Fotografie per gentile concessione di Pitti Immagine

Intervista a Thebe Magugu: il designer ospite della 100ᵃ edizione di Pitti Uomo

Abbiamo intervistato lo stilista sudafricano per parlare di creatività, corruzione e della moda come dispositivo politico.

di Alessio de Navasques
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06 luglio 2021, 11:41am

Fotografie per gentile concessione di Pitti Immagine

Per il suo centenario, Pitti Uomo—la fiera fiorentina da sempre attenta ai talenti internazionali (e non)—, ha presentato il lavoro del designer sudafricano Thebe Magugu. A soli 27 anni, il designer è già reduce di una meritata vittoria del LVHM Prize, e ha portato a Pitti un progetto complesso, politico, dai molti strati di significati e significanti.

La presentazione—come in una pièce teatrale—ricostruisce l'atmosfera di un commissariato, dove, chiamate dal suono di un fischietto, si alternano testimonianze di corruzione e di crimini, partendo dalle pagine del libro di Mandy Wiener THE WISTLEBLOWERS. Si percepisce il senso di coraggio e giustizia degli informatori, di quelli che si sono fatti avanti per denunciare i reati di cui sono a conoscenza. Il tema principale della presentazione è cercare di far luce sulla situazione in Sudafrica, luogo in cui la corruzione ha effetti devastanti sullo stato sociale ed economico del Paese, e dove riportare i misfatti è una condotta che viene biasimata collettivamente, piuttosto che celebrata.

Ma l'idea dell’ingiustizia come tema universale porta la sua riflessione dall'altra parte del mondo, fino in America, dove si avvicina all'estetica dei Black Hat Bandits e dei White Hat Heros, fino al simbolo sartoriale del vaquero ispanico. La collezione, in particolare, ripensa i capi classici del guardaroba maschile, esasperandone forme e volumi, rendendoli autoevidenti grazie all'uso di colori decisi come rosso, giallo, bianco e nero ed arricchiti dalle stampe dei disegni del fumettista politico Jonathan Zapiro.

Così, abbiamo incontrato Thebe Magugu nel backstage di Pitti Uomo per intervistarlo

Fare moda può essere un'azione politica?
Penso che i messaggi si diffondano attraverso molte piattaforme. La moda è un’industria così gigantesca, ricca e massiccia che quello che accade nella moda si diffonde immediatamente e ovunque nel mondo. È così immediata, veloce e arriva molto lontano. Penso che si possa codificare la moda con messaggi politici, o con qualcosa di più fantasioso o guidato dall’immaginazione. Trovo che la moda, alla fine, sia una piattaforma per i creativi e possa essere usata per parlare di tutte queste cose.

fotografie backstage performance thebe magugu 100° guest pitti immagine
Fotografia di Adam Katz Sinding

Perché sei partito proprio libro di Mandy Wiener THE WISTLEBLOWERS?
Gli informatori spesso non sono celebrati o interpretati come personaggi eroici. Al contrario, sono in gran parte trattati come insubordinati o piantagrane, che portano la lettera scarlatta e non riescono a trovare un lavoro vero. Ho scelto di far luce sulla difficile situazione di chi ha il coraggio di denunciare crimini e corruzioni in Sudafrica, nella speranza di innescare un cambiamento nella legislazione e dare un supporto organizzativo che alimenti un cambiamento reale nell'atteggiamento sociale e collettivo. 

La collezione è accompagnata da un vero e proprio giornale con contributi molto interessanti, com'è nata questa idea?
La collezione affronta il tema della corruzione e i contributor sono stati abbastanza coraggiosi da voler parlare delle radici della corruzione all’interno delle istituzioni, sia che fossero governative, statali, private. Per questo progetto ho collaborato con circa 20 reporter in Sudafrica che, per il quotidiano Daily Maverick, hanno scritto largamente rispetto a questo tema. Nonostante il giornale sia molto specifico, io penso che il problema della corruzione sia una questione globale e penso che occorra una seria riflessione a riguardo.

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Fotografia di Adam Katz Sinding

Pensi che ci sia più accesso all’industria della moda da parte dei designer africani?
La moda più che mai in questo momento non può viaggiare sui stessi percorsi del passato, guardando alle stesse ispirazioni, agli stessi luoghi. Penso che ci sia una nuova generazione di creativi del Sudafrica e dell’Africa che sta emergendo e che deve fare i conti con la propria identità e il proprio heritage culturale, confrontandosi con una visione e narrazione più transnazionale. Trovo che il bisogno di una visione politica sia una delle nuove risposte a questo processo, e sono convinto che tutti i designer africani possano fare chiarezza rispetto alla visione stereotipata sulla moda africana, uno stereotipo che si è affermato per fin troppo tempo.  

L’anno scorso ero a Milano e una donna è venuta da me dicendomi che i miei abiti non erano africani, e ricordo di essermi detto che probabilmente lei voleva vedere un’idealizzazione dell’Africa, non l’Africa reale di oggi. Sento che gli abiti possano riflettere quello che accade molto più autenticamente e mostrare senza esotismo cosa significhi davvero essere un designer che lavora oggi in Sudafrica e Africa. In ogni regione, che sia Nigeria o Ghana, ci sono delle novità, delle risposte creative nuove sulla moda.

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Pensi che nella moda si possa parlare davvero di appropriazione culturale? Nella tua collezione ci sono ispirazioni che vanno dall'America all'Africa, qual è il confine tra ispirazione e appropriazione?
Penso che dipenda dalle intenzioni, dall’approccio del designer o dell’artista. Se prendi una cultura, i suoi valori, per usarla come fosse una stampa nella tua collezione o nella tua opera per poi passare oltre, allora è un’appropriazione. Diventa un omaggio, un’ispirazione, quando vedi qualcosa che ti piace, entri nel suo significato, e affronti l'aspetto commerciale trovando il modo di coinvolgere quella comunità direttamente all’interno del progetto, raccontandone i valori o dandole visibilità. Il coinvolgimento è la vera parola chiave, riuscire a creare empowerment per le persone da cui stai traendo la tua ispirazione.

Credo che anche un designer africano o sudafricano possa fare appropriazione culturale, dipende da come si agisce. La mia ispirazione si basa spesso sul contesto, ma sono sempre sicuro che le persone che producono fisicamente la collezione, gli artigiani, abbiano un ruolo chiaro nel processo creativo e siano pagati per questo. Non sono solo io o il pubblico, le persone che hanno ispirato la collezione sono spesso le stesse che l’hanno prodotta.

Com'è stata questa esperienza in Italia?
Non ero mai stato a Firenze, la sua architettura è così interessante le sfumature di giallo marrone… È una città bellissima e venire a Pitti è stato incredibile, lo seguo da sempre e tutti i miei designer preferiti sono stati guest designer nel passato, come lo sono io quest’anno. Essere entrato a far parte di quella “famiglia” è così speciale.

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Crediti

Testo di Alessio de Navasques
Immagini su gentile concessione di Pitti Immagine

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