Fotografia di Txema Salvans. 

Foto che mostrano come l'industrializzazione abbia distrutto le spiagge del Mediterraneo

Paesaggi e spiagge così assurde che sembrano usciti da un film distopico, e invece esistono davvero.

di Emma Russell
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08 settembre 2020, 9:35am

Fotografia di Txema Salvans. 

“Abbiamo ereditato gli effetti della violenza imposta sui paesaggi nel Novecento, quando il Mediterraneo è stato ferito molto gravemente” afferma il fotografo spagnolo Txema Salvans, la cui nuova monografia Perfect Day cattura i turisti mentre si rilassano in spiagge post-industriali. “Il grande paradosso della specie umana è la nostra incredibile resilienza fisica ed emozionale, che ci permette di adattarci a qualsiasi situazione. Le altre specie non resisterebbero, ma noi ne siamo capaci. Siamo ottimisti, al punto che riusciamo a vivere al limite della distopia.”

Anche se su Instagram siamo sommersi da immagini di mari turchesi e spiagge bianchissime, la realtà è ben diversa: la maggior parte di noi cede al turismo di massa nei pochi giorni di ferie che riesce a fare. Ci si ritrova così in luoghi macchiati dalle rovine di un paesaggio precedente, resti di quella che prima era una costa intonsa, e che ora ospita i ruderi di industrie, progetti urbanistici mai conclusi, parcheggi fatiscenti o centri commerciali abbandonati a se stessi.

Txema ha passato gli ultimi 15 anni a documentare villeggianti rilassarsi in piccoli paradisi ricavati negli spazi di questi luoghi post-industriali, nell’accecante luce del pieno sole di mezzogiorno. “La luce della mattina o del pomeriggio non rifletterebbe al meglio la sensazione di squallore che cerco di riportare nelle mie foto,” spiega. “Non c’è ombra sotto cui rifugiarsi, e non c’è nessun anfratto dove ripararsi.” Con la sua schiena rivolta verso il mare, Txema fotografa i paesaggi che i suoi soggetti cercano invano di evitare: edifici neoclassici lasciati a metà, gru arrugginire, pubblicità che urlano di prodotti inutili e un panorama distrutto dal cemento.

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L’artista utilizza una macchina fotografica di grande formato, un oggetto troppo tecnico e complicato per allarmare le persone che prendono il sole, distogliendo l’attenzione che i suoi soggetti potrebbero porre su di lui come fotografo. Il risultato sono immagini empatiche, che non giudicano minimamente i soggetti mentre cercano inutilmente di ricreare un angolo di paradiso accanto a distese di cemento. Al contrario, enfatizzano la distruzione che pervade i nostri paesaggi naturali. Schiarite dal sole, le immagini sono sature nei loro color pastello, generando in chi le osserva una sensazione di nostalgia per un’era più glamour, quando il Mediterraneo era integro nella sua bellezza selvaggia.

Txema ha deciso di concentrarsi in particolar modo sul litorale spagnolo. Tra fine degli anni ‘90 e i primi ‘00, infatti, la Spagna ha attuato un piano di miglioramento urbanistico che ha comportato la costruzione di un numero di nuove unità abitative stimato tra le 300.000 e 900.000 all’anno, spesso accatastate le une sulle altre lungo la costa mediterranea. Ma molte aree completamente urbanizzate non possedevano un mercato che potesse reggerle, e dunque la maggior parte delle nuove costruzioni è rimasta invenduta.

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“Grazie alle azioni dell’uomo e l’utilizzo di un unico materiale per la costruzione, il cemento, il paesaggio spagnolo è totalmente distrutto,” afferma Txema. “Non ha futuro.” Per la maggior parte, questi cambiamenti sono irreversibili—tre quarti delle dune di sabbia della costa dalla Spagna alla Sicilia sono scomparse a causa dell’urbanizzazione, mentre nel Mar Mediterraneo vengono scaricati ogni anno più di 10 miliardi di tonnellate di rifiuti industriali e urbani. Tutto ciò ha messo in pericolo l’ecosistema di questi luoghi, mentre il turismo di massa continua a distruggere la cultura del Mediterraneo.

Ma più che una semplice serie di fotografie che parlano dell’ecosistema, Perfect Day è un commento sulla natura umana, sul libero arbitrio e un simbolo della condizione contemporanea. I personaggi della serie hanno deciso senza costrizioni di passare il loro tempo libero nei paesaggi post-industriali, ma Txema si chiede: “Siamo davvero liberi di scegliere dove andare in vacanza?” Forse siamo liberi di scegliere cosa comprare, afferma, ma non quello che vogliamo. Specialmente quando la pressione di essere costantemente produttivi si fa strada nel nostro tempo libero e la cultura popolare ci nutre di immagini di cose di cui non abbiamo bisogno.

“Credo che la nostra libertà sia simile ad un plankton: un organismo vivente con poca o nessuna capacità di movimento, che vive alla mercé delle correnti e dei flussi,” afferma Txema. Un concetto che ha già esplorato in passato attraverso il suo lavoro: i suoi libri The Waiting Game I e II, documentano sex worker mentre aspettano i clienti in una terra di mezzo tra la città e la campagna, da Girona fino ad Algrecias. Come Perfect Day, le immagini sono uno studio delle relazioni e interazioni tra le persone ed un certo tipo di spazio, ma non gli individui in sé, che sono semplicemente alla mercé degli ambienti in cui vivono.

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In The Waiting Game I è il luogo in cui le donne aspettano ad essere importante, dove performano il loro lavoro, e che utilizzano per sedurre i propri clienti. Questi ultimi sono assenti dalle immagini, esattamente come accade al mare in Perfect Day. Txema protegge l’identità dei propri soggetti scattandoli a debita distanza, in una fotografia che sembra più paesaggistica che ritrattistica. I personaggi lo aiutano a rafforzare lo stato paradossale di ciò che viene mostrato e suggerito dalle immagini. È qualcosa che sta costantemente evolvendo all’interno delle sue immagini, slittando dalla gestualità dei suoi soggetti a quello che lui chiama “il palcoscenico.”

Questi progetti personali a lungo termine che Txema porta avanti nel suo lavoro sono il risultato, dice, di una disciplina tutt’altro che romantica. “Una che si districa tra gli odori di sudore e benzina, tra le nottate insonni e il risparmiare soldi per le pellicole fotografiche, il tutto nel corpo di una persona pessimista, che cerca di nasconderlo ai propri figli ed amici.” È ironico, proprio come il titolo del libro Perfect Day, chiamato così sull’aria della canzone del 1972 di Lou Reed. “La nostra esistenza è incorniciata tra l’improbabile evento di essere nati e l’inevitabilità della morta,” afferma Txema. “E secondo questa prospettiva binaria, ogni momento della nostra vita è un ‘giorno perfetto’.”

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Questo articolo è originariamente apparso su i-D UK

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