Il video sul cat calling che sta girando in queste ore è del 2014, ma la situazione nel 2020 è identica

Sono passati 6 anni, ma ancora oggi passeggiare per strada se sei donna significa subire molestie continue.

di Sumaia Saiboub
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26 giugno 2020, 12:03pm

Screenshot dal video di Rachele Brancatisano via Story of Cat Calling

Il lockdown è finito, è arrivata l’estate e stiamo tutti riprendendo a uscire di casa, con indosso quegli outfit estivi che per un certo momento abbiamo temuto di non poter tirare fuori dai nostri armadi fino a giugno 2021. Ed è proprio a questo proposito che riemergono alcuni problemi irrisolti all’interno della nostra società, quelli che si pensano smantellati ma ogni tanto saltano fuori di nuovo, ricordandoci che sono ancora lì. Stiamo parlando del cat calling. Per chi non fosse familiare con questo fenomeno, anche se purtroppo saranno ben poche le persone che non l'hanno mai subito, si tratta delle molestie che hanno luogo per strada; infatti il suo sinonimo in inglese è street harassment. Le modalità in cui si manifestano sono diverse, e vanno dai fischi, ai commenti indesiderati e alle proposte insistenti, fino ai colpi di clacson.

In Italia della questione si parla fin troppo poco, e viene spesso minimizzata o persino negata. Ma ciò non significa che non esista, come dimostrano i dati Istat: secondo un’indagine condotta nel 2018, quelle verbali sono la forma di molestie maggiormente subite da una donna in Italia nel corso della sua vita. E, ancor più preoccupante, solo il 47% degli uomini considera grave avvicinare una donna contro la sua volontà con dei presunti apprezzamenti--per quale motivo, poi, dovremmo accettarli o addirittura sentirci valorizzate da questa modalità? La retorica del “ecco, adesso non ci si può neanche più provare con una donna” la conosciamo fin troppo bene, ahimè (vedi la polemica di Catherine Deneuve contro il #MeeToo).

Si sa, mettere la polvere sotto al tappeto come piace tanto fare in questo paese non è una soluzione, e prima o poi risalterà fuori, triplicata. Ed è proprio quello che sta succedendo in questi giorni sul tema cat calling. Ad alzare il polverone è stata la neonata pagina Instagram Story of Cat Calling, che da circa quattro mesi posta screenshot di messaggi in cui ragazze raccontano episodi di molestie subite per strada o sui mezzi pubblici--a questo proposito, vi segnaliamo un altro progetto da seguire assolutamente, nextstop_mi. Qualche giorno fa, la pagina ha postato un video girato a Roma nel 2014 da Rachele Brancatisano, mentre cammina per le strade della città.

Guardare questo video provoca un misto di angoscia e disgusto. Alla sua uscita ce lo eravamo perso, ma ora che la pagina l’ha ripostato e ne siamo venuti a conoscenza, ci sentiamo profondamente a disagio, e ancora di più leggendo certi commenti sotto. Chiaramente, sono esplose immediatamente le solite minimizzazioni, che non si tratta di “vere” molestie, come se fossero degne di denuncia e intervento solo quelle fisiche e tutte le altre non avessero alcun tipo di valore. Questa visione riduttiva è doppiamente pericolosa, perché è cieca di fronte a un meccanismo di fatto molto importante: lavorare sui bias più o meno inconsci proprio nel momento in cui si manifestano in queste forme è il primo, fondamentale passo decostruirli, smantellarli e creare le basi per una società in cui tutt* si sentano al sicuro, e sempre, incluso quando camminiamo per strada.

E attenzione: sempre vuol dire sempre, anche di notte e con indosso qualsiasi tipo di abbigliamento. Perché l’altra retorica del “se l’è cercata”, sulla base dei centrimetri di lunghezza di una gonna, fa davvero inca***re. Ed è per questo che Rachele, in apertura del video, segnala che stava indossando “un paio di jeans e una maglia girocollo”, per tutelarsi in anticipo dalla valanga di commenti sui social che sicuramente sarebbero andati a parare sull’argomento--ma questa precauzione non le ha comunque permesso di evitare commenti altrettanto sessisti.

Insomma, siamo alle solite, che si tratti di razzismo o di femminismo, c'è sempre un gruppo di persone privilegiate e che non è mai stato oppresso che ha la pretesa di definire cosa è o non è una discriminazione o una molestia per chi la subisce. In questo caso, si chiama mainsplaining, ed è il risultato di un insieme di pregiudizi di genere, supremazia maschile e autorevolezza auto-conferita che sfocia in chi pensa che la sua opinione sia necessaria, anche quando non richiesta. Ecco, non abbiamo bisogno di questo, ma di tutto il contrario: di ascolto sincero e supporto reciproco.

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