Performance sociale e schizofrenia urbana: la Milano degli anni '20 secondo Francis Delacroix

Guarda in esclusiva gli scatti di “Dragtime and Drugtime: Milan ‘20”, la mostra in cui il fotografo Francis Delacroix e la scrittrice Aurora Rossa Manni sviscerano la vita milanese in tutte le sue contraddizioni.

di Laura Ghigliazza
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24 giugno 2021, 12:00pm

Con la graduale riapertura degli spazi culturali, la nostra agenda sta tornando a riempirsi di eventi, e destreggiarsi tra aperitivi, presentazioni e mostre cercando di trovare l’incastro perfetto non è semplice. Soprattutto se siamo in preda di quella FOMO che ci impedisce di rifiutare anche solo un invito e ci costringe a fare tutto ciò che ci viene proposto, ma proprio tutto. Intanto, le città sembrano essere tornate quelle di una volta, con le strade piene di gente che chiacchiera fuori dai locali e si mette in fila per l’ennesimo drink. 

Un clima di euforia generale palpabile che, ovviamente, ha pervaso anche la città dal ritmo più elevato d’Italia, Milano. Per questo, Francis Delacroix, fotografo dall’estetica anni ‘70 e rock’n’roll, si è unito ad Aurora Rossa Manni, scrittrice romana, per indagare le dinamiche sociali che strutturano questa vita sociale post Covid. Immagini e testi, mescolati a contenuti audio e video, raccontano così gli ultimi due anni di Milano, analizzandone gli immensi cambiamenti, tra momenti di infinita monotonia e attimi di eccesso.  

In mezzo, c’è stato il 2020, e avevamo chiesto a Francis Delacroix di raccontarcelo visivamente all’interno del nostro format Best of 2020. Ora, la sua visione si è unita a quella di Aurora, stratificandosi, ed è confluita nella mostra Dragtime and Drugtime: Milan ‘20, visitabile presso Spazio Fontanella a Roma dal 25 giugno al 7 luglio 2021.

Per prepararvi all’esposizione, ecco in anteprima alcuni scatti che troverete in mostra, accompagnati dalla nostra chiacchierata con i due curatori.

Francis Delacroix Dragtime and Drugtime Milano

Ciao Francis, cos’è cambiato dall’ultima volta che abbiamo parlato qui su i-D? 
F:
Tutto! 

Quale scatto, secondo te, rappresenta meglio i tuoi ultimi mesi? 
F:
Queste fotografie rappresentano la mia permanenza a Milano da marzo 2020 a marzo 2021, mentre gli ultimi mesi li ho passati in studio a Roma. Se dovessi scegliere uno scatto significativo, sarebbe questo qui sotto, perché segna un punto rottura, in quanto è l’ultimo che ho fatto a Milano.

Il titolo della tua mostra è Dragtime and Drugtime, come mai?
F:
Dragtime non si riferisce effettivamente al mondo Drag (anche se alcuni ritratti potrebbero essere riconducibili a quell’estetica), ma più a una tendenza di noi giovani al travestimento, al cambiamento continuo, al ricercare sempre una nuova estetica, per rimanere rilevanti e farsi notare. Everything is a pose nel 2020. Non so ancora se questo sia un bene o un male, ma mi piace. Drugtime perché è un tema che occupa i primi posti sul podio degli argomenti di conversazione alle serate. Per me, incontrare e scattare nuove persone interessanti, è la dipendenza più bella che ci sia.

Qual è il tuo rapporto con la città di Milano?
F:
Milano è come un porto, mi incuriosisce per via degli individui che ci passano attraverso, e adoro quanto a volte sia superficiale il criterio per definire “interessante” una cosa o una persona, anche se è meno di zero, la rende comunque reale e degna di essere raccontata. Riassumendo, come dice un mio caro amico: “Che schifo, mi piace!”

E per te, Aurora? Ho letto che il tuo primo testo si intitola Milano, do you love me? (I really don’t) all apologies. Come si è evoluto il tuo rapporto con la città da quando ti sei trasferita?
A:
Quando ero più piccola, la mia città, Roma, mi stava stretta. Non la capivo bene, è una città complicatissima. Non la capisco bene nemmeno adesso, ma ho un modo diverso di guardarci attraverso, che è dato proprio dagli anni accumulati e trascorsi lì, dai diversi gradi di maturità che si sono susseguiti. Milano mi sembrava, negli anni dell’adolescenza, una piccola conquista internazionale. Sarà che adesso l’abbattimento dei limiti geografici è scontato, sarà che sono cresciuta e ho bisogni diversi, sarà che ho capito un po’ meglio la noia di Roma, sarà che noto intenzioni meschine nelle persone e che sento la minaccia della socialità, ma sono finita col trovare Milano ancora più stretta di quanto non trovassi Roma all’epoca.

Francis Delacroix Dragtime and Drugtime Milano

Raccontare Milano a Roma da due punti di vista diversi. In che modo vi siete conosciuti tu e Francis? 
A:
Francis è di Torino, ma ha un’educazione milanese. L’ho conosciuto anni fa a un concerto a Milano, quando ancora la trovavo una città affascinante, ed è stata una delle prime persone con cui sono uscita dopo essermi trasferita. Credo di aver visto in lui una vulnerabilità ribelle: non ha paura di indossare il costume usurato dei suoi idoli, palese nella sua finzione, o di sentirsi meno vero in una posa già posata—a differenza mia. Questo mi ha insegnato Francis su Milano, sulla fine dell’adolescenza e sulla crescita in generale: che tutto è finto, riprodotto, falsato in verità è necessario. La performance dell’adattamento alle pressioni sociali genera fuochi d’artificio e mostri creativi, fino al giorno in cui uno si spoglia, si annoia e smette di crederci. 

Come si sviluppa la mostra dal punto di vista dei tuoi racconti? 
A:
I racconti all’interno della mostra sono eterogenei—passano dalla prosa libera alla poesia, senza alcun veicolo formale. Vogliono restituire quell’universo contrappuntistico e schizofrenico di emozioni e pulsioni capace di generare il ricordo atmosferico di una città.

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Crediti

Testo di Laura Ghigliazza
Fotografie di Francis Delacroix

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