La disobbedienza creativa del brand A Better Mistake

Vi presentiamo il brand dall'anima fluida e dall'energia sperimentale guidato dal direttore creativo Madame_Inc (aka Simone Ferraro).

di Marco M Latorre
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23 dicembre 2021, 5:00am

Rebel Label è la rubrica di i-D che incontra, intervista e qualche volta fotografa i brand emergenti (e non) in Italia. Oggi parliamo di A Better Mistake, progetto nato dall’incontro tra Madame_Inc (alter ego del designer Simone Ferraro) e Marco Agnolin, CEO del marchio.

Il progetto trae ispirazione da uno studio attento di volumi e forme, che innescano nella mente del designer giustapposizioni inedite tra silhouette innovative e cromie sperimentali. Madame_Inc—direttore creativo del brand—ha una visione ben precisa della moda, che intende anche come trampolino di lancio di talenti emergenti, figure con cui collabora con l’obiettivo di produrre collezioni che abbiano al centro storie da raccontare.

Con l’intento di immergerci direttamente all’interno di questo progetto inclusivo, fluido e alieno, abbiamo intervistato il designer per saperne di più sulla filosofia e gli obiettivi dietro ad A Better Mistake.

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Ciao Simone! Raccontaci il percorso che ti ha portato a lavorare come designer.
Dopo la maturità avevo inizialmente pensato di studiare economia, anche se poi ho deciso di laurearmi in disegno industriale. L’interesse per la moda è arrivato in un momento preciso, quando ho scoperto Comme des Garçons. La cosa che più mi affascina del lavoro di Rei Kawakubo è la costruzione architettonica dei volumi e la deformazione del corpo attraverso strutture di abiti sperimentali: grazie a quel modo di intendere la moda ho capito realmente ciò che avrei voluto fare in questo campo.

Poi, come hai proseguito?
Il mio primo lavoro da designer è stato da Benetton, dove mi sono occupato di progettare per le collezioni uomo, donna, bambino e premaman. Una volta trasferitomi in Spagna, ho poi lavorato per uno dei maggiori colossi fast fashion e dopo soli 6 anni come head designer ho preso in mano le redini della parte business, diventando al contempo Creative e Business Director della linea uomo. Questo mi ha permesso di avere gli strumenti giusti per sperimentare e crescere come professionista.

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Il progetto A Better Mistake è nato e si è evoluto nel pieno di una pandemia globale, rintracciando nella community la propria fonte d’ispirazione e sostegno. Com’è che tutto ha avuto inizio?
La pandemia è stata per noi sia un’occasione che, chiaramente, un ostacolo. Abbiamo fondato la società nel febbraio 2020, quando il team non era ancora al completo. La fortuna è stata che con Marco, il mio socio, avevamo sin da subito intuito le potenzialità della moda digitale, dunque strutturalmente ci sentivamo pronti. Dal lato umano, la pandemia ci ha colti impreparati ma ci ha anche spinto a ottenere una diversa percezione del reale, alimentando attorno al brand una vera e propria community.

Quali concetti esplorate con il vostro brand?
Alcune delle idee che vogliamo esplorare sono quelle di “metamorfosi” e “identità multipla”. La moda è costume e i progetti che lanciamo rappresentano strumenti attraverso cui le persone hanno modo di definire la propria estetica—il mio linguaggio e visione della moda, inoltre, è decisamente Harajuku. Mi sento fortunato perché il contesto in cui sono immerso mi consente di indossare liberamente gonne e utilizzare make up con grande naturalezza e alimentare questa “disobbedienza creativa” a cui aspira il brand potrebbe garantire a tutti una più libera espressione di sé.

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A Better Mistake si caratterizza per l’assenza di collezioni e stagionalità standard. Siamo sempre più vicini a un’idea di guardaroba inteso come “archivio”?
Quando si disegna un capo si tende a immaginarlo esclusivamente all’interno della collezione, eppure quel pezzo farà parte dell’armadio di chi lo acquisterà. Mi auguro che prima o poi si possa abbandonare l’idea di stagionalità, perché proporre capi che abbiano una scadenza semestrale è sconveniente sia per i designer, sia per i consumatori stessi, sia per l’ambiente. Per me, il valore di un brand risiede nel concetto atemporale che le sue collezioni comunicano, per questo motivo in ABM capita di riproporre pezzi che hanno avuto successo nel drop precedente o semplicemente che sono ancora disponibili in stock. Per noi questo concetto è fondamentale anche in un’ottica sostenibile.

In che modo cercate di essere più responsabili a livello di sprechi?
Il più grande impegno risiede negli intenti, nell’obiettivo di ridurre sempre più il nostro impatto sull’ambiente. In quest’ottica cerchiamo di lavorare a stretto contatto con i nostri fornitori, riducendo il trasporto e il numero dei capi in produzione. Lanceremo presto una borsa realizzata con materiali alternativi, cercando così di fare passare un messaggio chiaro e trasparente alla nostra audience. Se è vero che la Gen Z ha il potere di influenzare le tendenze, il sistema dovrà adeguarsi alle urgenze delle nuove generazioni.

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Il progetto ABM ha attraversato delle fasi molto chiare rappresentate da nette transizioni di colore. Puoi spiegarci come si sono sviluppate?
Durante i primi mesi di ABM utilizzavamo principalmente il rosso, quasi a simboleggiare il grembo materno, la genesi del brand. Nel primo pop-up store a Milano avevamo progettato un enorme palloncino rosso in cui era possibile entrare per immergersi in un’insolita gestazione—le sperimentazioni cromatiche sono una componente molto importante per il brand. Siamo partiti in un momento molto oscuro (che abbiamo metaforicamente simboleggiato nella nostra scelta cromatica), ma successivamente il mio rapporto col colore è cambiato e abbiamo deciso di abbandonare il rosso per innescare nuove reazioni. L’ultimo giorno del pop-up store di Milano abbiamo chiesto all’artista Fabio Weik di contribuire a questa transizione realizzando una performance durante la quale ha dipinto di azzurro tutto lo spazio a nostra disposizione, come a simboleggiare finalmente la nostra nascita. Da lì siamo passati al rosa, ai metalli e al verde, abbandonando un medioevo estetico e proponendo soluzioni inedite.

La musica rappresenta una grande fonte d’ispirazione per il brand. Ce ne parli?
La musica per noi è ispirazione e output, soprattutto quella techno. Essendo un musicista, non riesco a prescindere da questo aspetto per quanto riguarda la produzione di capi o delle ambientazioni che creiamo intorno a loro. Infatti, insieme al gruppo milanese Andromeda in Catene, realizziamo le tracce che animano i nostri contenuti.

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Quali sono le influenze della nuova collezione?
La nuova collezione ha come punto di partenza la cover dell’ultimo album di Gostmane, Anti-Icon, in cui due mani sorreggono un elmo interamente fatto di spine. La collezione è divisa in due capitoli: il primo più metallico chiamato Shield e il secondo chiamato The All is Mind. La parte iniziale è rappresentata da volumi sartoriali squadrati—metafora di un’armatura moderna con la quale affrontare il mondo esterno. All is Mind è invece una proiezione della mente, il rifiuto di un mondo oscuro e il desiderio di cambiare visione—in questa fase abbiamo fatto ricorso a tessuti fluidi e a un importante uso del colore.

Come intendete mettere in scena questi universi creativi?
La comunicazione di questo progetto uscirà a gennaio 2022, anche attraverso la presenza di nuovi pop-up store. I due mondi che vogliamo rappresentare sembrano in apparente contrapposizione, ma definiscono due risposte allo stesso interrogativo: se mettersi un’armatura e lottare, oppure se usare la propria mente per creare.

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Com’è nata la capsule realizzata insieme alla musicista techno VTSS?
La collaborazione con Martyna (aka VTSS) è la prima in termini di collezione. Sin da subito Martyna ci ha chiesto di uscire dagli stereotipi della techno e il suo lavoro di reinterpretazione è stato davvero interessante: abbiamo deciso di lavorare sul concetto di movimento fluido—caratteristica fondamentale nella musica—che ha trovato espressione mediante l’utilizzo di seta, stampe e metalli. È stato un processo graduale che ha visto VTSS alimentare la colonna sonora del mondo A Better Mistake.

Il sistema moda dovrebbe tutelare di più i giovani talenti emergenti?
A Better Mistake non fa ricorso a campagne vendite, abbiamo creato il nostro canale diretto grazie a Shopify e definito una nostra narrativa su Instagram. È fondamentale poter contare su un budget, ma i canali distributivi si stanno gradualmente democratizzando. Mi auguro che sempre più imprenditori si rendano conto che la creatività è essenziale, ed esempi di designer e creativi come Virgil Abloh e Kanye West ne sono stati la riprova. Se il fashion system vuole continuare a innovarsi, allora dovrà necessariamente supportare la nuova generazione di creativi.

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Chi ti piacerebbe che indossasse A Better Mistake?
Non ho un’idea ben precisa. Personalmente, mi piacerebbe vedere un giorno i nostri capi indosso a Richie Hawtin, perché lo considero un vero mito. Il fatto che ABM custodisca in sé messaggi potenti mi fa desiderare che possa essere scelto da sempre più persone, soprattutto se distanti dalla nostra orbita. Collaboriamo con numerosi artisti—alcuni appartenenti a una scena musicale ben lontana dalla techno—come J Balvin o J Quiles, coi quali ho instaurato un dialogo vincente. Mi auguro che col tempo ABM diventi sempre più pop.

Quali progetti futuri avete in cantiere per il nuovo anno?
Ce ne sono tantissimi. Sicuramente due nuove capsule connesse al mondo della musica e, per quanto riguarda i nuovi pop-up store, potremo permetterci di sperimentare con operazioni ancora più interessanti e immersive, in pieno stile A Better Mistake. Senza contare gli innumerevoli impulsi creativi a cui non vediamo l’ora di dare vita molto presto.

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Crediti

Testo: Marco M. Latorre
Editor: Benedetta Pini
Fashion Editor: Giorgia Imbrenda
Immagini su gentile concessione dell’ufficio stampa A Better Mistake.

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