Sedrig Verwoert: “Il modo in cui ballo è una danza queer”

Per celebrare la collezione Pride di Calvin Klein abbiamo incontrato giovani artisti queer di tutta Europa. Qui, il coreografo e movement director di base ad Amsterdam Sedrig Verwoert ci racconta in che modo ha scoperto la sua identità attraverso la danza

di Creato con Calvin Klein
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01 dicembre 2020, 9:53am

Nel corso dell’ultimo anno, trovare un motivo per festeggiare è diventato sempre più complicato. In particolare, per i membri delle comunità queer il 2020 non è stato certo una grande, infinita parata. Tuttavia, anche se quest'anno le occasioni per celebrare in carne ed ossa le nostre identità e comunità sono state rimandate a data da destinarsi, le persone queer di tutto il mondo hanno dimostrato un dinamismo e una capacità di resistenza tali da essere d’ispirazione. Abbiamo dimostrato che l'orgoglio queer, il cosiddetto Pride, va ben oltre i confini di una singola parata o del Pride Month, perché è qualcosa che ognuno di noi porta dentro di sé, ogni giorno di ogni anno. 

Per celebrare l'intero spettro delle identità LGBTQIA+ e la gioia generata dalla libera espressione sé, Calvin Klein ha lanciato la campagna #PROUDINMYCALVINS, invitando nove talenti queer internazionali ad esprimere la versione più autentica di loro stessi in una serie di video e immagini. Nel corso di quest'anno, Calvin Klein ha collaborato con i leader delle comunità queer di tutto il mondo per celebrare i temi dell'amore, della famiglia, dell'alleanza e dell’identità, ma ha anche lanciato la collezione Pride, disponibile tutto l’anno.

Determinato a mantenere viva a lungo l’atmosfera di festa, i-D ha chiesto a cinque artisti emergenti della comunità LGBTQIA+ internazionale di raccontarci cos’è per loro il concetto di Pride, le comunità di cui fanno parte, cosa rende la vita queer nelle città in cui vivono così interessante e quali cambiamenti vorrebbero veder realizzati nella lotta tutt’ora in corso per l’uguaglianza dei diritti queer. Oggi intervistiamo Sedrig Verwoert, ballerino professionista che ha iniziato a danzare all'età di tre anni, arrivando ad esibirsi su alcuni dei palcoscenici più apprezzati a livello internazionale. Dopo aver girato il mondo insieme a compagnie di danza di base a New York e in Israele, Sedrig è tornato ad Amsterdam e ha deciso di concentrarsi su coreografia e movement direction, lavorando con il Dutch National Ballet, Beyoncé e Calvin Klein.

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Cosa significa per te il concetto di Pride?
Essere a proprio agio con se stessi e avere il controllo di chi si è. Pride per me significa uscire di casa a testa alta, ma senza essere presuntuoso o arrogante. È credere che le cose si risolveranno, a prescindere dalla situazione in cui ci si trova. Si tratta di essere responsabili, sia per se stessi che le altre persone che fanno parte della nostra comunità. La cosa più bella del Pride, però, è non puoi non notarlo. Mi sento invadere da una gioia profonda quando vedo che le persone si sentono a proprio agio nella loro pelle. È questo che mi ispira.

In che modo il concetto di Pride fa parte della tua vita, anche professionale?
Lo vedo molto nelle relazioni personali che instauro mentre lavoro. Vedo la mia professione come uno strumento per entrare in connessione con gli altri, provocandoli per far sì che alla fine abbraccino un modo di pensare diverso. Capisco che questa sia l’era di Instagram e dei social media, ma non dobbiamo dimenticare l'importanza dell'interazione umana. È da qui che si genera molta della gioia che provo quando svolgo il mio lavoro.

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In che modo la danza ti ha permesso di esplorare ed esprimere la tua identità?
All'interno della comunità dei ballerini ci sono molte persone che si identificano come queer, ma esistono ancora forti limitazioni. C'è questa idea, per esempio, che un uomo debba sempre avere un atteggiamento maschile. Nella danza però esistono diversi linguaggi, e l’idea di entrare in connessione con la mia libertà interiore mi ha sempre affascinato. Gioco sia con la mascolinità che con la femminilità, perché io incarno entrambe. Quando sono tornato ad Amsterdam dopo aver vissuto e lavorato in Israele per due anni e mezzo ho iniziato a fare ricerche e a creare un mio metodo di lavoro personale. Questo mi ha permesso di scoprire molte identità queer, tutte estremamente stimolanti e che mi hanno spinto a fare arte queer. È stato un bel viaggio, che mi ha fatto riflettere su cosa significhi essere un performer queer nero che presenta il suo lavoro o che condivide il proprio corpo all'interno della cornice delle arti performative. Ci sono molti riferimenti urbani e contemporanei nel mio lavoro, ma se dovessi definirlo direi che il mio modo di danzare è un modo di danzare queer.

Quali sono i migliori aspetti dell’essere queer e vivere ad Amsterdam?Penso che sia una città molto diversa, molto giovane. Ultimamente ho l’impressione che la si riconosca, finalmente, come una città dove vivono e lavorano gli artisti. Prima non era così. A scuola, la gente mi diceva continuamente che dovevo andare di qua o di là se volevo fare arte—nessuno mi ha mai detto che sarei dovuto tornare ad Amsterdam e concentrarmi su ciò che mi circondava. Da quando sono tornato, invece, sento davvero di aver costruito qualcosa. 

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Ti consideri parte di una comunità specifica?
Non sento per forza di dover far parte di un gruppo specifico, ma sono consapevole di far parte di una generazione di artisti che si sta facendo strada in modi che vanno oltre i percorsi tradizionali—e di esserne un rappresentante. So per certo, ad esempio, che all'interno del Dutch National Ballet sono l'unico artista queer nero. Quindi non si tratta solo di me o di quello che faccio: devo farmi il culo per far sì che la prossima volta ci sia spazio per più persone come me qui dentro. Personalmente, sento forte la responsabilità del ritagliare nuovi spazi per chi è come me. 

Si dice spesso che il primo Pride sia stato stato una rivolta. A mezzo secolo di distanza dai Moti di Stonewall, per cosa pensi la comunità LGBTQIA+ debba ancora lottare?
Per la parità di diritti. Nell’ultimo periodo sono diventato più consapevole circa il tema dell’omofobia, mi accorgo quando manca una certa apertura mentale nelle persone. Ci sono ancora tanti pregiudizi sulla comunità LGBTQIA+, e ci sono ancora paesi in Europa dove si lotta per la parità di diritti. Sono molte le cose che possiamo fare per migliorare la situazione, ad esempio creare ambienti più inclusivi e spazi sicuri. Dobbiamo far sentire la nostra voce, e tutti noi abbiamo un ruolo da svolgere nel rendere la società un posto migliore.

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