Fotografia di Alice Sossella dalla serie Buonanotte

Perché riguardiamo sempre gli stessi film? E, soprattutto, perché ci fa stare bene?

Fenomenologia del rewatch, anche definibile come un’ode al piacere sottovalutato della ripetizione.

di Benedetta Pini
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18 febbraio 2021, 9:17am

Fotografia di Alice Sossella dalla serie Buonanotte

La pandemia ha stravolto tutto, dal mondo e la società per come li conoscevamo alla nostra vita intima e quotidiana, abitudini comprese. Se c’è però una cosa che è rimasta invariata è la tendenza a ottimizzare sempre e comunque il nostro tempo, a occuparlo con attività che siano in qualche modo funzionali e performative. Il tanto temuto “tempo perso”, come suggerisce il termine stesso, è ormai il peggior nemico della società capitalista in cui viviamo, additato e demonizzato come il male assoluto. 

Ma allora perché facciamo rewatch di serie tv che conosciamo quasi a memoria?

Durante il primo lockdown di marzo 2020, si è tentato di rivalutare il piacere e l’importanza dell’ozio per il benessere della nostra salute mentale, un tema oggi cruciale e da porre al centro dell’agenda pubblica. Peccato che, in quell’occasione, fosse solo una strategia retorica politica, veicolata dall’alto di chi poteva permettersi di non fare niente per mesi, mentre migliaia di persone perdevano il lavoro e riempivano quell’ozio non di relax e attività splendide nelle loro seconde e terze case, ma di angoscia per il futuro. Lasciando questo tema per un approfondimento a parte—ad esempio con questo articolo di VICE—, aggiungerei che questo tempo libero tendiamo non solo a riempirlo di cose, ma anche di cose nuove.

L’associazione tra nuovo e più interessante è intuitiva, ed è una tendenza che accomuna ogni essere umano. Un esempio pratico: dovete scegliere un film da vedere insieme a qualcuno e questa persona vi propone un titolo che avete già visto. Quanto è probabile che accetterete la sua idea? E quanto è probabile che investirete tempo, energie e magari anche denaro—la sua proposta era disponibile in streaming gratuito, mentre la vostra solo a noleggio a pagamento—per trovare una nuova soluzione? Ma quanto è probabile che questa seconda opzione sia realmente migliore della prima, che questo secondo film sia più interessante del primo?

Con la presunta certezza di ottimizzare il nostro tempo e i nostri costi, in termini di denaro, tempo ed energie, tendiamo a rifuggire ciò che ci è familiare, come se non avesse più niente da offrirci, e a cercare indiscriminatamente il nuovo. In cambio, infatti, il nuovo sembra prometterci qualcosa di sicuro: l’intensa emozione che deriva dalla scoperta —affermano Frederick & Loewenstein nello studio del 1999 Hedonic adaptation—, una sensazione di eccitamento edonistico che la ripetizione di un’esperienza già fatta sembra non poterci più dare.

Tornando al discorso iniziale, ci fa anche sentire funzionali: tramite il nuovo combattiamo l’abitudine e la routine, promuoviamo la diversità e la varietà, e dunque scegliamo un arricchimento implicito. E tutto questo avviene a prescindere dal fatto che questa attività nuova ci interessi davvero, spiegano gli studi Pursuing happiness: The architecture of sustainable change (Lyubomirsky, Sheldone Schkade, 2005) e Variety is the spice of happiness: The hedonic adaptation prevention (HAP) model (Sheldon, Boehm e Lyubomirsky, 2012).

In realtà, si tratta di una proiezione delle nostre aspettative, che a loro volta vanno a determinare le nostre scelte—come dimostrato dallo studio Enjoy It Again: Repeat Experiences Are Less Repetitive Than People Think di Ed O’Brien, fondato su un sondaggio nazionale di 385 adulti americani. Ma sappiamo bene quanto il rapporto tra aspettative e realtà sia sbilanciato e quanto causi dispercezioni. Ecco, il nostro rapporto screditante nei confronti della ripetizione del già noto, nello specifico del rewatch, rientra a pieno nella casistica, anche se non ce ne rendiamo conto e ci sembra di fare (quasi) sempre la scelta migliore, senza alcun dubbio. Ora, però, leggere nero su bianco questo processo e riflettere sui meccanismi che lo innescano può forse cambiare il nostro punto di vista.

La pandemia, come dicevamo, ha cambiato le carte in tavola e stravolto i nostri equilibri interiori. Diversi studi hanno infatti dimostrato che questa situazione ci ha portato a ri-leggere, ri-ascoltare, ri-guardare cose che conoscevamo già, slatentizzando una tendenza che era già presente in molte persone e portandola all’estremo, facendoci riflettere seriamente su questo meccanismo. Se, come me, siete persone portate ai loop e alle fisse—credo che con tre rewatch completi di Lost io possa richiedere qualche tipo di riconoscimento mondiale—, da marzo 2020 è probabile che non abbiate fatto altro.

Fino a febbraio 2020 andavo al cinema almeno tre volte a settimana, guardando continuamente film nuovi e relegando i rewatch ai momenti di sconforto. Nell’ultimo anno avrò guardato una manciata di titoli che non avevo ancora visto, e per il resto ho dato fondo a tutti i miei comfort film—per la maggior parte guilty pleasure che non confesserò in questa sede. In parte, ha avuto un peso rilevante nella dinamica anche un meccanismo di difesa contro la frustrazione di non riuscire a concentrarmi su niente in questo periodo, tanto meno su qualcosa di nuovo: se mi distraggo con un film già visto più volte, neanche mi accorgerò di essermi persa dei pezzi. Insomma, potremmo definire il 2020 l’anno del rewatch, l’anno in cui sono tornata più spesso del solito sugli stessi film. E credo di poter parlare a nome di molte persone.

Assodato nei primi paragrafi di questo articolo che non ci sia niente di male nella ripetizione, che non sia così noiosa, inutile e priva di sorprese come potremmo aspettarci, e che anzi può permetterci di cogliere nuovi aspetti, dettagli ed emozioni di un film, cosa esattamente cerchiamo quando attingiamo a titoli che conosciamo già? Cosa diavolo cerco quando è l’ottava volta che guardo Chiamami col tuo nome—okay, questa è una confessione che vi do il permesso di usare contro di me—e non ho veramente più niente da scoprire? E perché nel 2020 sono impazzita a tal punto che le persone che mi vogliono bene volevano mettere una sorta di parental control su quei film con cui mi ossessiono?

Potremmo parlare di forza dell’abitudine, di dipendenza, di ritualità e di comodità—dato che sfogliare i cataloghi delle piattaforme streaming alla ricerca di qualcosa di nuovo ci fa sempre più sentire come Jack Nicholson nel labirinto di Shining—, ma sarebbe riduttivo e parziale. Sicuramente giocano un ruolo importante, soprattutto quando arriva una pandemia a toglierci ogni certezza, e reagiamo cercando di aggrapparci con le unghie a quel poco che ci rimane della vita per come la conoscevamo—fosse anche solo una serie di naufraghi su un’isola deserta scritta da un gruppo di sceneggiatori che si sono fatti dei gran trip sullo spazio-tempo. Ma non è qui il punto centrale della questione.

A proposito di certezze, in un periodo in cui tutto cambia di continuo e non possiamo controllare assolutamente niente, per me riguardare un film che ho già visto significa entrare in una comfort zone che mi fa sentire al sicuro: un ambiente familiare, personaggi che conosco, un certo stato emotivo indotto senza brutte sorprese—insomma, tutto il contrario della nostra vita in generale, e ancora di più dallo scoppio della pandemia. Il rewatch è il mio antidoto al terrore e all’ansia verso l’imprevisto, l’ignoto e, soprattutto, verso ciò che non posso controllare. È un viaggio emotivo consapevole—come lo definiscono Cristel Antonia Russell e Sidney Levy in The Temporal and Focal Dynamics of Volitional Reconsumption: A Phenomenological Investigation of Repeated Hedonic Experiences, uno studio basato su ricerche più ampie sull’emozione e l’empatia al cinema; come anche Imagining Cinema: ‘Cinempathy’ and the Embodied Imagination di Robert Sinnerbrink, A Theory of Narrative Empathy di Suzanne Keen e Sympathy for the Devil: Cinema, History, and the Politics of Emotion di Johannes von Moltke.

Funziona un po’ come le Madeleine di Proust: ripenso alla condizione in cui ero la prima volta in cui ho visto il film, presa da un moto nostalgico che sicuramente deforma il passato come migliore del presente, ma che durante il coronavirus forse così deformato non è. Al contempo, guardarmi indietro mi permette di ricordarmi che vale la pena vivere, anche solo nella speranza che momenti come quello possano tornare, e che anche i periodi peggiori passano—perché a volte questa Madeleine non è così dolce come quella là. La volontà che mi spinge è quella di recuperare un momento perduto, che sia un pezzo della mia personalità, della mia identità o della mia quotidianità.

Il punto è che il 2020 ha reso tutto estremamente più difficile. Voi non vi sentite eternamente stanchi da ormai un anno? Per quanto mi riguarda, sì, e alterno momenti in cui vorrei rivoluzionare la mia vita a momenti in cui è faticoso anche solo alzarmi dal divano per prendere l’accendino. Figuriamoci affrontare qualcosa di nuovo, che magari potrebbe persino mettere in discussione la mia visione delle cose e intaccare lo status-quo. Tra tutti gli sbattimenti del momento, ci manca pure questo.

Il nuovo, che prima ci attirava così tanto con le sue promesse di scoperta, ora è carico di cambi di prospettiva, e in questo momento di cambiamenti, adattamenti e resilienza non ne vogliamo più sentire parlare. Inoltre, per quanto mi riguarda, tornare su titoli visti anni fa con la testa di oggi—e vale soprattutto per le romcom anni ‘90 intrise di sessismo—mi permette di riconoscere una me del passato che nel frattempo è cresciuta, ha decostruito tanti pattern e si sa autodeterminare nel mondo: accantonando la vergogna per la me che con quei film piangeva e si emozionava, tutto questo mi fa sentire bene. 

Il filo conduttore di questa riflessione è semplice. Il rewatch mi fa stare bene, e da marzo 2020 ho semplicemente cercato questo: farmi del bene.

Crediti

Testo di Benedetta Pini
Fotografia di Alice Sossella, dalla serie Buonanotte

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