4 progetti emergenti per rendere il settore creativo un posto più inclusivo

Realizzato al workshop di i-D Italy per il Master in Fotografia di Raffles Milano, il reportage della fotografa Lara Sunier indaga 5 nicchie della scena queer milanese.

di Carolina Davalli
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23 giugno 2022, 1:07pm

Qualche settimana fa, noi di i-D Italy abbiamo fatto irruzione nelle aule di Raffles Milano—l’hub milanese che forma e prepara talenti emergenti del campo della moda, della fotografia e del design—per immergerci nell’universo creativo delle nuovi voci della fotografia.

Nel caso non avessi letto questo articolo, ti ricordiamo infatti che la nuova generazione di fotografe e fotografi che stanno completando il Master in Fotografia di Raffles Milano ha preso parte a una serie di workshop con l’obiettivo di realizzare un progetto che esprimesse la loro visione creativa attraverso i format di editorialireportage e shooting.

Tra tutti i progetti, uno che ha catturato la nostra attenzione è quello di Lara Sunier, fotografa emergente che si è immersa nella scena artistica underground di Milano per scovare i progetti che stanno cambiando l’industria creativa dall’interno, proponendo una visione inclusiva e indipendente delle arti.

Choppy Lab

4 progetti emergenti queer inclusivi milano

Ciao Choppy Lab! Parlateci di voi e quali sono le ispirazioni dietro alla vostra pratica?
Mirko:
Ciao! Ho 22 anni e studio Fashion Styling alla NABA di Milano. Attualmente, mi ispirano molto Balenciaga, Luis De Javier e Pariah e il lavoro di Lotta Volkova e Betsy Johnson. Nella musica—un elemento che mi ha permesso di consolidare la mia estetica—è invece Charli XCX che mi ispira di più, soprattutto per il suo approccio sperimentatale.

Andrea: Ciao! Ho 24 anni e sono un Digital & Graphic Designer. Per quanto riguarda il mio stile personale, mi piace mixare l’estetica vintage-punk di Vivienne Westwood con una più fredda e attuale, simile a quella di Balenciaga, Coperni e Abra. Nel mio lavoro di designer, invece, mi ispiro alla moda, alla tecnologia e alla grafica. La musica ha sempre avuto un ruolo cruciale nella mia estetica, in particolare le influenze K-Pop e Hyperpop del gruppo BLACKPINK, che mi ha avvicinato a brand al tempo di nicchia come Marine Serre.

4 progetti emergenti queer inclusivi milano

Com’è nato Choppy Lab, e qual è l’obiettivo dietro al progetto?
Choppy nasce nell’ottobre del 2021 da un’idea di Andrea, il quale aveva realizzato un orecchino con una ciocca di capelli dello stesso colore dei suoi—al tempo arancioni—pensando che sarebbe stato un accessorio interessante da indossare. Inizialmente, era questo oggetto aveva uno scopo puramente personale, era semplicemente un accessorio che volevamo possedere perché fuori dal comune. Poi, però, questo oggetto ha riscosso talmente tanto successo che ci ha visto realizzare il prodotto anche su commissione, facendoci diventare un brand a tutti gli effetti.

Come descrivereste Choppy Lab in 5 parole?
Unico, colorato, personale, punk e versatile.

4 progetti emergenti queer inclusivi milano

Secondo voi, la moda dovrebbe essere più inclusiva?
Assolutamente sì. A piccoli passi, sta diventando un’industria sempre più inclusiva soprattutto grazie a piccole realtà indipendenti che portano avanti progetti di abiti e accessori senza un target di genere specifico e senza seguire le distinzioni di genere ancora offerte dai brand. Ma c’è ancora molto da fare.

Quali consigli dareste ad altri brand emergenti? E cosa vedete nel futuro di Choppy Lab?
Il consiglio più sentito è quello di avere una mente aperta e di non lasciarsi intimorire dal mercato. Se pensate che la vostra idea sia innovativa e impattante, realizzatela! E poi, mantenete la vostra identità e siatele fedeli sempre. Secondo noi, è questo quello che rende un brand riconoscibile e apprezzato. Nel futuro, ci auguriamo che Choppy possa espandersi sempre di più. Attualmente siamo focalizzati sulla produzione di gioielli, ma ci sono nuove idee in cantiere che non vediamo l’ora di presentare alla nostra piccola—ma solida!—comunità.

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N3tlog

4 progetti emergenti queer inclusivi milano

Ciao Maria! Parlaci di te e di come sei entrata nell’industria creativa.
Ciao! Ho 26 anni, sono nata in Colombia e vivo in Italia da più di 20. Per il lavoro di mia madre, ho girato molte città durante tutta l’infanzia e la prima adolescenza e non ho mai vissuto nella stessa casa per più di 2 o 3 anni. Questo ha influenzato molto la persona che sono oggi, soprattutto quello che riguarda conoscere realtà diverse e stringere nuove amicizie. Poi, a 17 anni, sono andata a vivere da sola e ora vivo stabilmente a Milano dal 2019.

Ho sempre avuto tante passioni, tutte nate per caso. Il make-up è la pratica a cui sono più legata, e mi lascio ispirare da tutto ciò che mi circonda. Questo vale anche per la nail art, un interesse artistico nato durante i miei anni all’Accademia. Prima facevo grafica d’arte, adesso le unghie sono le mie nuove lastre dove disegno elementi astratti e decorazioni in 3D. Per quanto riguarda la musica, inizialmente ho cominciato a suonare solo per il mio gruppo di amici, poi è diventato una passione—mi piace mischiare generi, mixare una canzone emo elettronica o pop punk a una traccia Latina o funk.

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Da dove è nata la tua voglia di creare e per chi crei?
È nata da un bisogno personale. Per me, le unghie e il make-up mi aiutano a sentirmi completa. Inizialmente, facevo le unghie e truccavo solo me stessa, poi ho cominciato a ricevere delle richieste da parte di amici e amiche. Per quanto riguarda la musica, all’inizio era un semplice divertimento, poi ha cominciato a piacermi veramente e ho iniziato a suonare a piccoli party, finché insieme a delle amiche abbiamo creato il collettivo musicale @spite000, che ora conta un gruppo ampio di artist3 musicali.

Parlaci del tuo stile e delle tue ispirazioni.
Da adolescente ascoltavo solo ed esclusivamente metalcore, post hardcore e un po’ di musica scene, quindi mi definivo emo, ma ora non saprei definire il mio stile. Oltre alla musica, anche vecchi social come Netlog, MySpace, Tumblr hanno sicuramente segnato moltissimo il mio stile. E infine la scena teckno, che prima disdegnavo ma in cui ci sono capitata poi per caso. Ora eccomi qui a suonare la musica che prima odiavo e non capivo.

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5 parole per descrivere la tua pratica.
Stravagante, colorato, minuzioso, rappresentativo ed entusiasmante.

Secondo te l’industria creativa dovrebbe essere più inclusiva?
Si abusa di questa parola in ogni contesto, soprattutto quello dell’industria creativa. Nella mia esperienza, credo che l’industria del beauty sia più inclusiva rispetto a quella musicale. Io e il mio collettivo di amicə trans e non binary viviamo situazioni violente alle serate (anche quelle dichiaratamente “queer”) e manca sempre un aiuto reale da parte delle organizzazioni. In Italia, in particolare, c’è pochissima rappresentazione queer all’interno della scena musicale.

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Bad Bitch Axel

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Ciao! Parlaci di te e di quando ti sei reso conto di avere delle passioni artistiche.
Ciao! Sono Axel, in arte Bad Bitch Axel, e sono un artista e modello monzese originario della Costa D’Avorio. Da piccolo, la mia più grande passione era la musica, ed essendo un bambino molto silenzioso era il mio modo per esprimermi. La musica, come la moda e l’arte, sono da sempre dei veicoli espressivi fondamentali per me.

Perché hai scelto il nome Bad Bitch Axel?
Fino da quando ero piccolo, ho sempre sentito di avere un lato femminile, che ho iniziato a esplorare e celebrare solamente qualche anno fa. Ho iniziato a riflettere sul fatto che il concetto di forza venisse spesso associato a figure maschili, ma avendo delle donne molto forti nella mia famiglia, volevo dimostrare che questo concetto si applica anche alla dimensione femminile. Bad Bitch è questo, è la celebrazione del mio lato femminile e della mia sessualità, incarna il potere che ne deriva quando lo esprimi.

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Come sei entrato nel mondo della musica? E qual è l’obiettivo dietro alla tua musica?
Ogni giorno, tutto il giorno, mia madre teneva acceso MTV Music e io guardavo tutti questi artisti che esprimevano il proprio stile e personalità senza compromessi. Volevo diventare come loro. In particolare, la musica che mi inspirava era sopratutto la “Black Music.” Essendo un ragazzo di colore in Italia, non vedevo tanta gente che mi assomigliasse, mentre in quella scena trovavo delle persone simili a me che facevano musica. L’obiettivo dietro alla mia musica è infatti questo, trasmettere un messaggio di libertà e proporre qualcosa di diverso da una scena, secondo me, ancora molto monotona.

Credi che l’industria musicale sia aperta alla comunità queer?
La musica è arte ma è anche un business che, alla fine, offre opportunità solo a un certo tipo di persone. Ad oggi, manca ancora una rappresentazione reale queer e della comunità LGBTQAI+. Si tratta di rappresentazione, ed è essenziale offrirla su tutto lo spettro della realtà umana. Per esempio, l’ambiente di cui faccio parte io, il Rap, è ancora estremamente maschilista e poco inclusivo. Nel momento in cui mostro il mio lato femminile, vengo preso meno sul serio.

4 progetti emergenti queer inclusivi milano

Dove trovi le tue ispirazioni?
Le mie ispirazioni spaziano molto tra generi musicali, ho sempre ascoltato tantissima musica di tutti i tipi. L’R&B avrà sempre un posto speciale nel mio cuore ma amo molto anche le icone del pop come Britney Spears, Madonna, Beyoncé e Michael Jackson, sopratutto per la loro capacità di muovere le masse sia attraverso la loro musica che attraverso la loro immagine.

La cosa che ti ha reso più orgoglioso fino ad adesso?
La cosa di cui sono più orgoglioso nel mio percorso è stata sicuramente la creazione del mio primo album CUPIDO, che uscirà nei prossimi mesi. Insieme al mio produttore BONIFACIO8, ho voluto mostrare un nuovo lato di me—più vulnerabile e sensibile—al mondo.

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Cristina Veizaj

4 progetti emergenti queer inclusivi milano

Ciao Cristina! Parlaci di te e di com’è nato il progetto Barbuzia Studio.
Sono Cristina, gelataia e designer. Barbuzia è un progetto che abbiamo creato insieme io e Prepú (Giacomo), mio partner in crime. Realizziamo costumi e customizzazioni per performer, drag queen e artist3.

Quali sono le ispirazioni dietro al tuo stile personale?
Descriverei il mio stile come naïve, istintivo. Sicuramente si ispira un pò dai grandi, tutti si ispirano ai grandi, anche se le mie principale fonti di ispirazione sono i miei amici. Un’altra figura che mi ispira costantemente è la mia cuginetta Wendy. Ogni volta che ci vediamo, lei mi regala dei disegni che diventano parte integrante del mio universo creativo.

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Secondo te l’industria della moda dovrebbe essere più inclusiva?
Una brand come Barbuzia non ha molta visibilità nella moda, dove c’è molto woke-washing. Io non mi fido mai troppo dell’industria, non mi sento rappresentata e non vedo autenticità dietro ai grandi brand. L’industria creativa dovrebbe offrire più visibilità e rappresentazione, perché se non c’è nessuna persona trans a capo di un grande marchio, questo dimostra che essere trans può ancora essere una barriera nella moda.

Quali sono dei brand che secondo te stanno facendo dei passi avanti in questa direzione?
Act N°1 lavora molto sulla rappresentazione della community, prendendo drag queen, artisti trans o talent come Elenoire Ferruzzi come volti del brand. O il lavoro di Bottega Veneta con Arca, quella è rappresentazione! Il punto è che non vogliamo essere solo un contorno, ma parte integrante dell’industria.

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La tua definizione di bellezza.
Particolarità.

Qual è il futuro di Barbuzia Studio?
Continuare a creare. Forse fare meno customizzazione e concentrarmi a realizzare accessori da incorporare ai look.

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Crediti

Testo: introduzione di Carolina Davalli, interviste di Lara Sunier
Fotografie: Lara Sunier

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