Fotografia di Juan Brenner

I crudi scatti di Juan Brenner raccontano il vero volto del Guatemala

Tonatiuh è il primo libro fotografico di Juan Brenner, che ripercorre il bellicoso viaggio dei conquistadores spagnoli attraverso il Guatemala.

di Alina Cortese
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08 gennaio 2020, 11:35am

Fotografia di Juan Brenner

Era il 1524 quando Pedro de Alvarado arrivò in Guatemala. Spinto dal desiderio di conquista, percorse il territorio lasciando dietro di sé violenza e guerre che si protrassero fino al 1821, anno dell’indipendenza dello stato del Centro America.

Quasi cinquecento anni dopo, Juan Brenner, fotografo e art director indipendente con sede a Guatemala City, ha deciso di intraprendere lo stesso viaggio che fece scoprire il Guatemala al conquistador spagnolo. Le fotografie dei luoghi e degli abitanti diventano così il mezzo attraverso il quale Brenner ritrae la situazione di una nazione in una fase di profonda trasformazione, ma allo stesso tempo ancorata a tradizioni e usi del passato.

Abbiamo incontrato Juan per farci raccontare del progetto, da come è nato a come si è sviluppato, risultando infine nel suo primo libro pubblicato: Tonatiuh.

Juan Brenner_Tonatiuh

Ciao Juan, iniziamo dal tuo ultimo progetto. Perché hai scelto la parola Tonatiuh per il tuo primo libro?
Tonatiuh è il soprannome che gli abitanti del Messico hanno dato a Pedro de Alvarado (conquistatore del Guatemala); i suoi capelli biondi, la pelle chiara e gli occhi azzurri affascinavano gli indigeni del Nuovo Mondo. Tonatiuh è il dio sole della mitologia azteca, si sostiene che il popolo precolombiano abbia scambiato i conquistatori appena arrivati per gli esseri soprannaturali che sorsero nelle leggende nel 1530, e furono associati alla figura di Quetzalcoatl in particolare a partire dal 1540, quando le persone nella Nuova Spagna ripensavano e cercavano di spiegare cosa era successo loro. Sono affascinato dall'idea che la morale nativa o la volontà di resistere siano stati indeboliti dal timore reverenziale dei poteri divini riconosciuti agli spagnoli, era una delle molte "soluzioni" probabilmente false che i nativi si erano dati per spiegare il problema di come una élite appena sbarcata dalla Spagna era riuscita ad arrivare a esercitare così tanto potere nella regione.

Juan Brenner_Tonatiuh

Mi puoi raccontare un po’ di te?
Sono un fotografo guatemalteco autodidatta, ho iniziato a fotografare alla fine degli anni '90, principalmente ritratti di strada. Da adolescente volevo solo essere un artista, sia i miei genitori che i miei 3 fratelli sono professionisti e hanno avuto molto successo nella carriera scolastica, avevo solo bisogno di allontanarmi da quello. Ho provato a scrivere, disegnare e persino cantare, mi sono imbattuto nella fotografia per caso, non l'ho mai pensata come un mezzo per comunicare, ma è arrivata in un momento molto critico della mia vita e mi ha semplicemente aperto le porte di un mondo di creazione e distruzione che non avevo mai sperimentato prima.

Juan Brenner_Tonatiuh

Questo progetto è il risultato di anni di ricerca, come lo hai sviluppato?
L'idea mi è venuta in mente nel 2015, mentre viaggiavo attraverso il Perù e l'Ecuador, è maturata nella mia mente per quasi 2 anni, fino a quando ho iniziato a indagare e a fare ricerca. Da lì tutto ha preso forma. Sebbene sapessi dal primo minuto che volevo fare un libro, l’idea iniziale si è trasformata in un processo che ha cambiato anche me, è stato davvero pazzesco. All'inizio volevo lavorare sul tema del potere indigeno in Guatemala (dopo aver assistito a questo fenomeno in Sud America), ma ho scoperto velocemente una realtà molto differente dopo che ho iniziato a parlare con leader indigeni e sociologi: ho capito che il potere è ancora controllato dall'uomo bianco, dal colonizzatore.

Juan Brenner_Tonatiuh

Ho dovuto ricominciare da capo, sono tornato indietro nel momento che credo fosse il punto di svolta della nostra storia in Guatemala: la conquista delle Americhe da parte della Corona spagnola. Ho anche dovuto ridurre al minimo la copertura geografica del progetto, dal momento che cercare di fare qualcosa riguardante l'intero continente era un compito impossibile al momento. Concentrarsi sul Guatemala e su Pedro de Alvarado come attore chiave della mia avventura è stata l'idea di base su cui ho iniziato a lavorare. Ho dovuto leggere molto, non volevo fingere di essere uno storico, ma sapevo che se avessi fatto un errore nella parte storica avrei avuto bisogno di una buona rete di salvataggio, ho dovuto approfondire molto i fatti, con passione e precisione, per essere preso sul serio. Inoltre, parlare con storici e antropologi mi ha dato una visione più realistica del modo in cui è avvenuta l'invasione. Dopo la parte di ricerca si trattava solo di riuscire a mappare i passi che Alvarado aveva compiuto secoli prima e iniziare un viaggio, il resto sarebbe accaduto durante il tragitto. Non sapevo in cosa mi stavo cacciando, e anche se nel progetto ci sono molte immagini che avevo in mente e che alla fine ho realizzato, il libro è composto in realtà da una serie di incredibili incidenti e "lati B" che ho raccolto durante i miei viaggi negli altopiani.

Juan Brenner_Tonatiuh

Hai passato dieci anni a New York e arrivi da un background di fotografia di moda, quali sono le principali differenze che hai percepito lavorando con dinamiche diverse?
Tendo a pianificare molto, sono abituato a fare il regista e ad avere pieno controllo dell'immagine. Al contrario, ho deciso di approcciare l'intero progetto in un modo molto diverso, fondamentalmente per sperimentare tecniche e soluzioni che non avevo mai applicato prima, e sostanzialmente per deviare il più possibile dal mio solito processo. Tendo a stare lontano dallo stile da "documentario", e anche se amo l'estetica del ritratto ambientale, non è qualcosa con cui mi sento totalmente a mio agio. Non sono abituato ad avvicinare le persone e proporre loro di farsi fare un ritratto. È un approccio così lontano dal mio solito modo di creare immagini che penso sia diventata una sfida personale, sono diventato ossessionato dal fare tutte le cose che non ho mai fatto prima.

Juan Brenner_Tonatiuh

Come è cambiato il rapporto con la tua terra natale attraverso questo lavoro?
Quando avevo vent'anni e stavo definendo i miei pilastri concettuali ho giurato che non avrei mai scattato in Guatemala. Non volevo far parte di una macchina da "porno per turisti" e ho sentito che fotografare vulcani, paesaggi e indigeni sorridenti sarebbe stata la cosa più pacchiana in assoluto. Dopo vent’anni eccomi qui, a confronto con la mia realtà, affogando in quelle immagini. La vita a volte è così divertente, mi ha davvero insegnato ad accettare la mia "guatemaltecità" con un grande schiaffo in faccia. Questo progetto era molto importante a livello personale, in un certo senso mi sono riconesso a tantissime realtà che stavo solo mettendo da parte e che cercavo di ignorare. Le idee sulle origini, sul patrimonio culturale e sul razzismo erano cose che prima non avevano così tanta importanza per me.

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Quando hai iniziato a lavorare al progetto, sapevi già che aspetto avrebbe avuto alla fine?
È veramente strano. Avevo in mente così tante immagini, così tante situazioni che sapevo avrei incontrato. Ed è successo! È stato magico. Non avevo un'"estetica pianificata", che è stata definita in seguito dal contenuto, e penso che sia uno dei motivi per cui il progetto risuona in così tante nicchie diverse. Credo di essere stato spinto da una sorta di senso di democrazia nella scelta degli scatti. Sapevo che volevo creare un libro, e dal punto di vista del design avevo in mente una struttura anche prima di iniziare a scattare le fotografie, ad esempio il colore del libro. Sentivo nelle vene che l'arancione era la mia strada da percorrere, volevo parlare del sole e di come la sua figura avesse avuto un ruolo così importante nella narrazione che stavo per iniziare.

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Uno degli obiettivi principali del colonizzatori spagnoli era di raccogliere l’oro e, dalle fotografie di questo progetto, si può percepire come questo materiale abbia ancora un’importanza rilevante in Guatemala. Hai ritratto mani piene di anelli, bocche di persone di ogni età con grill e denti d’oro, da dove pensi derivi questa estetica?
L'oro è stato il motivo per cui la conquista ebbe un tale successo. Sono state importate oltre 180 tonnellate di oro in Europa tra il 1500 e il 1650, non riesco nemmeno a immaginare quanto sia! Fondamentalmente, quello che è successo in Guatemala è che non c'era oro, ma Pedro de Alvarado era così ossessionato dall'idea di diventare ricco e potente che non si è neanche reso conto che le storie sulle ricchezze di cui aveva sentito parlare riguardavano le piume di Quetzal e la giada, che erano materiali più preziosi dell'oro per i regni precolombiani. L'oro era molto scarso in questa regione, ma le persone al potere lo ottenevano grazie al commercio e agli scambi religiosi con gli Aztechi. Esistevano materiali con un'importanza molto più forte: i semi di cacao erano la valuta più usata in questo territorio, piume preziose e pelli di giaguaro ornavano gli abiti di re e sacerdoti dal nord del Messico fino all'impero Inca nelle Ande.

Juan Brenner_Tonatiuh

Oggi gli altopiani guatemaltechi si stanno evolvendo in comunità molto potenti e ricche, gli affari riguardanti agricoltura, religione e traffico di droga sono le principali attività da cui le persone traggono ricchezza. Consapevole di questo, ho preso la mia macchina fotografica e mi sono avventurato sulle montagne per ritrarre questi ricchi indigeni che indossano sfarzose catene e gioielli d'oro; ma non ho trovato nulla di tutto ciò. Con mia grande sorpresa, ho trovato persone che l'oro lo indossano proprio, in bocca e ovunque! Costruiscono i grill anche per strada, è incredibile. Ma la cosa più sorprendente è che i reali Maya, i nostri antenati, hanno abbellito i loro denti duemila anni fa con ossa, giada e conchiglie per simboleggiare il loro potere; i moderni discendenti Maya lo stanno facendo di nuovo con l'oro, non come omaggio alla loro eredità, e ancora come simbolo di potere e ricchezza. Negli altopiani le persone sono così ossessionate dai metalli preziosi che indossano gli anelli del college o delle lauree usati, persino fedi nuziali di seconda mano. Non li sciolgono e non disegnano i loro anelli personali, penso che non ci siano ancora questa ricerca ed estetica; vogliono solo indossarli e metterli in mostra.

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Qual è la foto della serie a cui ti senti più legato?
Questa è una domanda killer, è impossibile sceglierne solo una, ma se dovessi indicare un'immagine che descriva in modo accurato me e la mia relazione con il progetto, sarebbe quella del cane morto: quello scatto da solo è una esempio perfetto di come la storia si ripeta in Guatemala seguendo un pattern davvero cupo. Mentre avanzavano per le strade del nuovo territorio, le truppe spagnole incontravano spesso cani sacrificati come simbolo di guerra e stregoneria. Alvarado, stratega nato e consapevole dei suoi grandi vantaggi, usò tecniche tecnologiche sconosciute agli indigeni per accecare la gente del posto e metterla in uno stato di grande vulnerabilità. Oggi, quando si guida per le alture, si possono vedere molti cani morti sulla strada, è triste, ma alla gente non importa, non c’è alcun controllo. È una metafora di come in Guatemala siamo semplicemente a prova di proiettile, qui la morte regna.

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Il tuo libro ha già ricevuto parecchia attenzione, come l'inserimento nella shortlist dell'Aperture’s First Photobook Award. Quali sono i tuoi piani per il futuro?
È stato così folle! Non riesco ancora a credere a tutta l’attenzione mediatica che il libro ha ottenuto, la nomination ad Aperture è stata sicuramente un punto di svolta. È surreale pensare a quante persone è arrivato il progetto. Ritengo che siano altrettanto importanti tutte le piattaforme che hanno prestato attenzione a questo lavoro; tra online e cartaceo, tutte le pubblicazioni che hanno parlato di Tonatiuh gli hanno dato vita e lo hanno reso parte di un inconscio collettivo nel mondo della fotografia contemporanea. Questo per me è il risultato più grande. Sto lavorando attivamente per esporre Tonatiuh sui muri, penso che l'ecosistema della galleria sia il naturale passo successivo per il progetto, c'è così tanto da dire e discutere sull'argomento. So che il 2020 sarà caratterizzato da un sacco di viaggi per organizzare mostre e parlare del progetto. Sto lavorando a 3 diversi nuovi progetti mentre parliamo, sento che uno di loro diventerà il mio interesse principale e lo trasformerò in un successo.

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Crediti

Fotografia di Juan Brenner
Intervista di Alina Cortese

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