"Laurent Garnier: Off the Record" e quelle radici del party che non vanno dimenticate

La vita di uno dei dj e producer più famosi del mondo, da Manchester e Tbilisi, lungo una strada piena di curve. Al cinema per soli tre giorni, dal 10 al 12 gennaio 2022.

di Carlotta Magistris
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11 gennaio 2022, 12:04pm

Hai 18 anni, saluti i tuoi genitori, prendi un aereo e arrivi a Londra. Da lì in poi, tutto è nelle tue mani e niente è più proibito. Erano gli anni ‘80, direbbe qualcuno, e avrebbe anche ragione. Il modo in cui si propagavano determinate scene culturali, i poli che le spingevano e il ruolo centrale dei contatti umani davano a scelte di questo tipo un inevitabile senso di libertà e di infinitezza, che forse nel contesto globalizzato di oggi, almeno a livello emotivo, viene inevitabilmente un po’ precluso. Ma forse il punto non è questo.

O almeno, non quello di Laurent Garnier: Off the Record, film documentario francese sulla vita e la produzione artistica del leggendario dj e produttore, che per la prima e unica volta apre le porte della propria dimensione intima e non e si racconta senza filtri. Una storia assimilabile ad altre, in un momento storico in cui la musica elettronica iniziava a diventare un nuovo e dolcissimo miele per sciami di api ventenni costrette da troppo tempo in luoghi convenzionali e pieni di coprifuochi. Con l’aiuto di una notevole quantità di materiale d’archivio per non lasciare nulla all’immaginazione, gli scenari che si aprono si staccano dalla lineare biografia e ricreano il mosaico delle contaminazioni sonore, politiche e sociali della musica elettronica dagli anni ‘80 in poi.

Si parte dall’Haçienda di Manchester, realtà fondata da Peter Hook in cui Garnier diventa resident negli anni in cui la scena madchester dominava la città—e non solo. Poi si taglia trasversalmente il paese riferimento di qualunque genere musicale, al tempo non così londoncentrico, e si approda in America, quando nei piccoli club sotterranei di Detroit iniziava a muoversi una certa house black diversa, e il parametro europeo con cui si fruiva un certo tipo di musica impallidiva. Poi c’è Tokyo, mondo inesplorato, e poi Tbilisi, con il club Bassiani e l’imparagonabile senso di libertà di un certo tipo di sottocultura, dove la discoteca diventava, invece che un luogo di distrazione, una safe zone all’interno di un contesto politico e sociale repressivo, in cui poter scambiare punti di vista, informazioni e opinioni tra minoranze alla ricerca di emancipazioni. Ed ecco emergere la differenza esistenziale tra l’avere in mano i suoni della pista lì e al Sonar di Barcellona, dove 15 mila persone in pellegrinaggio a uno degli eventi di musica elettronica più famosi al mondo aspettano un play.

Laurent Garnier, nel raccontare la sua storia, attraversa i momenti chiave che hanno creato la sua identità musicale e personale, ponendosi come testimone emotivo e oculare dei cambiamenti legati all’intrattenimento e al settore culturale di questi ultimi trent’anni e delle evoluzioni del modo in cui la società ha cercato e inseguito le proprie fonti di emancipazione e di stimolo. Oltre alle immagini d’archivio, il footage mostra intime situazioni inedite delle epoche d’oro del clubbing—la prima festa di i-D a Manchester, dove Garnier ha suonato per la prima volta come resident—, testimonianze fondamentali di giornalistз e producer musicali che hanno definito le tendenze di ciò che è emerso da quel periodo di impareggiabile fermento, interviste di personalità come Mister Oizo, uno dei pionieri di quella che chiamiamo french touch, Jeff Mills e Carl Cox, andando a fondo di un passato prossimo e di un futuro difficile da decodificare.

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Crediti

Testo: Carlotta Magistris
In copertina: still dal film Laurent Garnier: Off the record (2021)

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LAURENT GARNIER: OFF THE RECORD