gucci ha appena rilasciato un documentario sulla italo disco anni '80

Qui il trailer in esclusiva per noi di i-D, e l'intervista con il regista Josh Blaaberg.

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lug 5 2018, 7:03am

A volte il ritardo culturale italiano può essere un bene. Quando la disco music americana cominciò a perdere il suo fascino, l’italo disco riempì il buco creativo che si era creato oltreoceano. La nostra versione della disco era multilingue, colorata ma anche decisamente fai-da-te, ibrida e simpaticamente naïf. Tutte caratteristiche che l’hanno resa immortale, andando a definire una delle più grandi stagioni dell’elettronica italiana.

Il Regno Unito della Thatcher, gli Stati Uniti di Reagan e la grigia mitteleuropa se ne innamorarono, e oggi i figli dei figli di quella seconda estate dell’amore la suonano dai loro CDJ, fuga nostalgica dalle derive più grigie della musica contemporanea. Poco importava che anche all’epoca, sotto alla patina di spensieratezza della nostra nuova canzone nazionale, vibrassero le onde lunghe del terrorismo delle Brigate Rosse e le faglie della politica stessero preparando il terremoto di Tangentopoli.

Ma l’elettronica ha una storia fatta di escapismo. Nelle note dei DJ e dei produttori si trovano vie di fuga dalle instabilità della vita reale, e l’italo disco è stata una delle più batutte. Nell’ultimo decennio i Daft Punk hanno messo un elmetto cool sulla testa di Giorgio Moroder. Todd Terje ha dimostrato con It’s Album Time che la dance scandinava poteva benissimo sembrare prodotta in Emilia. Krystal Klear ha pubblicato uno degli EP più divertenti del 2018 affidandosi al senso di esagerazione edonista alla saccarina, tipico della nostra tradizione disco. Il che ha senso, perché la testa di chi l’italo disco la faceva era proiettata verso l’estero.

Si davano nomi inglesi e francesi, inventavano assurde biografie, fomentavano le fantasie dei fan che li immaginavano immigrati del dancefloor in cerca di fortuna; erano quasi personaggi di una grande opera buffa, i ragazzi e le ragazze dell’italo disco, orchestrata dalle onde quadre dei sintetizzatori e dal battito secco delle Roland. E fu all’estero che trovarono il successo: il termine “italo disco” con cui la loro musica è stata storicizzata è infatti di origine tedesca, coniato dall’etichetta ZYX. Se la disco music statunitense era un’evoluzione della tradizione musicale afroamericana, l’italo disco ne riassemblava le componenti base arricchendole di eccessi, sia narrativi che estetici. Completi da impiegato modello convivevano con tutine di spandex, tacchi e zeppe, a creare un effetto tanto disorientante quanto intrigante.

È l’esperienza di chi ha vissuto quell’era in prima persona che racconta Distant Planet: The Six Chapters of Simona, opera del giovane regista Josh Blaaberg commissionata da Gucci in partnership con Frieze per celebrare il trentesimo anniversario della celebre Second Summer of Love. I protagonisti del video sono Aldo Martinelli e Simona Zanini, due nomi tanto normali quanto simbolici dell’approccio poliedrico dell’epoca. Lui alle produzioni, lei alla voce: insieme, il Duo Martinelli.

Come se fosse un gioco, Aldo e Simona mettono tante maschere ai loro volti: Doctor’s Cat, Topo & Roby, Moon Ray, Bizzy & Co. Ma sotto si celano sempre loro, Aldo e Simona, uniti nell’arte come nella vita. Ed è proprio una vita che finisce a riportarli assieme ad altri loro collaboratori storici, come Alberto Styloo, in Distant Planet Josh ci ha raccontato la sua opera in una breve intervista, spiegandoci come l’italo disco ha conquistato l’Europa e il mondo, e perché gli anni '80 sono stati un decennio fondamentale per definire la musica e la moda del presente. La trovate qua sotto assieme al trailer in esclusiva assoluta di Distant Planet.

Ciao Josh! Di dove sei e dove sei cresciuto?
Nato e cresciuto a Londra.

Quanti anni hai?
Oggi, domani e per sempre 15 anni

Ci racconti i tuoi primi passi nel mondo del cinema?
Nei primi anni facevo di tutto, mi bastava si trattasse di un lavoro legato al cinema. Intanto, nel tempo libero lavoravo al mio portfolio. Poi sono arrivato alla National Film School e lì ho iniziato a scrivere le prime sceneggiature e firmare i primi corti come regista.

Come ti è venuta l'idea di questo short film? E come l'hai sviluppata con Gucci?
La italo disco è una mia grande passione da un bel po' di tempo. La amo follemente, perché è una sorta di patchwork fatto di contraddizioni e indovinelli da risolvere. Ci sono mille modi di interpretarla. Lavorare a questo progetto con Gucci è stato fantastico, perché ho potuto sviluppare la mia idea in totale libertà e creare una sorta di nuovo universo. Nel 2018 avere un'opportunità simile nel mondo del cinema è raro, rarissimo.


Ma com'è iniziata questa tua passione per la italo disco?
È un genere musicale estremamente ricco, complesso, contraddittorio, interessante, devastante, incredibile e divertente. Sono cresciuto in Gran Bretagna, quindi nell'adolescenza non ne sapevo nulla. Scoprirla è stato un po' come venire a sapere dell'esistenza di un universo parallelo, è stato destabilizzante. Mi ha fatto mettere in discussione il modo in cui interpreto la musica, e più in generale la cultura pop, con cui sono cresciuto. Di lì si sono poi aperti una serie di interrogativi su identità, linguaggio e radici dell'impulso creativo. Questo lavoro parte da questi temi e arriva poi a riflettere su perdita, lusso e memoria.

Vieni spesso in Italia?
In vacanza sì, assolutamente! E il documentario parla, in parte, proprio di questo. C'è una citazione di Stefan Zweig, qualcosa tipo: "La vera essenza dei sogni inglesi non è Hyde Park, ma un posto chiamato Italia." La amo, semplicemente.


Moon Ray, Martinelli, Bizzy & co., Simona Zanini e Alberto Styloo com'è stato lavorare con loro in Sicilia?
Si dice che non si dovrebbero mai incontrare i propri idoli, ma questo progetto mi ha dimostrato che è vero l'esatto contrario. Sono persone incredibili, che non avevano mai recitato prima. È stato incredibile, un sogno che si realizza.

Per realizzare questo documentario hai collaborato con l'Archivio Nazionale del Film di Famiglia di Bologna. Cosa ti attrae in particolare delle riprese italiane risalenti agli anni '80? Come si è svolta la ricerca d'archivio?
Ero alla ricerca di materiale filmico che riprendesse le vacanze di perfetti sconosciuti, perché in quei fotogrammi ci sono emozioni impossibili da replicare. I ricordi delle persone sono uno strumento molto potente, e per trovare esattamente ciò che cercavo ci abbiamo messi alcuni mesi. In generale, comunque, frugo tra gli archivi di biblioteche e fondazioni da anni.

Il tuo brano di italo disco preferito?
Facciamo che ti giro una playlist di mille o più tracce? In questo periodo mi sto ascoltando spesso Pink Footpath di Loui$, canzone che ho usato anche nel documentario.

Cosa è rimasto degli anni '80?
Oh, gli anni '80 sono appena iniziati. Tra un secolo saranno in forma smagliante.

Qui trovi in esclusiva il trailer del documentario Distant Planet:

Everybody in The Place e Distant Planet: The Six Chapters of Simona saranno proiettati esclusivamente nello spazio cinema di Gucci Wooster a New York rispettivamente dal 6 al 12 luglio e dal 13 al 20 luglio, per essere poi presentati al Frieze di Londra a ottobre.

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Crediti


Testo di Elia Alovisi
Immagini su gentile concessione di Gucci