Perché dovremmo smetterla di denigrarci sui social ridendo dei nostri fallimenti

Condividere dolori o figuracce online per riderci sopra non è che l'ennesimo modo per prendere le distanze da ciò che ci fa stare male. E non fa altro che lasciarci solə di fronte alla nostra sofferenza.

di James Greig e Gloria Venegoni
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29 settembre 2021, 11:16am

Ormai sappiamo che condividere troppe informazioni personali sui social media non sia sano per la nostra salute mentale—e per la nostra privacy—, eppure il 2020 ci ha fornito l’ennesimo motivo per continuare a farlo, anche più di prima. Stiamo parlando di certi nuovi trend su Twitter, come quello innescato dal profilo Women Posting Their L's Online e da altri simili, che rientrano nella tipologia degli “L’s account”. Si tratta di siti, piattaforme o pagine social dedicati alla condivisioni online di figuracce e fallimenti altrui per riderne, anche quando la persona che ha condiviso il contenuto non lo reputa proprio così divertente. Questo trend ha assunto la forma di una nuova declinazione di quel bullismo adolescenziale da liceo, ma su scala ben più estesa dei corridoi della scuola. Account come Women Posting Their L's Online, infatti, raccolgono gli screenshot di Tweet postati da donne che condividono volontariamente le loro figuracce o esperienze personali imbarazzanti sui propri profili, per poi ripostarle per il pubblico ludibrio online.

Ma le situazioni che vengono reputate dei fallimenti (in inglese, gli “L’s”, dalla “L” di “loser”) da questi profili, in realtà, includono esperienze che non dovrebbero essere considerate tali, come ad esempio il tradimento o episodi nell’ambito del sex work. Per questo l’account Women Posting Their L's Online è stato accusato di misoginia, e sarebbe difficile negarlo. Dall’account emerge infatti un subdolo godimento vedere donne umiliate, come anche l’incapacità di empatizzare con queste situazioni e comprendere realmente se le donne coinvolte stanno effettivamente scherzando o se stanno invece cercando solidarietà. E se da un lato il termine “posting L’s” [postare i propri fallimenti, NdR] è ormai entrato nel vocabolario comune, si inizia a guardare criticamente questo modo di esporsi online, giungendo alla conclusione che ostentare abiezione e denigrarsi sui social non sia sano per la nostra salute mentale.

Molti dei fallimenti che postiamo online riguardano in particolare le dinamiche degli appuntamenti. Scrivere un post sulla tua disinibizione in questi contesti può essere un modo per sfogarsi sul breve termine, ma non sul lungo termine.

Sul lungo termine, costruire sui social media la tua narrazione di persona totalmente disinibita, disillusa e abietta può trasformarsi in una profezia che si autoavvera.

Quando l’unico modo per affrontare la propria delusione e confusione interiore è farne mostra sui social in modo (finto)ironico per attirare l’attenzione altrui, il rischio è di cadere in una spirale da cui è difficile uscire. "A volte, questi post sono solo tristi," ci racconta la scrittrice e giornalista Hannah Williams, che si impegna contro la pubblicazione di questa tipologia di post. "Spesso parlano di come si viene trattatə male, e penso che a volte dietro a questi post ci sia un dolore reale. Parte del motivo per cui le persone lo fanno è perché, in una certa misura, se ne vergognano e non intendono rifletterci su. Oppure, vogliono che le persone ne ridano, perché ci fa sentire meglio pensare che la situazione che stiamo esibendo sia in realtà solo un grande scherzo, piuttosto che prenderla seriamente e vederla come il sintomo di qualcosa che non vogliamo affrontare."

Alla lunga, si rischia di rimanere intrappolatə nell’immagine di persona disillusa, cinica e caotica che proiettiamo all’esterno, e se lo siamo realmente nel nostro animo, questo meccanismo sicuramente non aiuta a trovare modi efficaci per lavorarci.

Pubblicare sui social i propri fallimenti, solitamente, è un modo per raccontare la nostra storia personale, e farlo in questi termini è un tentativo di prendere le distanze da ciò che ci succede. Ma la verità è che non siamo il personaggio di una sitcom, e quando i like sul post auto-ironico smettono di intasarci le notifiche, continueremo a fare le cose che ci fanno stare male e a pensare a quell’evento nella solitudine della nostra stanza. Scrivere un breve post sui social media non può darti reale conforto in questo senso. "Quello di rendersi immediatamente, e da solə, il bersaglio di una battuta, in modo che nessun altro possa farlo prima di noi, è un atteggiamento molto comprensibile,” puntualizza Hannah. "Ma non devi rendere divertente ogni cosa che ti accade nella vita per intrattenere le altre persone. I social media rischiano così di normalizzare il fatto di denigrare continuamente le altre persone, o di farlo tu con te stessə.”

Le conseguenze di queste dinamiche si ripercuotono anche sulla nostra salute mentale, che in qualche modo è correlata al meccanismo della sovraesposizione autoinflitta. Su Internet, spesso vediamo persone condividere con ironia una sorta di diario pubblico della propria infelicità, ma di ironico non c’è proprio nulla. Negli ultimi anni, il consiglio ampiamente condiviso quando si parla di salute mentale è infatti quello di aprirsi e parlare di come ci si sente. Un consiglio sano, se applicato alla propria cerchia di affetti, ma se condiviso col pubblico dei social network. La differenza sostanziale, per quanto semplice, sta nel fatto che i primi possono comprenderti per davvero e aiutarti a cambiare la tua vita, suggerendoti modalità per affrontare le tue problematiche sulla base delle informazioni che hanno su di te. Al contrario, la seconda fetta di persone non può avere questo tipo accesso alle tue caratteristiche personali, anche perché, sui social, a emergere è solo una parte selezionata di te, spesso quella più superficiale e pubblica. Certo, un consiglio scambiato tramite Instagram o TikTok può a volte avere un’utilità, ma di sicuro non cambierà la tua esistenza, come non lo farà esporre le tue disavventure sulla pubblica piazza per il divertimento altrui.

Bisognerebbe anche chiedersi il motivo dietro alla necessità di sovra-esporsi. Nessuno vuole stigmatizzare il desiderio di ricevere attenzione, perché è piuttosto comune, e nemmeno la ricerca di complicità sui social. Ma la domanda da porsi è: perché ci siamo ridottə a mendicare quella comprensione proprio lì? Cosa non va nella nostra vita reale al punto da spingerci a cercare confronto (e conforto) su tematiche estremamente intime da quella pletora di icone virtuali che ci seguono su una piattaforma online? Cos’è che ci spinge a cercare altrove, nel virtuale, la soddisfazione di uno scambio umano, che sia la condivisione di un dolore, di una gioia, di un interesse? Forse il punto della questione sta proprio nel fermarsi e capire cosa c’è dietro a queste dinamiche e che ci spinge a usare i social come veicolo di mutuo-supporto. Un bisogno a cui i social non possono assolvere per via della mancanza di un elemento necessario all’empatia: la connessione umana dal vivo.

Le dinamiche dei social possono essere subdole, perché non solo ci spingono a distogliere lo sguardo dalla nostra vita reale nei momenti in cui soffriamo e non vogliamo affrontare situazioni complesse, ma falsano anche le sensazioni che proviamo. Prendere le distanze dalle nostre aspettative fallite, dalle nostre delusioni, dalle nostre relazioni umane infrante e da tutta quella sfera di esperienze umane negative che continuano a farci soffrire, ci dà sollievo, ma solo temporaneo ed effimero, che funziona inoltre da incubatore del dolore: quella sofferenza verrà solo anestetizzata, senza essere realmente metabolizzata e superata. Questo perché, per superare un dolore, dobbiamo guardarla e riguardarla, ed è un processo che richiede tempo e attenzione. Attenzione che viene risucchiata dai social stessi, distraendoci dalla nostra vita e impedendoci di crescere attraverso la sofferenza. Mostrare pubblicamente i nostri dolori, dunque, trasforma quello che ci succede nella nostra vita reale in una storia di un personaggio online che è mai noi per davvero, al quale possiamo relegare i nostri dolori per dimenticarci che quella sofferenza è successa realmente e ciò che comporta.

Infine bisogna considerare l’impatto di questi account sullo stigma che persiste sulla malattia mentale, alimentato dal modo superficiale con si parla pubblicamente delle proprie esperienze. Se da un lato non è del tutto scorretta l’idea secondo cui parlare dei propri problemi online potrebbe normalizzare la narrazione sulla salute mentale, dall’altro, nessunə dovrebbe sentirsi obbligatə ad assumersi questo compito, specie nei momenti in cui si sente più vulnerabile. E ci sono campagne di sensibilizzazione più efficaci di account che scherzano sul proprio desiderio di avere "un briciolo di serotonina”. Dovremmo essere un po’ più scetticə rispetto all’idea che aprirsi pubblicamente sui social media sia una pratica positiva o curativa in sé e per sé.

Se stai davvero attraversando un momento difficile per la tua salute mentale, potresti non essere nella posizione adatta per decidere quale sia il livello appropriato di auto-esposizione.

Certo, l'auto-esposizione, in chiave ironica, può essere un modo per fare emergere identità spesso emarginate o ignorate in modo divertente e persino informativo. Ma non sarebbe meglio avere l'onestà intellettuale di prendere sul serio la nostra infelicità ed elaborarla, relegando lo sfogo dei nostri fallimenti a contesti privati? La voglia di esporsi, di cercare supporto e di ridimensionare il proprio dolore attraverso gesti ironici è comprensibile, ma proviamo ad arginare questo bisogno almeno un po’. Se a fine giornata, dopo il brusio delle risate collettive sollevate online, restiamo solə con l’eco del nostro dolore e nulla è cambiato, forse questo è il segnale che dobbiamo staccare le dita dalla tastiera e iniziare a guardare dentro a quella sofferenza.

Questo articolo è apparso originariamente su i-D UK.

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