Tutto quello che possiamo imparare sullo stile e la vita dai nonni

Siamo andate in un centro anziani di Milano, ad agosto, per farci dispensare perle di saggezza e di moda. Ed ecco cosa abbiamo imparato.

di Giada Arena
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18 agosto 2021, 4:00am

Antropotrip è la rubrica di i-D Italy che indaga le realtà insolite, controverse o poco esplorate del sottobosco urbano italiano, con l’obiettivo di offrire una mappatura del nostro paese e di chi lo popola.


Secondo innumerevoli ricerche, il nostro è un paese sempre più anziano, e lo è in modo inesorabile: oggi in Italia ci sono 5 anziani per ogni bambino. Un’immensa folla di boomer che in anni migliori ha cantato a squarciagola canzoni di Gino Paoli a bordo delle più candide Fiat 500 e che non vedrà il pianeta bruciare definitivamente o Jeff Bezos diventare Imperatore dell’Universo, di cui invidiamo quei capelli che sembrano scolpiti nel travertino e quelle maglie della salute che si intravedono dolcemente sotto camicie dal taglio senza tempo.

Negli ultimi tempi, è sempre più comune avvistare giovani con outfit che fino a non molto tempo fa avremmo definito “da vecchi”: foulard annodati intorno al capo come una babushka, occhiali da vista che ricordano pericolosamente quelli dell’Ispettore Derrick, lunghi calzettoni bianchi ostentati senza vergogna. E poi il grande ritorno dell’uncinetto e delle balere, di Orietta Berti e di quei pattern psichedelici che solo il second hand può regalare.

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Ma come vivono per davvero i quasi quattordici milioni di anziani italiani? Come esprimono la loro identità e cosa dà loro piacere mentre il loro tempo trascorso su questo pianeta si avvia inevitabilmente verso la fine? Siamo andate a scoprirlo in uno dei loro habitat naturali: il centro anziani, più precisamente l’iconico Acquabella di Milano—fatevi un giro sul loro sito spettacolare.

Con i suoi 1200 iscritti e una storia trentennale, è uno dei centri più frequentati e apprezzati della città, complici anche le moltissime attività svolte al suo interno. Ha appena riaperto dopo oltre un anno di dolorosissima chiusura dovuta al Covid-19 e l’entusiasmo è palpabile: i soci ci raccontano di serate danzanti, karaoke, tornei di bridge e lezioni di praticamente qualsiasi cosa.

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E questa vita dinamica non è l’unica sorpresa. Guardandosi intorno, si nota che buona parte degli outfit indossati ad Acquabella grida comodità: scarpe da ginnastica, tessuti tecnici e pochi fronzoli. La signora Giovanna ci dice che non rinuncerebbe mai ai suoi pantaloni, “perché devo andare in bicicletta”; Piero, invece, dopo una vita in giacca e cravatta, ama molto le tute: “Il giorno in cui sono andato in pensione mi sono promesso di mettere la giacca solo ai matrimoni e ai funerali.”

Confessano di arrendersi alla vanità solo alle feste (soprattutto a Capodanno, che sembra essere la ricorrenza più attesa del centro) e con gli accessori: le signore amano i gioielli—che spesso hanno un valore affettivo—, ma con discrezione, “non come la Madonna di Pompei.” Tra sacro e profano, gli accessori a cui è più legata la signora Loredana sono una collana del suo segno zodiacale, il Toro, e una medaglietta di Papa Francesco.

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Questa è solo la prima delle molte illuminazioni avute nel corso della giornata: quella che doveva essere un’osservazione piuttosto superficiale dello stile e del tempo libero degli anziani, si è trasformata in una delle immersioni più edificanti e travolgenti nella vita altrui che potessimo avere in un torrido sabato d’agosto. Così, abbiamo deciso di iniziare a rubare da loro anche qualcos’altro, oltre a una piuttosto evidente ispirazione nell’abbigliamento: delle lezioni di vita inaspettate e preziose, che a una generazione disgraziata come la nostra non possono che tornare utili.

Imparare a resistere con Rodolfo, 81 anni

Rodolfo è il vicepresidente del centro, di cui è stato presidente per più di dodici anni. Ci accoglie raccontando la storia dell’Acquabella, che inizia il 4 maggio del 1988, quando alcuni anziani del quartiere hanno deciso di rimediare all’assenza di spazi di aggregazione occupando un edificio abbandonato: “Hanno messo la catena al cancello, hanno tenuto duro e il Comune, alla fine, ha regolarizzato la loro presenza”. Negli anni successivi, il loro esempio è stato seguito da altri gruppi di anziani milanesi. In una città in cui lo spontaneismo sembra essere stato inghiottito dal profitto e l’assenza di spazi liberi di aggregazione è un problema reale, ascoltare la storia di questa piccola comunità così agguerrita sorprende ed esalta.

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Imparare la creatività con Piero, 95 anni

Uno degli incontri più pirotecnici è quello con Piero, insospettabile novantacinquenne (“Oh, tra cinque anni ne ho cento. È un secolo!”). Assunto nel 1946 al Teatro alla Scala, è stato per otto anni uno dei boys, i ragazzi che accompagnavano sul palcoscenico i grandi nomi dell’epoca: ha lavorato con divinità come Maria Callas e Renata Tebaldi e racconta di risse, flirt e avventure che sembrano uscite da una canzone di Fred Buscaglione. “Fino a tre o quattro anni fa non sapevo cosa fosse un computer,” ci dice, ma oggi la sua passione più grande è il videomaking: realizza dei piccoli documentari, occupandosi in totale autonomia di ricerca, montaggio e grafiche.

Estrae un iPad per mostrarci i video realizzati durante una delle ultime serate musicali all’Acquabella, facendo allarmare un’amica (“Non dirmi che mi hai ripreso mentre ho fatto la scema!”) e svelando che a volte si occupa anche di quelli che, di fatto, sono dei dj set. Poi ci saluta regalandoci due DVD interamente confezionati da lui, uno dedicato all’Expo del 2015 e uno ai bombardamenti subiti da Milano nel corso della Seconda Guerra Mondiale. Avete presente quando vi sentite solleticati da una certa energia creativa, ma abortite un’idea perché pensate di non avere energie, skills o tempo a sufficienza? Ecco, la prossima volta pensate al signor Piero.

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Imparare a riappropriarsi del tempo con Maria Teresa, 77 anni, e Graziella, 79

Quella sul tempo è forse la più densa tra le riflessioni emerse nel corso delle ore all’Acquabella. Quasi tutti, infatti, raccontano di essersi riappropriati con gioia delle proprie passioni solo dopo la pensione e di non provare alcuna nostalgia per una giornata che li vedeva per buona parte in un ufficio, mentre gli affetti venivano trascurati e le indoli ignorate. Maria Teresa e Graziella, in particolare, sembrano davvero instancabili: dopo una vita trascorsa a preparare buste paga e dichiarazioni dei redditi, hanno iniziato a viaggiare insieme e non si sono più fermate.

Cina, India, Dubai, e poi il corso di danze storiche (che ballano in coppia, perché due così non hanno mica bisogno del cavaliere), l’università della terza età, il volontariato e un lockdown alienante aggirato grazie ai corsi in streaming: raccontano di aver imparato la tecnica del macramè, un merletto annodato a mano secondo un'antica tradizione marinara. La loro storia fa pensare alla nostra vita, trascorsa nella sua quasi totalità davanti a un computer, a tutte le velleità che non abbiamo il tempo di assecondare e a cosa potremmo fare affinché tutto cominci ad avere un po’ più senso.

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Imparare la libertà con Maria, 75 anni, e Gabriele, 76

A ogni conversazione, raggiungiamo un po’ di più una consapevolezza molto specifica: siamo finite in un luogo aperto, accogliente e virtuoso, dove lo stereotipo dell’anziano conservatore viene letteralmente preso a calci da una terza età vibrante, attiva, che con il tempo ha imparato ad amare la libertà e non vi rinuncerebbe per niente al mondo. C’è Maria, ad esempio, che quattro anni fa ha trovato l’amore proprio all’Acquabella (“Guardalo, è lì! Ha 73 anni, ma sembra un ragazzino.”) e aggiunge con un certo orgoglio: “La vita è mia e la gestisco come voglio.”

E poi c’è Gabriele, che ama il cinema e il bridge, trasuda una meravigliosa sensibilità e cita la nascita della sua nipotina come “un’esperienza unica e felicissima” che gli ha cambiato le prospettive. Che consiglio darebbe a una donna del futuro? “Segui il tuo cuore e il percorso che ti viene suggerito dalla tua indole, ignora le pressioni esterne e sii libera. Imporre a qualcuno il futuro è fuori dal mio modo di pensare, per carità.” Alla fine è un po’ commosso, e anche noi.

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Imparare ad affrontare il cambiamento con Adriana, 81 anni

Quando si pensa a un’eventuale vecchiaia, una delle conseguenze che più spaventare di più è l’incapacità di affrontare il cambiamento. Diventeremo persone reazionarie? Oppure saremo soffocate dalla nostalgia per ciò che non c’è più? Quando e se ciò accadrà, vi consigliamo di ripensare alle parole della signora Adriana e alla sua capacità di mettersi in discussione. Dei suoi racconti colpisce un matrimonio felicissimo, durato cinquant’anni: “Il mio primo e unico amore, non lo avrei cambiato con nessuno al mondo. La canzone ricorrente della mia vita con lui è Till di Caterina Valente, quella che fa: Till / Finché il mondo sarà / Ogni cosa potrà / Dirti che sono tua…”

Sette anni fa Adriana è rimasta vedova, ma ha deciso di andare avanti con la propria fiera indipendenza, anche a costo di modificare alcune abitudini: “Non ero così aperta, ero molto restia anche a dare del tu. Ma si va avanti con la compagnia, la collaborazione, così ho imparato a conoscere le persone e farlo a fondo, andando oltre i pregiudizi, perché ognuno ha la sua storia. La vita mi ha tolto qualcosa, ho avuto i miei guai, ma ora sono soddisfatta di quello che ho—anche perché, quando mi guardo intorno, mi rendo conto che sono i pensionati a stare meglio di tutti.”

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Avete presente il verso-manifesto di My Generation, I hope I die before I get old? Bene, è sempre stata una mia segreta speranza. Ma, dopo questa bizzarra immersione nel centro anziani più favoloso di Milano, mi rendo conto che le nostre generazioni non sono del tutto dicotomiche, anzi: siamo decisamente più simili di quanto pensiamo, e non parlo solo di foulard, calzettoni e uncinetti.

Crediti

Testo di Giada Arena
Fotografie di Ludovica De Santis
Grazie al Centro Acquabella, al Presidente e ai soci per la disponibilità.
Grazie a Matteo Grilli, Judy Rhum, Insane Eugene e Chiara Muzzicato per averci assecondate.

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