Nensi Dojaka A/W 22, Ed Mendoza e Richard Quinn A/W 22

10 collezioni dalla London Fashion Week A/W 22

Per dirne alcune: Richard Quinn, Harris Reed e Ahluwalia. Ecco la guida di i-D alle migliori sfilate che hanno costellato la Settimana della Moda londinese.

di Mahoro Seward, Felix Petty, e Osman Ahmed
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21 febbraio 2022, 5:09pm

Nensi Dojaka A/W 22, Ed Mendoza e Richard Quinn A/W 22

Già, è di nuovo quel periodo dell'anno. Crogiolo di creatività audace e nomi da conoscere, l'edizione A/W 22 della London Fashion Week—la seconda iterazione fisica dall’avvento di tu-sai-cosa—si preannunciava come una delle più intriganti ad oggi. A parte alcuni ritorni in grande stile, la responsabilità di stupirci è ricaduta nelle mani di una nuova generazione di talenti che ci hanno fatto innamorare dalla loro sfilata di laurea: nomi come Supriya Lele, Stefan Cooke, Ahluwalia, Saul Nash, Conner Ives, Feben… e l'elenco potrebbe continuare!

Proprio come la scorsa stagione, il posto dove ottenere tutte le notizie imperdibili sulla LFW è, beh, proprio qui, dove ti teniamo aggiotnato su tutto ciò di cui hai bisogno per fare bella figura con il tuo giro di fashionistas. Da Nensi Dojaka a Nicholas Daley, ecco gli highlight di questa stagione.

Le migliori collezioni della London Fashion Week A/W 22

CSM MA

Una delle sfilate che dovrebbero essere già segnate sul tuo calendario dell’anno prossimo è quella del corso magistrale dell’università Central Saint Martins di Londra. Conosciuta nel mondo (della moda) come crogiolo di talenti eccezionali, è in questa sede che si sono formati nomi del calibro di Alexander McQueen e John Galliano, Craig Green e Simone Rocha. Quest'anno ha segnato il ritorno irl della sfilata del corso di laurea magistrale e, come è giusto che sia, è stata forse la più grande mai organizzata dall’istituzione, con un totale di 32 laureati a mostrare le proprie collezioni.

C’erano stilisti di abbigliamento maschile come Aaron Esh—con la sua sartoria superlativa e pezzi discretamente eccentrici—e Juntae Kim—che ha presentato alcuni dei look che a Dover Street Market sono già andati sold out in pochi giorni. Altrove, Charlie Constantinou, James Walsh e Joe Pearson hanno dimostrato un talento magistrale nella rivisitazione delle silhouette classiche, confezionando capi sperimentali ed elevati, mentre Edward Mendoza—uno dei due vincitori del Premio L'Oréal di quest'anno, l'altro è Jessan Macatangay—ha presentato la sua visione caleidoscopica e XXL della moda, offrendo un "messaggio di inclusività che rappresenti ragazzi di taglia grande e che celebri le origini della mia famiglia nei Caraibi e in Perù,” ha raccontato. SM

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CHARLIE CONSTANTINOU MA COLLECTION. Immagine COURTESY di CENTRAL SAINT MARTINS.
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JESSE MACATANGAY MA COLLECTION. Immagine COURTESY di CENTRAL SAINT MARTINS
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JOE PEARSON MA COLLECTION. Immagine COURTESY di CENTRAL SAINT MARTINS
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JAMES WALSH MA COLLECTION. Immagine COURTESY di CENTRAL SAINT MARTINS.
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JAMES WALSH MA COLLECTION. Immagine COURTESY di CENTRAL SAINT MARTINS.
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JUNTAE KIM MA COLLECTION. Immagine COURTESY di CENTRAL SAINT MARTINS.

Florentina Leitner

Laureata alla Royal Academy di Anversa e dopo un periodo lavorativo presso Dries van Noten, la designer austriaca Florentina Leitner fonda il proprio brand di abbigliamento femminile incentrandolo su un design elegante, irriverente e legato a una progettualità sostenibile e consapevole. Apprezzato da celebrità come Kylie Jenner e Lady Gaga, lo stile Leitner si è fatto un nome nell’industria grazie al clash di stampe, materiali e texture che dominano su tutte le collezioni. Per la A/W 22 del brand, la creativa si è lasciata ispirare dall’arte di Jeff Koons per ideare la collezione Der Zaurberberg, un progetto che esplora le potenzialità dell’upcycling, elevando capi e materiali di scarto con silhouette sperimentali e innovative. Presentata attraverso un fashion film influenzato dall’estetica horror anni ’80, la collezione esprime appieno l’universo creativo di Florentina Leitner giostrandosi tra look d’impatto e un’atmosfera onirica e ovattata. Novità di questa stagione sono anche i nuovi occhiali da sole in collaborazione con YumaLabs. 

Richard Quinn

Tornare alle sfilate fisiche è stata una gioia indicibile, soprattutto per chi ci partecipa. Per quanto avanzate possano essere le tecnologie digitali, semplicemente non c’è nulla che possa competere con i riflessi della luce sul lattice ben steso, con gli intrecci di fiori e piume che campeggiano su corpi reali, o con lo scricchiolare e i fruscii di enormi abiti in taffetà che ti passano accanto. In un maestoso salone di Pimlico con pareti rivestite in velluto rosa cipria, la sfilata di Richard Quinn ci ha offerto un buffet sensoriale impareggiabile. Impostata su una partitura d'orchestra sinfonica, la sfilata è stata una celebrazione di colori, artigianato e silhouette sperimentali: una parata di confezioni e forme estasianti.

La collezione era, di per sé, familiare a chiunque avesse già seguito il lavoro del designer. Le stampe, i jacquard e i ricami floreali abbondavano, accuratamente disposti su cappotti con maniche corte, completi ibridi e avvolgenti abiti voluminosi. Le silhouette sono state notevolmente rifinite, con maniche esplose e crinoline volteggianti. E il lattice figurava in top attillati come fossero una seconda pelle e in due look complementari—un look da dominatrice e il suo schiavo, con il primo ruolo interpretato da Violet Chachki. Se c'era una cosa che ci mancava durante quella che sembrava una sfilza senza fine di settimane della moda virtuali, era il senso di spettacolo. Richard Quinn ci ha regalato proprio questo. SM

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Molly Goddard

La sua prima collezione dopo la maternità della designer inglese ha indagato il concetto di gioia e, in particolare, la gioia di vestirsi. "‘Divertimento’ era la nostra parola d'ordine,” racconta Molly nel backstage. "Avevo dimenticato quanto lavoro comportasse l’organizzare una sfilata."

C'è sempre un senso di autenticità ed emozione infantile negli abiti di Molly, quindi sarebbe riduttivo dire che questo progetto sia stato influenzato in qualche modo dalla maternità. Al contrario, la designer ha preso ispirazione dalla sua stessa gioventù, dal mercato di Portobello degli anni '80 e '90 e dalla scena londinese di quell'epoca—riferimenti che oscillano tra Marilyn Monroe e Mick Jones dei Clash, un po' anni '50, po' punk e anche un po' glam. In poche parole, "una giacca militare abbinata a scarpe da ginnastica.” 

Questo si è tradotto in un progetto virtuosistico che dimostra ancora una volta il perché Molly è una parte così vitale della scena della moda londinese. Il look di apertura ha dettato il ritmo di tutta la collezione: un cardigan in maglia a due pezzi giallo latte tagliato lungo il corpo e abbinato a un volant in tulle che si intravedeva da sotto. Pratico, ma anche favoloso.

Altrove, c'era molta maglieria, stivali, cardigan ampi e comodi. I due colori simbolo del brand—quel giallo tenue di cui sopra e un rosa fluo brillante—hanno dominato su tutta la collezione. In una stagione londinese che sembrava dapprima un po' spenta, quella di Molly è stata una collezione che ha riaffermato ciò che Londra e la designer sanno creare e veicolare al meglio: non solo moda, ma personalità e senso dello stile.

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Ahluwalia

Chi frequenta le settimane della moda ama i debutti e per questa stagione uno dei più attesi era quello di Ahluwalia. Simbolo di una nuova generazione di designer eclettici, Priya Ahluwalia ha già ottenuto una serie di ambiti premi negli ultimi due anni—tra cui il BFC Fashion Fund e il LVMH Prize nel 2020—ed è anche in corsa per il Woolmark Prize di fine anno. 

La collezione che ha presentato nel seminterrato di 180 The Strand è stata di per sé vincente. Intitolata From Nollywood to Bollywood è stata una celebrazione sartoriale delle due colossali industrie cinematografiche e dei rispettivi impatti culturali in film come Kuch Kuch Hota Hai e Games Women Play, mettendo in luce le loro somiglianze e differenze e l’enorme impatto che hanno avuto sulla designer mentre cresceva. 

Così, Priya ha dimostrato un’abilità senza precedenti nel riformulare queste due industrie in maniera accessibile, invitante e, soprattutto, indossabile da chiunque. Le tonalità screziate e dipinte a mano dei set e dei poster di Nollywood sono state trasferite su scintillanti camicie in seta, gli abiti dalle linee curve, che seguono i contorni del corpo, sono stati giustapposti a gessati luccicanti e i Sari fusi con le silhouette amate dalle audaci protagoniste di Nollywood, creando look che richiamavano ricordi particolari, personaggi e storie d’origini, ma che possono essere indossati durante una serata senza sembrare in costume.

Dai sopracitati look da festa fino a un sontuoso cappotto a pannelli in diverse trame color zafferano, blu navy intenso e velluto marrone, l’offerta della collezione donna di questa stagione è stata notevolmente ampliata, con una simile proposta ripresa anche nel menswear. MS

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Nensi Dojaka

Ultima vincitrice del LVMH Prize—ovvero 300,00 euro assegnati dai designer più famosi del mondo—Nensi Dojaka ha catturato lo zeitgeist collettivo con i suoi abiti slanciati, attillati e lo-fi che hanno ridato fiducia e liberazione sessuale alla generazione di giovani donne costrette durante il lockdown. Ma, se in precedenza la sua visione della sessualità era ristretta quanto i fianchi delle modelle che indossavano i suoi abiti, per questa stagione la stilista albanese la ampliato la sua offerta e il suo repertorio verso una visione più inclusiva e quindi anche più culturalmente rilevante.

In una bellissima sfilata di abiti dai colori terrosi, piumini scolpiti e lingerie sartoriale, Nensi ha dichiarato che i suoi abiti voyeuristicamente sensuali sono per donne di tutte le taglie. Paloma Elsesser e un cast di modelle formose hanno incarnato appieno il messaggio, così come una Maggie Maurer incinta in un abito di paillettes e un perizoma traslucido che luccicava da sotto il tessuto semitrasparente. Come sempre, lacci e arricciature delicatamente posizionate delineavano le geografie delle figure femminili, mentre l’introduzione di tessuti più elastici e morbidi ha consentito una maggiore facilità d’uso rispetto all’organza. Donne che sembrano sessualmente emancipate e si sentono a proprio agio nei loro abiti? Ora c'è un'idea su cui vale la pena investire. OA

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Conner Ives

Conner Ives si è laureato alla Central Saint Martins probabilmente nel periodo più sconveniente degli ultimi decenni. Il mondo stava entrando in lockdown, le Fashion Week erano in pausa, i negozi erano chiusi e i designer—grandi o piccoli che fossero—faticavano addirittura a terminare le proprie produzioni. Nonostante sia riuscito a mostrare la sua prima collezione online, il vero e proprio debutto dello stilista nato a New York è avvenuto durante questa London Fashion Week A/W 22. Nel backstage ha detto di aver rivisto il suo documentario di moda preferito, Unzipped!, che documenta l’edonismo della moda negli anni ‘90 attraverso lo sguardo di Isaac Mizrahi. “Volevo fare una sfilata di moda,” ha esclamato Conner con decisione. “Volevo fosse divertente e favolosa—e che celebrasse il motivo per cui tutti noi abbiamo cominciato a fare quello che facciamo.”

Intitolata Hudson River High, la collezione quasi del tutto riciclata si è ispirata al calore dell’omonimo movimento artistico del diciannovesimo secolo, ma visto attraverso le lenti dei reality TV, dei drama adolescenziali e delle commedie romantiche di Hollywood. Conner è poco più che ventenne e possiede un ironico senso dell’umorismo, ma anche un sincero apprezzamento per la televisione spazzatura, i film e l’Internet culture. Quindi, sebbene i suoi capi siano espressioni di abilità tecniche degne di una passerella, la sua collezione è stata anche una divertente celebrazione degli stereotipi americani.

C’era un cast di personaggi in stivaletti in jeans dal sapore Y2K, gonne a portafoglio, piccole maglie patchwork e, ovviamente, ogni look è stato  presentato con descrizioni spiritose che strizzavano l’occhio ai tropi americani contemporanei. C’era la “Vogue girl”, una versione del personaggio interpretato da Anne Hathaway in Il Diavolo veste Prada, una ragazza di New York vestita con un berretto da paggetto color calendula e un cappotto doppiopetto realizzato con coperte militari polacche ricostituite—e un rossetto color oro che si abbinava ai bottoni, ovviamente. C’era un cenno alle aspiranti di America’s Next Top Model: top a canotta bianchi, blue jeans bootcut e tacchi a spillo–tutto molto ‘00. Tra i riferimenti, le casalinghe suburbane, gli autostoppisti hippie anni ‘60, le vice-presidentesse, le cowgirl, le principesse di Park Lane e il Motown. C’erano anche look dedicati a Jackie Kennedy tramite un’abito trapuntato a forma di trapezio e l’abito da sposa in seta bianca con taglio in sbieco di sua nuova Caroline Basette. In altre parole, ce n’era per tutti i gusti! OA

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Saul Nash

Ad avere l’onore di aprire ufficialmente la LFW A/W 22 è stato Saul Nash. Preceduta da un film di FX Goby girato sullo sfondo di un barbiere di Kensal Rise—in cui si "esplorano la spiritualità e il folklore che unisce le comunità", così si legge in un comunicato—questa era una collezione che indagava le emozioni che alimentano il senso di appartenenza. Per Saul, questo voleva dire celebrare il proprio legame con la Guyana, il suo paese natale, la cui cultura ha segnato profondamente la sua infanzia e crescita nella Londra Nord. Sulle tuniche sportive senza colletto campeggiava il nome del paese, i completi si tingevano in sfumature di verde palma, giallo canarino e terra bruciata mente su alcune stampe si intravedeva Iemanja, una divinità dell'acqua presente in numerose tradizioni folcloristiche afro-caraibiche. Ma il più grande pregio di questa collezione è stato l'ampliamento di un guardaroba che includesse anche molta sartoria, una progetto che ha messo in mostra le abilità tecniche del designer, in particolare nell’abito di apertura della sfilata—una silhouette in lana opaca con maniche rimovibili. SM

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Immagine courtesy di Saul Nash
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Immagine courtesy di Saul Nash
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Immagine courtesy di Saul Nash
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Immagine courtesy di Saul Nash
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Immagine courtesy di Saul Nash
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Immagine courtesy di Saul Nash
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Immagine courtesy di Saul Nash

Harris Reed

Durante la sfilata di Harris Reed, Sam Smith ha performato Kissing You di Desirée mentre una sinfonia di modelle si contorceva e posava in mezzo a un insieme di stelle e nuvole. Questa era la visione di Harris del paradiso della moda, un luogo in cui gli abiti da sera sono realizzati con tessuti sontuosi e indossati da amazzoni gender-fluid. Giunta alla sua terza stagione—sebbene Harris non sia estraneo a collaborazioni e residenze artistiche—la collezione ha segnato un passo importante nello sviluppo del suo omonimo brand. Piuttosto che progettare capi ponti per la vendita, il designer californiano ha deciso di ideare un modello di business molto più simile alla couture, creando pezzi unici da vendere come pezzi customizzabili a clienti VIP.

Questa collezione, intitolata 60 Years a Queen, ha preso il nome dal libro del 1897 di Sir Herbert Maxwell incentrato sul regno della regina Vittoria. Da qui, il senso di opulenza vittoriana che domina su tutta la collezione: sagome strette in corsetti attillati giustapposte a una sartoria ampia e fluida, a broccati riccamente strutturati e giganteschi fiocchi in taffetà e cappelli ancora più grandi. Sorprendentemente, gran parte della collezione è stata realizzata con materiali riciclati, con l’aiuto della secolare azienda di tappezzeria Bussandri con sede nel Nord Italia. In parte Glam Rock, in parte vittoriana, la collezione ha stimolato un senso di revival a là Byron già visto negli anni '60, un tempo in cui Mick Jagger e altre icone indossavano ensamble arruffate sovvertendo gli stereotipi di genere. Oggi, i design di Harris celebrano non solo la fluidità di genere, ma ridefiniscono lo scopo della moda all'interno di un’arena culturale più ampia. Certo, questi vestiti non sono per la vita di tutti i giorni—e non sono sicuramente capi basic su cui costruire un guardaroba funzionale—ma risuonano sulla nostra percezione della moda e sul ruolo dell’abito nella nostra cultura. E noi siamo già pronti a vederli sui red carpet e sul grande schermo! OA

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Fotografia Marc Hibbert. Immagine courtesy di Harris Reed
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Fotografia Marc Hibbert. Immagine courtesy di Harris Reed
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Fotografia Marc Hibbert. Immagine courtesy di Harris Reed
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Fotografia Marc Hibbert. Immagine courtesy di Harris Reed
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Fotografia Marc Hibbert. Immagine courtesy di Harris Reed
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Fotografia Marc Hibbert. Immagine courtesy di Harris Reed
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Fotografia Marc Hibbert. Immagine courtesy di Harris Reed

Charles Jeffrey Loverboy

La musica è sempre stata un aspetto fondamentale di Charles Jeffrey Loverboy. Dai suoi esordi come ambasciatore delle feste queer nei seminterrati di Londra Est fino al suo attuale status di una delle giovani case di moda più ambiziose della città, i look orgogliosamente estroversi dell'etichetta—tartan punk, silhouette sperimentali e una maglieria disfatta—sono sempre stati il ​​tipo di abiti che evoca una sensazione ben distinta, una melodia che suona ripetutamente nella tua testa. Questo vale anche per la collezione A/W 22 del brand, Art of Noise.

Partendo da Wild Combination: A Portrait of Arthur Russell, un documentario sull’artista e violoncellista, questa collezione ha visto Charles e il suo team esplorare la potenza culturale e fenomenologico della musica attraverso un trittico sartoriale. The Physical comprende look che attingono alle tattiche di artisti cubisti come Pablo Picasso e Claes Oldenberg, facendo riferimento alle forme degli strumenti musicali per creare i contorni ondulati di pesanti cappotti a quadri in lana e una gonna scozzese scanalata. La sezione The Cultural fa riferimento alle vite dei musicisti stessi, in particolare degli artisti iconoclasti No Wave come Lydia Lunch e James Chance, che sono emersi alla fine degli anni '70 nella New York post-punk. E poi la parte The Emotional propone quelli che sono di gran lunga i pezzi più astratti della collezione, ognuno prodotto dal tentativo di dare forma ai sentimenti che la musica risveglia—pensa a crop top con paillettes e capispalla in pile monogrammati, tartan increspato e tulle ricamato drappeggiato. SM

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Immagine courtesy di Charles Jeffrey Loverboy
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Immagine courtesy di Charles Jeffrey Loverboy
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Immagine courtesy di Charles Jeffrey Loverboy
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Immagine courtesy di Charles Jeffrey Loverboy
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Immagine courtesy di Charles Jeffrey Loverboy
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Immagine courtesy di Charles Jeffrey Loverboy
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Immagine courtesy di Charles Jeffrey Loverboy

Paolina Russo

Le strade suburbane inglesi non sono certo il luogo dove ti aspetteresti di incontrare una principessa guerriera in stile Final Fantasy, ma nell'ultima collezione di Paolina Russo, è proprio lì che la vediamo apparire. Intitolata Relics, la collezione della designer canadese con sede a Londra traslittera la feroce musa dei videogiochi in figure che abitano le strade suburbane in cui è cresciuta. I caratteristici body in maglia a coste aderenti, leggings e top a maniche lunghe della designer vengono qui reinventati attraverso l’utilizzo di filati di lana color terra che richiamano alla mente i colori dell'erba agitata dal vento. Altrove, un equilibrio tra athleticwear e couture si manifesta in minigonne midi e corsetti riciclati da scarpe da ginnastica inutilizzate, mentre i poncho in stile Fair Isle avvolgono le spalle come due pezzi di un’armatura. Cosy ma pronte al combattimento, questo è ciò che chiamiamo chic. SM

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Fotografia James Robjant. Immagine courtesy di Paolina Russo
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Fotografia James Robjant. Immagine courtesy di Paolina Russo
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Fotografia James Robjant. Immagine courtesy di Paolina Russo
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Fotografia James Robjant. Immagine courtesy di Paolina Russo
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Fotografia James Robjant. Immagine courtesy di Paolina Russo
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Fotografia James Robjant. Immagine courtesy di Paolina Russo

Questo articolo è apparso originariamente su i-D UK.

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