15 domande ai Cactus?, il trio più anarchico della scena indie italiana

Così anarchico che non crede esista "la scena indie italiana."

di Benedetta Pini
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30 giugno 2020, 9:49am

Fotografia di Riccardo Michelazzo

Pensate ai progetti che adesso popolano la scena musicale milanese, per quanto messa in stand-by dall'emergenza Covid. Ora immaginate come potrebbe essere il progetto più anarchico possibile all'interno della scena. Ecco, ciò che vi è venuto in mente è qualcosa che si avvicina molto ai Cactus?.

Trio proveniente dal nulla delle pianure industriali del nord Italia, esordisce nel 2016 con l'EP Sorry for My Accent, con chiara ispirazione all'indie British, ma sporcato da un sound lo-fi. La Domino Records, etichetta di artisti come Arctic Monkeys e Franz Ferdinand, li nota e inserisce il loro singolo I Don't Think It's Good for You to Stop Smoking nella sua playlist Spotify Best of Indie. Nel 2019 arriva il primo LP, No People Party, che dà una forma più strutturata al progetto: dance-punk di metà anni '00 unito all’attuale movimento lo-fi bedroom, il tutto colorato da multi-layer di synth anni '80 e sample di vario genere.

Il lungo tour europeo ha dimostrato che il loro è il live act più folle della scena nostrana. E i loro videoclip non sono da meno. L'ultimo è quello di Blue Lips / Cold Heart, caratterizzato, indovinate un po', da un'estetica lo-fi e ispirato a Uno, nessuno e centomila di Pirandello. Perché oggi siamo tutti come il protagonista del romanzo: lui era in guerra col proprio naso, noi con la nostra immagine, e ne siamo ossessionati, in un gioco sui social media che è solitario e corale insieme. Lo sosteneva anche lo scrittore e poeta Iosif Brodskij: l'uomo è prima di tutto una creatura estetica, prima ancora che etica, e quindi è condannato a lottare contro la pressione dell'essere all'altezza di determinate aspettative da parte della società.

Ma si può uscire da questo gioco? Lo abbiamo chiesto direttamente ai Cactus?, ovvero a Simone, Andrea e Francesco, chiedendogli anche di raccontarci tutto di loro e di questo nuovo brano.

Ciao! Che cosa farete oggi? E cosa stavate facendo prima di rispondere a queste domande?
Ciao! Come ogni sera, siamo nel nostro studio. Abbiamo da poco finito il lavoro e ora ci dedicheremo subito alle questioni del gruppo, poi forse suoniamo un po', oppure accendiamo la Play2 e continuiamo il nostro campionato master su PES 2.

Dove siete cresciuti, e com’è stato crescere dove siete cresciuti?
Siamo cresciuti in un paesino di campagna della pianura industriale veneta, da cui ci allontaniamo spesso e volentieri, ma che rimane sempre nei nostri cuori. La musica ci ha aiutato a evadere da questo posto. Qui ci si sente isolati, ma abbiamo imparato ad amare anche questo, il ritrovarsi a bere in bar vuoti e a passare le serate nei karaoke gestiti da anziani.

Intervista Cactus per la rubrica 15 domande a di i-D

Che impatto ha avuto e sta ancora avendo il lockdown sul vostro processo creativo e produttivo?
Per noi il lockdown è stato un disastro. Abbiamo passato gran parte del tempo a tenerci compagnia in chat o con qualche videochiamata, ci siamo divertiti a fare dei remix per eventi online, ma non abbiamo prodotto niente in particolare. La mancanza di stimoli che solitamente sorgono nel tempo che passiamo insieme, in studio o semplicemente a bere in giro, ha ucciso la nostra creatività. Non è facile avere voglia di produrre quando si è chiusi in casa da settimane. Ora che possiamo vederci stiamo ripartendo a registrare e stiamo riorganizzando i nostri live.

Cosa state ascoltando in questo periodo?
Pc music, hyper pop, deconstructed club.

Come racconteresti la vostra evoluzione artistica dagli esordi a oggi?
Siamo passati dal surf rock del primo EP all’indie-rock-merdoso-vecchio-2007 [lol, lo amiamo] nell’ultimo album. Ascoltiamo di continuo cose diverse, è imprevedibile.

Intervista Cactus per la rubrica 15 domande a di i-D

Nel 2019 avere portato il vostro primo LP, No People Party, in giro per l'Europa. Com'è stato? E che differenza avete riscontrato tra palchi italiani e non?
È stato davvero assurdo. Rispondendo di getto, diremmo che all'estero il pubblico è molto più aperto ad ascoltare cose strane o nuove. Ma probabilmente queste generalizzazioni non hanno senso. Abbiamo trovato situazioni stupende all'estero come a Milano. Forse chi fa parte dell'ambiente si mette questa croce addosso e pensa che in Italia i gruppi più particolari non troveranno mai spazio, ma bisognerebbe smetterla di pensarlo. Siamo nel 2020, grazie allo streaming puoi ascoltare qualsiasi gruppo invisibile nel mondo. Sta a chi fa musica proporre qualcosa di nuovo, non a chi ascolta.

Come descrivereste la scena indie di Milano oggi? E come vi inserite al suo interno?
Della scena indie milanese conosciamo solo qualche nome, forse i più noti. Non ci siamo mai sentiti parte di una scena qui in Italia, abbiamo suonato molto in questi ultimi anni e non ci siamo mai sentiti tagliati fuori; forse siamo un po' anomali, ma crediamo sia un fatto comunque positivo per la nostra identità.

Intervista Cactus per la rubrica 15 domande a di i-D

Qual è la cosa che vi rende più fieri del vostro percorso musicale finora?
Prima di tutto, la quantità di alcol che riusciamo a bere dopo i live senza morire. In secondo piano, il fatto di essere riusciti a raggiungere i confini nazionali e a oltrepassarli, anche solo con le piccole esperienze che abbiamo fatto all'estero. Ultima cosa, non da poco, è la possibilità di avere incontrato le persone che ci ascoltano, riuscendo spesso a parlare con loro a fine concerto e vederli entusiasti dei nostri live.

È appena uscito il video del singolo Blue Lips / Cold Heart. Cosa c'è dietro a questa estetica?
Attraverso il video e la sua estetica abbiamo provato a rappresentare il testo della canzone. È uscito così, senza pensarci molto, e solo alla fine abbiamo davvero realizzato che abbiamo trattato l’argomento in modo più profondo di quanto intendessimo fare. Il testo parla dell’immagine in cui una ragazza si mette in mostra in modo ossessivo, e solo guardando l'espressione del volto di chi ne è attratto ci si rende conto di quanto il suo atteggiamento sia vuoto e triste. Lo specchio sul set vuole decostruire questo meccanismo, mostrando la scena da un punto di vista diverso, che nessuno considera. Non si tratta di una visione giudicante, né che offre una soluzione a questo modo di porsi; è solo uno spunto. La personalità di ognuno di noi, nessuno escluso, è inquinata dal bisogno di mettersi in mostra, e il confine tra un comportamento sincero e uno indotto da questa imposizione esterna è talmente labile che spesso è impossibile distinguerli.

Intervista Cactus per la rubrica 15 domande a di i-D

Ed è un singolo che anticipa qualcosa? Cosa dobbiamo aspettarci?
Ci saranno nuovi singoli nei prossimi mesi, probabilmente un album più avanti. Aspettatevi ballate tranquille in falsetto e anche canzoni da club più rave/trance.

Avreste dovuto partecipare al SXSW Festival di Austin, Texas, ma a causa del coronavirus è saltato tutto. Vi manca suonare live? Quale sarà la prima cosa che farete quando potrete tornare su un palco?
Ci manca tantissimo. Ci manca il contatto diretto con la gente, le donne, i soldi, la droga. Questo coronavirus ci ha reso poveri e casti, ne faremo un punto di forza [?]. Ci stiamo pensando molto ultimamente, scherzi a parte, e stiamo cercando di organizzare al meglio i futuri live.

Come e dove vi vedete nel 2030?
Oddio, questa domanda è davvero pesante. Abbiamo molta paura di non potere più suonare un giorno a causa del lavoro, dell'età o di qualsiasi altra cosa possa capitarci. Suonare insieme è la nostra vita, finché potremmo farlo continueremo a provarci. Vivere di musica tutti insieme sarebbe stupendo, forse nel 2030 sarà così.

Ci consigliate tre progetti musicali emergenti da tenere d'occhio e seguire assolutamente?
Recovery girl, Sega bodega, 100 gecs

Il paradiso esiste?
Abbiamo già oltrepassato il limite di bestemmie consentito per andarci, per cui, al momento, ci conviene fare finta che non esista.

E l’inferno?
Sì, ma stando alla risposta di prima forse.

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Crediti

Testo di Benedetta Pini
Fotografie di Riccardo Michelazzo
Artwork su gentile concessione dell'ufficio stampa della band

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