Perché "Dark" è considerata la migliore serie Netflix di sempre?

È la serie tv più coinvolgente, intensa e stratificata che possiate vedere al momento, e non succedeva dal 2004, cioè dai tempi di "Lost".

di Benedetta Pini
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03 luglio 2020, 10:23am

Still dal trailer di "Dark"

Prima di cominciare, due precisazioni: in questa recensione non ci saranno spoiler e non sbroglieremo tutti passaggi logici della contorta trama di Dark. In questa recensione cercheremo di capire perché Dark è stata eletta la miglior serie originale Netflix di sempre.

E non siamo noi a dirlo, ma Rotten Tomatoes: il rispettatissimo sito di cinema ha indetto una sfida per eleggere la migliore serie originale Netflix, e Dark ha trionfato, superando prodotti di alta qualità come The Crown, Mindhunter e Peaky Blinders, stracciando nello scontro finale Black Mirror (che a sua volta aveva vinto di pochissimo contro Stranger Things) e ottenendo ben l'80 percento delle preferenze. Al contest potevano partecipare tutti gli utenti del sito, e vi hanno preso parte due milioni e mezzo di persone. Un risultato piuttosto affidabile, no?

Ma se chiedete ai vostri amici, è probabile che non siano in molti ad aver visto Dark. In Italia è passata piuttosto in sordina, in parte per la scelta di Netflix di pubblicizzarla come la Stranger Things tedesca, ma in un momento in cui l'hype per la serie dei fratelli Duffer stava iniziando a diminuire sensibilmente; in parte perché le prime 5 puntate procedono con un ritmo piuttosto lento e informe (leggi: noioso).

Superato lo scoglio iniziale, però, vi assicuriamo che Dark diventa la serie tv più coinvolgente, intensa e stratificata che possiate vedere al momento, e non succedeva dai tempi di Lost (2004!). In mezzo ci sono stati altri prodotti che ne hanno ereditato e rielaborato la struttura e il genere, come Fringe, Wayward Pines e The OA di Brit Marling, che ad agosto 2019 ci ha spezzato il cuore con l'annuncio della cancellazione definitivamente dopo due stagioni.

Tutte serie che condividono con Dark molto più di quanto possa sembrare, a partire dal genere principale con cui si identificano: la fantascienza. Ed ecco qui un altro motivo per cui la serie in Italia non ha avuto un successo clamoroso: molti associano istintivamente la fantascienza a navicelle spaziali e guerre intergalattiche da nerd, ma si tratta di un genere che ha dimostrato di avere grandi potenzialità, liberando gli sceneggiatori da numerosi vincoli cinematografici e permettendo loro di portare alle estreme conseguenze il concetto di "narrazione esplosa"—una decostruzione della cronologia del racconto ottenuta attraverso tecniche come la ripetizione e la non consequenzialità che va a creare un racconto reticolare composto da incastri, scambi, prestiti, salti temporali, associazioni logiche, loop, confusione realtà-finzione-fantasia e mondi paralleli.

Partendo dal mantra "l'inizio è la fine. La fine è l'inizio," la storia di Dark si regge su un'impalcatura ambiziosa, fondata sul paradosso temporale come unico principio che determina il concatenarsi degli eventi, di contro alla dinamica causa-effetto. Proprio come in Lost, ma la differenza è che in Dark ogni singolo tassello si incastra perfettamente agli altri, realizzando un puzzle coerente, in cui tutto torna dal primo all'ultimo istante, incluso il finale della terza e ultima stagione. Uscita il 27 giugno su Netflix, ha finalmente attirato su di sé l'attenzione che la serie meritava da tempo.

recensione dark terza stagione

Ma nella cittadina di Winden c'è qualcosa di strano: scompaiono due bambini e ogni 33 anni, ovvero quando il ciclo lunare e solare si trovano allineati, si verificano altri fenomeni inquietanti. Le ricerche portano a galla un mistero dopo l'altro, finché non si scopre che c'è qualcosa o qualcuno che permette ai membri delle quattro famiglie protagoniste (Kahnwalds, Nielsens, Tiedemanns e Dopplers) di viaggiare nel tempo, passando cioè dalla Winden del 2019 a quella del 1986 e del 1953, dove entrano in contatto con i loro parenti e amici del passato, del presente e del futuro, ma anche con le altre "versioni" di loro stessi, legando così il destino individuale a quello del mondo intero.

L'intreccio della prima stagione si estende nella seconda al 1921 e al 2052, mentre nella terza arriva fino al 1888, aggiungendo alla dimensione temporale anche quella spaziale: le vicende non si svolgono solo in diversi piani temporali di uno stesso universo, ma in più universi, paralleli e alternativi, che coesistono tra loro. In una parola, Dark porta sullo schermo il multiverso teorizzato da Hugh Everett II. Se seguire la seconda stagione richiedeva un alto tasso di attenzione e rendeva Dark assolutamente inadatta a essere vista la sera con un occhio mezzo chiuso e l'altro pure, per la terza munitevi di taccuino per prendere appunti.

Se è così complessa, perché allora Dark ci piace tanto?

Intanto, come in ogni saga sci-fi che si rispetti, sulla serie incombe l'ombra di un'apocalisse imminente, verso cui gli eventi sembrano tendere e che assume contorni sempre più inquietanti. Ai protagonisti spetta prima individuare questa traiettoria, poi capirne i meccanismi e infine disinnescarli, o stare a guardare impotenti mentre il mondo intero sprofonda in un baratro. Non vi diremo in quale caso rientra Dark, ma questa atmosfera angosciante e allo stesso tempo indefinita è una delle caratteristiche della serie che, proprio come con Lost, vi terrà incollati allo schermo fino all'ultimo secondo, mentre il vostro cervello elabora una miriade di teorie per dare un senso al tutto. Avrete bisogno di sapere come andrà a finire e dimostrare ai vostri amici che ci avevate azzeccato.

Questo continuo gioco di rimandi non stimola solo curiosità dello spettatore, ma lo spinge anche a scoprire dimensioni dell’esistenza al di fuori dell’ordinario. Il rapporto tra serie tv e fruitore cambia: in Dark siamo interpellati in modo diretto, dobbiamo immergerci nella serie e intervenire attivamente alla necessaria ricostruzione e interpretazione della storia, proprio come accade in The OA, ad esempio. Si tratta di un'efficace strategia di marketing, amplificata dall'uso di numerosi cliffhanger, al fine di innescare un dibattito che consolidi e amplifichi l'audience. Ma questo meccanismo, in qualche strano modo, ci appaga. La nostra vita reale sarà anche un casino, ci viene da pensare, ma almeno in questo mondo di finzione riusciamo a rimettere insieme i pezzi; e se proprio non dovessimo farcela, allora ci sentiremmo sollevati per tutte le volte in cui non ci riusciamo neanche nella vita reale.

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Ma il concetto di fondo della serie non è per niente roseo, anzi: “Tutto accade come deve accadere e come già è accaduto". Detta in altre parole, tutto segue il principio di autoconsistenza. Anche se i personaggi si muovono nel tempo, qualsiasi cosa facciano non possono modificare il proprio destino, né quello altrui, ma solo assecondare gli eventi per come si sono svolti, piegandosi all'incedere inesorabile e immutabile del tempo. Dark è governata da un fatalismo di fondo radicato e radicale che ha già previsto tutto, anche queste interferenze, secondo lo straziante paradosso della predestinazione. E il libero arbitrio? Una domanda ricorrente anche in Lost.

Beh, siamo liberi di fare quello che vogliamo, ma il punto è un altro: perché vogliamo quello che vogliamo? Dark sembra suggerire che dipende da una tensione inconscia già inscritta nel destino di ciascuno di noi. Di conseguenza, assecondare le nostre pulsioni non significa essere liberi, autodeterminarci come individui, ma semplicemente compiere ciò a cui siamo predestinati, all'interno di un disegno più grande che non conosciamo. E non c'è via di scampo.

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Crediti

Testo di Benedetta Pini

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