"Ride or Die": il nuovo film Netflix che ci sbatte in faccia la tossicità di un amore queer

Scordatevi il romanticismo di "Chiamami col tuo nome": anche le storie d'amore LGBTQ+ possono essere negative, ed è importante parlarne per educarci e smetterla di depersonalizzare la comunità rainbow.

di Gloria Venegoni
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20 aprile 2021, 12:52pm

Con l’espressione “ride or die”, in inglese, si intende un tipo di relazione in cui le persone coinvolte sono disposte a fare qualsiasi cosa l’una per l’altra. Un concetto impregnato di tossicità che promuove il sacrificio di sé come dimostrazione dell’amore verso qualcun altro (mentalità che pervade la nostra letteratura fin dall’alba dei tempi, Romeo e Giulietta inclusi, ovviamente). È proprio questa la mentalità abusiva, e da sempre romanticizzata all’interno della nostra società, che l’ultimo film di Ryuchi Hiroki (Vibrator, Kabukicho Love Hotel) vuole decostruire, e lo fa fin dall’incipit, che vede una delle due protagoniste ammazzare a sangue freddo il marito violento dell’altra.

Tratto dal manga Gunjō di Ching Nakamura, Ride or Die è un road movie che ha il retrogusto amaro di una tragedia greca, e non di quelle che vedono l’aitante eroe di turno trasformarsi in fiore, ma di quelle truci in cui i genitori si mangiano i figli per sbaglio e gli innamorati finiscono incatenati alle rocce. Alle scene che si snodano alla luce calda di strade sterrate e si snocciolano tra i porticati delle stazioni che incorniciano gli eventi principali, questo psicodramma queer alterna sequenze esteticamente splatter in pieno stile giapponese.

L’antieroe della tragedia in questo caso è Rei, chirurga estetica di buona famiglia ma dal passato torbido, interpretata dall’attrice-stilista-modella Kiko Mizuhara—che aveva già dato prova della propria bravura in Norwegian Wood, l’adattamento cinematografico del romanzo di Haruki Murakami. Tutto inizia quando Rei viene ricontattata dalla sua cotta del liceo, Nanae Shinoda (Hanami Sato), a distanza di 10 anni dal loro ultimo contatto. Rei, dopo aver visto i lividi lasciati sull’amica dal marito, decide di compiere un omicidio, spinta da una battuta infelice di Nanae. Consapevoli di avere la polizia alle calcagna, le due donne si lanciano in un viaggio precipitoso e imprevedibile, costellato da colpi di scena e continui cambi di idea delle due protagoniste, divise tra il costituirsi e lo sfuggire al braccio della legge.

Rei e Nanae sono due donne che, dietro alla facciata di normy inserite nella società, nascondono un intenso turbinio psicologico segnato dalle cicatrici lasciate dai rispettivi passati. Una complessità che emerge a poco a poco nel corso del film, andando a scavare sempre più nelle profondità delle loro identità grazie al lavoro quasi archeologico del regista, che sceglie di non presentare mai in modo diretto e palese le motivazioni retrostanti le azioni di Rei e Nanae. Le loro personalità profonde, complesse e stratificate mostrano finalmente il lato inedito dell’amore omo, raccontato sempre attraverso rappresentazioni positive, romanzate e monocolori.

Nanae e Rei di Ride or Die che giocano a giochi da tavolo sul pavimento

Ride or Die si discosta così sia dalle tinte pastello dell’immaginario di film come Carol o Chiamami col tuo nome, sia dall’iper dramma di opere come Dallas Buyers Club. Lo stigma sociale legato all’omosessualità che persiste ancora in molte culture conservatrici—come quella giapponese—è infatti solo uno dei nodi della ragnatela di violenze e abusi sulla quale si sono sviluppate le personalità e le vite delle due protagoniste, a cui si aggiungono ingiustizie di classe, discriminazione, cultura machista e aspettative sociali calate dall’alto, spesso da uomini paternalistici o fisicamente abusivi. Ognuno di questi tasselli è parimenti andato a costituire la serie di concause che hanno portato Rei e Nanae al crollo mentale finale, che ha i connotati di una self-fulfilling prophecy, una tragedia preannunciata.

Una storia così cruenta si discosta finalmente da quel calderone di libri, film e serie tv mainstream che hanno tentato di dare spazio a narrazioni queer—storicamente marginalizzate—usando diverse chiavi di lettura, senza tuttavia offrire mai una rappresentazione negativa di queste storie. Che sia per evitare di essere linciati sui social media, o perché siamo pervasi dallo stereotipo che ogni coppia omosessuale sia necessariamente perfetta e più giustificabile nelle sue dinamiche tossiche rispetto a quelle eteronormate, la convinzione che le relazioni omosessuali funzionino tutte come in un film di Guadagnino contribuisce proprio a un pericoloso processo deformante di depersonalizzazione della comunità rainbow.

Ride or Die streaming netflix

La collettività tende infatti, più o meno inconsapevolmente, a deumanizzare le persone LGBTQ+, tratteggiandole tutte come simpatiche, buone e estremamente sensibili, senza neanche concepire l’esistenza di violenza e tossicità all’interno di coppie omosessuali. Ed ecco l’ennesima casellina predefinita in cui la società tende a incastrare le persone queer, separandole dal resto dell’umanità a cui invece è concesso essere anche brutte persone. Ciò che ne risulta è un quadro disonesto ed edulcorato. che porta a idealizzare una persona trasformandola da essere umano complesso a macchietta bidimensionale.

Finora, le produzioni artistiche che hanno restituito una rappresentazione negativa di coppie omosessuali tossiche ha comunque favorito, nella maggior parte dei casi, una narrativa romanticizzata e melensa. Ma Ride or Die va anche oltre a questa: è spietato. Non trova scusanti per Rei, e mostra senza edulcoranti né attenuanti l’intera follia perversa della storia, fatta di violenza, tossicità e dinamiche disturbanti, di rapporti bipolari che passano all’improvviso da momenti d’amore profondo a momenti di odio e rabbia furiosa.

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Da questa rappresentazione non vengono risparmiati neanche i personaggi maschili eterosessuali. Ognuno degli uomini con cui le ragazze si interfacciano nel corso della storia, ma anche nel corso delle loro vite antecedenti l’omicidio, sembra volerle strumentalizzarle o imporre le proprie decisioni sulle loro vite, manipolando i loro corpi e le loro menti senza tenere minimamente conto della loro volontà—cultura del consenso ci ricevi?—, anche nei rarissimi casi in cui pensano di fare il loro bene.

Ogni interazione delle due donne con un uomo diventa una forma di violenza psicologica e fisica, a cui Rei reagisce dissociandosi e accettando le ingiustizie subite per sfruttare quell’ego maschile a proprio vantaggio. Per tutto l’arco del film vediamo Rei venire vittimizzata, usata, sottomessa, ma mai rimanere passiva durante questi abusi continui—fisici e psicologici. Rei strappa da ognuno di quegli uomini qualcosa che le serve, fingendo di giocare al loro gioco per poi continuare a fare il proprio. L’omosessualità di Rei diventa quasi una metafora della sua ribellione nei confronti di quegli uomini convinti di poter imporre le proprie decisioni su ogni ambito della sua vita. La fuga delle due ragazze diventa così molto di più della fuga di due galeotte: è un tentativo disperato di evadere da un mondo maschile che fino a quel momento non ha fatto altro che violarle.

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Crediti

Testo di Gloria Venegoni
Fotografie: still dal film

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