Cosa significa essere una persona ipersensibile, spiegato

Empatia, ipersensibilità e narcisismo sono le nuove pseudo-diagnosi, spesso autoriferite, che piacciono tanto all'Internet. Ma cosa significano per davvero?

di James Greig
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20 ottobre 2021, 9:58am

“HSP” sta per “Highly Sensitive Person,” acronimo che in italiano viene tradotto con “ipersensibilità.” Il termine viene spesso utilizzato per descrivere persone delle generazioni Millennial e Gen Z, considerate per antonomasia fragili come snowflake [fiocchi di neve, NdR], a sottolineare un presunto alto tasso di sensibilità e unicità che contraddistingue questo gruppo demografico.

I segni dell’ipersensibilità di Millennial e Genzer, secondo il blog The Highly Sensitive Person—gestito da un medico canadese che si definisce esperto nell’ambito—includono: "essere più sensibile nei confronti delle altre persone," "avere una vita intima complessa e molto intensa," riuscire ad apprezzare "profumi, sapori, suoni o opere d'arte raffinate," e "sentirsi facilmente sopraffattə." Stando al blog, l’ipersensibilità non deve essere concepita come una diagnosi, ma come un vero e proprio tratto della personalità, non necessariamente debilitante e, anzi, spesso inteso come un superpotere emotivo che a volte può causare spiacevoli inconvenienti—come, ad esempio, un’acuità sensibilità nei confronti degli stimoli esterni o suscettibilità al sovraccarico emotivo. Senza volere sminuire in alcun modo le difficoltà che potrebbe comportare un tipo così delicato di sensibilità, spesso si tratta di problematiche auto celebrative.

La tendenza a patologizzare qualsiasi tratto caratteriale ha fatto sì che sempre più persone siano saltate sul carrozzone dell’ipersensibilità e dell’empatia. Ci sono molte somiglianze tra queste due categorie, ma, come viene spiegato in questo articolo, non sono sinonimi: "Anche se si tende a renderle un’unica definizione, sono due tratti separati (anche se spesso correlati) della nostra sfera emozionale. Le persone ipersensibili sperimentano un’aumentata sensibilità verso gli stimoli esterni, incluse le emozioni altrui, mentre le persone particolarmente empatiche hanno una spiccata capacità di percepire le emozioni altrui e a immedesimarvisi." Inoltre, si tende ad associare ipersensibilità ed empatia ad altri tratti ancora diversi, come l’intuitività e le capacità sensitive. E, come al solito, tutto questo si amplifica sui social. In particolare su Facebook, dove gruppi come Empaths and Sensitives—Surviving to Thriving offrono una piattaforma sicura in cui condividere le proprie esperienze; mentre su TikTok, ovviamente, l’hashtag #highlysensitiveperson ha raggiunto oltre 24 milioni di view.

Oggi, concetti come quelli di ipersensibilità, empatia e intuitività sono diventati anche fonde di lucro. Basti guardare alla proliferazione dei libri di auto aiuto dalla dubbia validità scientifica, come The Highly Sensitive Person's Guide to Dealing with Toxic People.

“Definirsi una persona ipersensibile può nascondere il desiderio di volersi pensare come una persona virtuosa e intrinsecamente buona. Di solito, però, non viene mai preso in considerazione come questo tipo di comportamento possa impattare negativamente le altre persone.”

Avere questa forma estrema di intelligenza emotiva può causare delle difficoltà personali, ma il rischio è che diventi una giustificazione per cui, in un modo o nell’altro, non è mai colpa tua. Alcune persone sostengono che "le persone empatiche possono sentirsi travolte dalle relazioni e temono l'intimità perché hanno la capacità di percepire profondamente i problemi e i bisogni di un'altra persona"—il che suona un po’ come una scappatoia. Non è un pensiero un po' assoluto e deformante credere che le tue relazioni continuino a rovinarsi perché sei una persona troppo buona? Chi si definisce ipersensibile viene percepitə come vittima dell'egoismo altrui: non sono mai persone crudeli, non deludono mai nessuno, sono imperfette nei modi più comprensibili e perdonabili.

Oltretutto, c’è da domandarsi se questa insistenza sull’essere persone estremamente empatiche possa essere collegata anche a una forma di immaturità. Il desiderio perenne di apparire come persone buone e comprensive ci mette inevitabilmente su una sorta di piedistallo morale, dove ogni errore commesso viene scusato e perdonato. Quello di piacere è uno degli istinti umani più basilari, e cosa c’è da non ammirare in una persona estremamente sensibile al prossimo e sempre capace di indossare i panni altrui? Diventa quindi una sorta di scudo contro il rifiuto collettivo, una barriera per non dovere mai affrontare il rifiuto.

Questa fissa con l’apparire sempre come una persona infallibilmente buona potrebbe anche comportare una visione distorta del resto del mondo. Il lato oscuro dell’ipersensibilità è infatti il narcisismo. Spesso, invece, questi due tratti della personalità vengono visti come opposti, e le persone empatiche sono frequentemente descritte come iper vulnerabili alle macchinazioni di quelle narcisiste. Certo, uno dei criteri del DSM (disturbo narcisistico di personalità) è proprio la mancanza di empatia, ma uscendo dal contesto di diagnosi e disturbo e rimanendo nel seminato delle tendenze narcisiste, la convinzione di essere persone buone e capaci di comprendere le emozioni altrui nasconde una certa convinzione di infallibilità.

"Paradossalmente, può risultare confortante immaginare che le persone che ci hanno ferito debbano soffrire di un disturbo della personalità e che qualsiasi amore o affetto che ci hanno mostrato fosse solamente una finzione."

La dicotomia narcisismo-empatia non è da concepire come una divisione del mondo netta, in cui alcune persone sono intrinsecamente buone e altre sono vampirə succhia-emozioni. Esistono infatti molte sfumature e diverse capacità di calarsi nei panni altrui. Oltretutto, come espresso nel libro The Selfishness of Others: An Essay on the Fear of Narcissism di Kirstin Dombek, non sempre le persone che ci hanno ferito devono essere necessariamente patologizzate e inserite in un framework che le renda narcisiste o altro—anche perché la tendenza a inventarsi nuove diagnosi o affibbiarne a persone conosciute senza la minima formazione è un atteggiamento lesivo. Come non è salutare categorizzare le persone in buone o cattive senza alcuna sfumatura di grigio nel mezzo.

Questo concetto viene esaminato anche nell’ultimo romanzo di Sally RooneyBeautiful World, Where Are You. Dopo che Felix e Alice si raccontano le peggiori cose che hanno mai fatto, Alice manda un’email a un’amica, riflettendo su quanto accaduto, e scrive: "Forse mi sbaglio, ma credo che il numero di persone che hanno fatto cose davvero cattive non sia insignificante. Voglio dire, onestamente, penso che se ogni uomo che si fosse mai comportato un po' male in un contesto sessuale domani morisse, rimarremmo con undici uomini al mondo. E non sono solo gli uomini! Sono anche le donne e i bambini, tuttə. Quello che intendo dire è: e se non fosse vero che c’è solo un piccolo numero di persone malvagie là fuori? E se lo fossimo tuttə?"

Alice non riesce a trovare una risposta. Ma, per cominciare, è importante capire che “buonə” e “cattivə” sono categorie presenti in ciascuna persona. Ogni individuo può comportarsi in modo cattivo: qualche volta siamo persone altamente sensibili, altre volte possiamo comportarci come dei tossicə narcisistə. Alcune volte siamo la parte lesa, altre siamo coloro che ledono. È assurdo pensare che insistere sulla propria superiorità morale ci renda necessariamente più felici.

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