te: da attività domestica a pratica attivista
Immagine via @nocontextsabrina

Numerose ricerche inoltre attestano i benefici del crafting come terapia antidepressiva, grazie all’esponenziale rilascio di dopamina. Uno studio pubblicato dal British Journal of Occupational Therapy ha riportato che l’81% dei 3.500 knitters consultati avrebbe dichiarato di provare una sensazione di felicità a seguito di una sessione di lavoro maglia.

Non dovrebbe sorprendere dunque che, in casi di traumi personali e collettivi, l’attività creativa e manuale acquisti il ruolo di rifugio, una bolla alienante nella quale esistono solo i punti effettuati e l’intricato puzzle di colori e nodi di una sciarpa. I prodotti del lavoro manuale diventano di conseguenza il diario personale del creatore, la testimonianza materiale di un momento difficile, nella quale i ricami e i disegni del punto croce talvolta costituiscono un linguaggio in codice per esorcizzare i propri demoni.

Il fai da te dall’antichità al ‘700

Nella mitologia antica, la precorritrice del DIY come forma di terapia è sicuramente la paziente Penelope nell’Odissea, la cui proverbiale tela per il suocero Laerte—fatta durante il giorno e disfatta di notte per non essere legata a nuove nozze—potrebbe essere considerata non solo un astuto stratagemma, ma anche una velata forma di attività antistress per sopportare l’assenza del marito Ulisse e i soprusi degli invadenti Proci.

Un’altra instancabile ricamatrice in tempi di crisi è Maria Stuarda, regina di Scozia e storica rivale di Elisabetta I, sovrana d'Inghilterra. Proprio durante la prigionia voluta dalla cosiddetta “regina vergine” per neutralizzare il potere della cugina cattolica, Maria realizza numerosi meravigliosi pannelli ricamati con l’aiuto di Bess of Hardwick, seconda moglie del suo custode, George Talbot. Alcuni dei delicati ricami rappresentano delle vere e proprie metafore di resistenza politica, come la fenice, simbolo di immortalità e di rigenerazione, o ancora, il pannello raffigurante un gatto rosso incoronato che gioca con un topo, un chiaro riferimento al rapporto ineguale tra lei e la cugina dai capelli fiammanti.

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Immagine via @johnwilliamwaterhouse

Sempre parlando di, ehm, decapitazioni…è fondamentale citare l’esempio delle tricoteuses (dal lemma tricot, in francese un lavoro fatto a maglia), un gruppo di popolane che durante la rivoluzione francese e gli anni del terrore, costituirono una delle frange più attive del movimento rivoluzionario. La mitologia collettiva le rappresenta come delle donne assetate di sangue che assistevano esaltate al ghigliottinamento dei nemici della rivoluzione. In realtà questa stigmatizzazione celava una paura per delle umili donne che, anziché restare a casa, partecipavano alla vita politica, svolgendo il tricot, attività tradizionalmente legata alla sfera privata, in pubblico.

Fare la maglia in tempo di guerra

Gli oggetti creati a mano spesso si rivelano come delle estensioni materiali di coloro che li hanno realizzati, poiché conservano al loro interno il calore umano, la cura e l’abilità di chi ha dedicato tempo e attenzione per produrli. Non deve sorprendere dunque che nel corso della storia il DIY si sia rivelato essere non solo una fonte di terapia per coloro che svolgono queste pratiche casalinghe, ma anche una forma di sostegno materiale per chi soffre e combatte in prima linea: i soldati, i malati, il personale medico, gli indigenti.

In particolar modo durante le due guerre mondiali il lavoro a maglia e il cucito simbolizzavano la lotta invisibile del focolare domestico, il conforto di migliaia di knitters che potevano contribuire silenziosamente alla causa a colpo di ferri da maglia. Con l’entrata in guerra degli Stati Uniti nel primo conflitto mondiale—a seguito della chiamata del presidente Wilson, il quale esortava ogni cittadino a fare la propria parte attraverso slogan come Knit Your Bitpatrioti da tutto il paese iniziarono a sferruzzare incessantemente per il bene della nazione, cucendo indumenti chirurgici e creando trapunte per raccogliere fondi.

Storia del fai da te: da attività domestica a pratica attivista
Un quilt realizzato per la Croce Rossa, 1917–1918, Immagine via Wikicommons

Il più celebre sforzo collettivo è sicuramente l’iniziativa promossa dalla Croce Rossa statunitense, che attraverso il noto magazine The Modern Priscilla, nel 1917, invitava le varie comunità del paese a produrre delle trapunte composte da pezzi di stoffa di forma quadrata, con al centro una Croce Rossa e sui bordi i nomi dei contribuenti. In seguito, il denaro ottenuto dalla vendita, fu devoluto a favore della Croce Rossa nazionale, per acquistare ambulanze, materiale di pronto soccorso, divise ecc.

Fenomeni simili avvenivano anche in Europa, e come descrive la scrittrice Lucinda Gosling, nel Regno Unito durante la Prima Guerra Mondiale, una knitting-mania pervase la nazione, con la pubblicazione di centinaia di opuscoli e inserti con all’interno cartamodelli e istruzioni per la creazione di guanti, calzini, passamontagna e gilet da inviare ai soldati al fronte. Spesso i pacchi destinati ai coraggiosi Tommy—come venivano chiamati affettuosamente i giovani ragazzi in guerra—contenevano messaggi di sostegno e amore, per ricordare ai soldati la vicinanza del popolo e delle famiglie in un momento così tragico.

Il DIY come gesto di solidarietà femminile e attivismo

Nonostante l’aumento esponenziale di uomini cisgender alle prese con i ferri negli ultimi anni, tradizionalmente nel corso della storia la pratica del crafting è spesso stata associata con il genere femminile, a causa della correlazione tra le citate attività casalinghe e la condizione delle donne nella società patriarcale, come narrato nella brillante opera The Subversive Stitch di Rozsika Parker. Per questo motivo molte storie riguardanti il fai da te hanno riflettuto in diverse occasioni toccanti esempi di solidarietà femminile, in cui la creazione di oggetti fatti a mano ha svolto la funzione di terapia collettiva e di narrazione di eventi traumatici che altrimenti sarebbero stati taciuti.

Nell’Olanda del dopoguerra il patchwork, lontano dall’essere un trend passeggero, divenne una tecnica per raccontare e celebrare la liberazione dei Paesi Bassi e la ricostruzione del paese dopo i durissimi anni dell’occupazione tedesca. L’idea nacque grazie a Mies Boissevain-van Lennep, femminista e attivista della resistenza olandese, che con la fine della guerra e della sua cattura e arresto nel 1943, invitò il comitato femminile di cui faceva parte a creare quelle che poi sarebbero state definite in olandese, bevrijdingsrok (in italiano, gonne della liberazione), ancora oggi indossate durante la celebrazione del 5 maggio 1945, giorno della liberazione dall’occupazione nazista. Questi artefatti simbolizzavano la rinascita della nazione, e la loro realizzazione avrebbe permesso alle loro realizzatrici di processare i traumi del conflitto mondiale attraverso il crafting e il ricamo.

Storia del fai da te: da attività domestica a pratica attivista
Immagine via @catlakzemin

Un concetto simile lo ritroviamo nel progetto e nella ricerca di Puleng Segalo, PhD e Associate Professor presso la University of South Africa, sulle forme di discriminazione razziale e di genere perpetrate durante l’Apartheid, e in particolare sui processi di empowerment che sono stati messi in atto dal governo e da altre agenzie non governative in seguito alla nascita della democrazia in Sud Africa. Nel suo articolo “Using cotton, needles and threads to break the women's silence: embroideries as a decolonising framework”, la studiosa parte da un progetto condotto all’interno della comunità black del paese, per analizzare come lo storytelling attraverso il ricamo possa essere un mezzo efficace per elaborare traumi e rompere il silenzio su storie di oppressione, soprusi e violenza subiti da numerose donne nere durante quel terribile periodo storico. Con il filo e l’ago le donne che hanno creato questi pannelli di incredibile fattura, hanno potuto narrare le loro esperienze personali attraverso una forma di espressione artistica, per riaffermare e rendere tangibile un processo di liberazione collettiva ancora in atto.

Il fai da te oggi

Jo March in Piccole Donne si lamentava di essere relegata a casa a sferruzzare come una vecchia signora anziché essere al fronte con la Union Army durante la guerra civile americana. E come ci ricorda Rosa Inocencio Smith della rivista Atlantic, chi più chi meno, in questo ultimo anno ci siamo sentiti un po’ tutti quanti come Jo, domandandoci se queste attività ci appartenessero davvero o se fossero un escamotage per eludere lo scorrere di giornate simili le une alle altre. C’è chi le ha già abbandonate, augurandosi di non dover più toccare un ago, chi le ha riscoperte, chi non ha mai smesso.

E poi c’è chi, come Lucinda Chambers e Molly Molloy del brand londinese Colville, ha sintetizzato e raccolto in un solo progetto tutte le qualità squisitamente relazionali e umane del fai da te attraverso l’iniziativa Calling all the knitters, la quale ha coinvolto creativi da tutto il mondo e Manusa, un'organizzazione di Firenze che fornisce formazioni professionale a persone vulnerabili, per sostenere la comunità CADMI di Milano, un rifugio per vittime di violenze domestiche.

Storia del fai da te: da attività domestica a pratica attivista
Immagine via @its_memorialday

All’inizio della pandemia, infatti, il duo londinese ha creato un post Instagram che invitava i seguaci del brand a produrre i più straordinari e creativi quadretti in maglia. Un anno è passato e i pezzi del puzzle sono stati riuniti e cuciti insieme dagli artigiani del centro Manusa, in seguito scattati dalla fotografa Jackie Nickerson, e attualmente sono messi all’asta presso Sotheby per sostenere il centro CADMI.

Il progetto ha riscosso un tale successo che le designer hanno deciso di sviluppare ulteriormente il percorso iniziato, continuando a coniugare moda, DIY e attivismo. Questo esempio è significativo poiché rappresenta molte iniziative simili, sorte in tutto il mondo, che hanno ricordato e riaffermato l’aspetto intrinsecamente umano e solidale delle attività fai da te, spesso additate come frivole ,o ancor peggio, triviali e superficiali, ma che in realtà nascondono tra i fili di un gomitolo ciò che c’è di più solido e prezioso nella natura umana: resilienza, resistenza e speranza.


Crediti

Testo di Alexandre Zamboni

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