Fotografia di Sara Salvador 

le fotografie di sara salvador mostrano la palestina che nessuno vede

Al di là del muro c'è un'umanità che lotta, vive e fa persino musica techno. Le foto e le parole di Sara Salvador mi faranno scoprire tantissime cose che non conoscevate sulla Palestina.

di Benedetta Pini
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01 agosto 2019, 4:22pm

Fotografia di Sara Salvador 

L'anno scorso cadeva il 70esimo anniversario della Nakba Palestinese, l'evento catastrofico che ha segnato l'inizio del conflitto arabo-israeliano e costretto oltre 750.000 palestinesi a un esodo senza ritorno. Attualmente almeno 8 milioni di palestinesi, su un totale di 13 milioni, si trovano sfollati in tutto il mondo. Da oltre 70 anni questo popolo lotta quotidianamente per vivere, e non solo sopravvivere, per conservare il proprio passato e per la speranza di avere un futuro. La rappresentazione di tutto questo da parte dei media occidentali si è ormai fossilizzata su una narrazione ormai sterile, incapace di restituire la reale condizione di un popolo devastato su tutti i fronti, politico, economico, sociale e identitario.

Eppure, dietro a quel muro c'è un'umanità che pullula ancora di vita, che non si accontenta di sopravvivere, che cerca disperatamente di tenersi aggrappata con le unghie a quel poco che resta della propria identità, costantemente minata dall'occupazione si Israele. È proprio di questo che parla Under the Olive Tree, la mostra fotografica di Sara Salvador esposta all'ultima edizione del Lago Film Fest. Abbiamo deciso di incontrarla e farci trasportare in un viaggio visivo attraverso la Palestina reale, al di là del muro e della solita retorica militarista, scoprendo gli sguardi di quell'umanità che non ha niente di diverso da noi, costretta a vivere lì ogni giorno nel tentativo di ritagliarsi una dimensione esistenziale quanto più normale possibile.

Ciao Sara, iniziamo dalle basi: chi sei? Cosa fai?
Questa domanda mi destabilizza abbastanza, perché nella mia vita passo da un estremo all’altro. Allora, partiamo da ciò che non sono: non sono una fotografa. Under the Olive Tree è stato un lavoro amatoriale e le foto hanno subito pochissima postproduzione, perché confesso di non saper maneggiare bene i programmi specifici. Mi sono laureata in sociologia all’università di Padova. Il primo approccio con la Palestina è avvenuto in un viaggio di conoscenza nel 2014, che mi ha fatto interessare molto alla questione palestinese. Per questo ho deciso di scrivere la tesi di laurea sull’argomento. In seguito mi sono avvicinata sempre di più a quel luogo e ho sempre voluto tornarci. Al termine del percorso di studi ho aspettato che uscisse qualche bando conforme alle mie idee e ho preso parte a uno SVE (Servizio Volontario Europeo) in Palestina tramite lo SCI (Servizio Civile Internazionale) di Roma, finalizzato a collaborare con i comitati popolari. Nella pratica si è tradotto in svariate attività: dall’insegnamento ai bambini della resistenza non violenta alla stesura dei report sulle violazioni dei diritti umani insieme alla popolazione palestinese, che prende nota di qualsiasi cosa succede – ad esempio se in un villaggio dei soldati irrompono in una casa all’improvviso e in modo violento.

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Se non sei una fotografa, com’è che ti sei ritrovata a fare un progetto fotografico sulla situazione palestinese?
La fotografia è sempre stata una mia grande passione. Quando ero in Palestina mi sono scontrata molto con me stessa dal punto di vista etico, che è proprio l’aspetto che mi ha sempre bloccata dal far diventare la fotografia la mia professione. Credo che spesso molti scatti vengano rubati e mi sono trovata spesso in difficoltà da quel punto di vista. A volte c’erano magari delle fotografie che sarebbero potute essere molto forti, ma non me la sentivo di scattarle, mi sembrava di invadere uno spazio che non mi apparteneva.

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Com’è stato fotografare la popolazione locale? Hai mai avuto problemi o riscontrato ostilità da parte loro?
No, non ho mai avuto problemi. Ho sempre chiesto il permesso, soprattutto ai genitori, perché fotografare i bambini può creare attriti maggiori. Dal punto di vista etico mi scontravo più con me stessa che con le persone locali. Ho avuto invece moltissimi problemi a fotografare i soldati, i check-point e contesti legate alla guerra. Israele ha recentemente fatto passare una legge che prevede l’arresto anche nel caso in cui tu stia fotografando un soldato o una situazione relativa al conflitto.

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Nel 2018 cadeva il 70esimo anniversario della Nakba Palestinese, che nel 1948 ha provocato l’esodo di oltre 750.000 palestinesi, attualmente sfollati in tutto il mondo. Com’è stato essere lì proprio in quel momento?
È stata una coincidenza e ha reso la mia esperienza ancora più forte. In quel periodo è iniziata anche la Grande Marcia del Ritorno verso Gaza, indetta Hamas. Ogni venerdì anche nella West Bank [o Cisgiordania, NdR] venivano organizzate delle manifestazioni, quindi la tensione era sempre molto alta. Anche dal punto di vista simbolico era una situazione molto forte: hanno vissuto 70 anni molto tosti e continuano a trovarsi in una situazione davvero pesante. Nella West Bank c’era sicuramente meno fermento rispetto a Gaza, ma comunque si percepiva, anche perchP le notizie da Gaza arrivavano costantemente: per quanto siano divisi dal punto di vista fisico, sono territori molto uniti, è come se Gaza desse ai palestinesi della Cisgiordania la forza di continuare a resistere.

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Palestina 2014 e Palestina 2018, hai riscontrato delle differenze particolari o in generale un sentore diverso?
La mia prima esperienza in Palestina è stata appunto un viaggio di conoscenza di dieci giorni, quindi è stata davvero limitata. Trascorrere sei mesi lì mi hanno permesso di acquisire uno sguardo più ampio sulla questione e mi hanno dato molto su cui riflettere, facendomi aprire gli occhi e la mente, perché spesso quando hai un punto di vista radicato è difficile vedere al di fuori di certi preconcetti. Rispetto al 2014 ho notato un cambiato nel sentimento generale dei palestinesi: non significa che hanno cessato di resistere, ma rispetto a 4 anni prima ho riscontrato un grande pessimismo nei confronti del futuro, soprattutto da parte dei giovani. Mi ha demoralizzata molto inizialmente. Dall’esterno noi occidentali tendiamo a vedere la resistenza palestinese con un’ottica occidentale, incentivandoli a continuare a combattere e resistere, ma a volte ci si dimentica che sono persone proprio come noi, che vogliono semplicemente vivere una vita normale e tranquilla e si sono stancati anche di resistere. Molte volte l’occupazione viene quasi normalizzata, soprattutto dai giovani. Stanno costruendo nuove colonie e quelle vecchie sono in continua espansione, non c’è una grande luce in fondo al tunnel. Nel 2014 invece molti miei coetanei erano molto più speranzosi; una speranza e un ottimismo che l’anno scorso non ho più trovato.

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Un aspetto molto interessante del tuo lavoro è che è composto da due momenti, il primo è un viaggio nell’architettura dell’occupazione di Israele, il secondo è un percorso nel patrimonio culturale e identitario palestinese. Come sei arrivata a definire questo taglio?
A un certo punto mi sono ritrovata ad avere tantissime foto dell’occupazione, dei soldati e di situazioni legate alla guerra e ho pensato: perché ritrarre sempre la questione palestinese dal punto di vista drammatico, dell’occupazione, invece di rendere giustizia a un popolo che in realtà sta cercando di vivere, più che di sopravvivere. Così quando sono tornata ho deciso di dare al lavoro questo taglio. Per questo nella prima parte del lavoro ci sono molte foto dei soldati. Poi, durante i sei mesi che ho trascorso lì, mi sono resa conto che quella selezione non rispecchiava la realtà della situazione palestinese e ho deciso di ridurre le foto della prima parte e mi sono concentrata sul popolo in sé. L’idea era quella di aprire una finestra: perché mettere prima le foto dell’occupazione e poi quelle del popolo? Perché la maggior parte delle persone non andrebbero mai oltre a quel muro. Vanno tutti in Terra Santa, ma non a Betlemme. Non avendo una formazione professionale, la selezione delle foto è stata abbastanza difficile: non riuscivo a togliere quelle dei soldato e del muro. Ma, alla fine, perché lasciarle? Sono viste e riviste. Perché invece non fare vedere il popolo che c'è al di là dell'occupazione? Volevo invece mostrare quello che nessuno vede: la vita che continua a scorrere, che va avanti, al di là del muro. Il popolo palestinese è resiliente, ha sempre il sorriso stampato sulla faccia e non piange mai. Volevo mostrare quell’umanità che dai i media e i canali principali non emerge e non emergerà mai, a meno che uno non scelga di andare lì e vederla con i propri occhi. Volevo restituire una visione che non fosse quella sionista dominante, che è quella diffusa dai media. Non avendo una formazione professionale, la selezione delle foto è stata abbastanza difficile non riuscivo a togliere quelle del soldato e del muro. Ma perché lasciarle? Sono viste e riviste, perché non fare vedere il popolo che c'è al di là dell'occupazione.

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La ricerca dell’identità è un’operazione complessa per qualsiasi popolo, ancora di più per quello palestinese…
Dal punto di vista geopolitico la Palestina è stata letteralmente frammentata e spezzata, ritrovandosi ad avere molteplici identità tutte diverse tra loro: un palestinese di Gaza è completamente diverso da un palestinese di Gerusalemme o della Cisgiordania, e ognuno appartiene anche a uno stato diverso. È stato un gioco fatto da Israele per creare dissidi interni. Credo che oggi ciò riesce a tenere uniti i palestinesi è la religione, è l’ultimo collante sociale rimasto. Dal punto di vista fisico sono separati, per non parlare dei palestinesi che sono diventati cittadini israeliani, e lì il discorso identitario è ancora più complesso, perché sono costantemente in conflitto con loro stessi, non sanno più chi sono. Ad esempio c’è la questione della demolizione del villaggio di Khan al-Ahmar: si trova tra due colonie gigantesche, in mezzo non c’è nient’altro, quindi per Israele è importante farlo sparire così da unire i territori e frammentare ulteriormente la Cisgiordania tra nord e sud. Il risultato sarebbe quello di avere 5 identità palestinesi diverse. Fa sempre parte del gioco di Israele per frammentare i palestinesi a livello fisico, ideologico, politico.

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Non credi però che un irrigidimento religioso sia altrettanto negativo?
Sì, non la trovo una cosa positiva. Però fa sì che non inizino a farsi la guerra anche tra palestinesi stessi. Ho visto che l’autonomia palestinesi fa man forte affinché la religione svolga un ruolo forte all’interno della società, al di là poi della libera scelta di ogni singolo individuo. Ad esempio a Betlemme convivono cristiani e musulmani: se un cristiano decide di mangiare a pranzo durante il Ramadan non c’è alcun problema, ma se lo fai a Ramallah, in Cisgiordania, ti arrestano. Non è sicuramente un fattore positivo. Un altro aspetto che ho notato stando lì è che cristiani e musulmani condividono la stessa cultura e le stesse tradizioni: pregano in luoghi di culto diversi ma i principi sono gli stessi. La religione è diventata tradizione e viceversa: è un fattore identitario.

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Come ti sei sentita lì in quanto occidentale in qualche modo privilegiata?
Ho sempre percepito un forte senso di ingiustizia e impotenza. Quando passi un check-point e vedi che tu puoi farlo e chi lì è nato e cresciuto non può venire. Io spesso andavo al check-point per trovare amici a Gerusalemme, ma poi tornavo sempre indietro perché non me la sentivo. Alla fine stavo meglio a Betlemme.

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Ah, stavi meglio a Betlemme?
Questo è un grande paradosso. Spesso quando ero a Gerusalemme i miei amici mi dicevano che finalmente potevo mettermi i pantaloni corti, vestirmi come volevo. Ma non era quello il punto: in Israele mi sentivo costantemente sotto osservazione, avevo paura, non mi sentivo mai libera di poter parlare ed esprimere le mie idee. Invece in Palestina mi sentivo molto, molto più libera: potevo parlare con chiunque di qualsiasi cosa. Vivevo in un villaggio piccolissimo fuori Betlemme di 500 abitanti, dove la religione viene percepita molto, sono piuttosto conservatori. In realtà, però, durante quei sei mesi siamo riusciti a parlare di tutto e affrontare anche questioni complesse, come la convivenza tra ragazzi e ragazze, o giocare a calcio insieme. Ne sono rimasta piacevolmente sorpresa. Chiaramente prima di partire devi seguire un corso di formazione, ti spiegano cosa fare e cosa non fare assolutamente, ma in realtà avvicinandosi senza sfrontatezza si può instaurare uno scambio bellissimo.

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Lavori come il tuo sono fondamentali per liberarci di molti pregiudizi sulla questione palestinese, che i media occidentali tendono ad appiattire in modo molto superficiale. Com’è la Palestina reale?
Se ne potrebbe parlare per giorni interi. Ad esempio il boicottaggio di Israele, come il BDS, è una cosa che possiamo fare noi occidentali, dall’esterno, ed è efficace, ma non si può chiedere ai palestinesi di farlo perché sono economicamente dipendenti da Israele. Questa è una cosa che non molti sanno: li hanno letteralmente strangolati da un punto di vista economico e non gli permettono di avere un’autonomia propria. Io stessa avevo prima una visione piuttosto ingenua della situazione, poi mi sono ritrovata al mercato di Betlemme circondata da prodotti israeliani e quando parlando con un palestinese in condizioni di povertà estrema ti dice che un prodotto israeliano gli costa tre volte di meno, come puoi controbattere? Molti palestinesi lavorano nelle colonie, o molti attraversano ogni giorno i check-point per andare a lavorare. È una situazione senza uscita.

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Com’è stato fotografare la popolazione locale? Hai mai avuto problemi o riscontrato ostilità da parte loro?
No, non ho mai avuto problemi. Ho sempre chiesto il permesso, soprattutto ai genitori, perché fotografare i bambini può creare attriti maggiori. Dal punto di vista etico mi scontravo più con me stessa che con le persone locali. Ho avuto invece moltissimi problemi a fotografare i soldati, i check-point e situazioni legate alla guerra. Israele ha fatto passare una legge che permette l’arresto anche nel caso in cui tu stia fotografando un soldato o una situazione particolare.

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La cosa che non ti saresti mai aspettata di scoprire da questa esperienza.
Non lo sapevo, ma esiste la techno anche in Palestina. I ragazzi della Jazar Crew di Haifa, Israele, hanno deciso di creare un ponte con i loro coetanei in Palestina, dove non esisteva una scena techno, e hanno iniziato ad andare spesso a Ramallah (a differenza dei ragazzi palestinesi, che non potevano andare a suonare a Haifa) per suonare in studio insieme. Così è nata una grandissima comunità musicale di giovani palestinesi. Il primo dj palestinese è una donna e si chiama Sama. Ora vive in Francia ed è diventata abbastanza famosa, tan'è che l'anno scorso ha organizzato la prima Boiler Room della Palestina. C'è un documentario bellissimo che ne parla: Palestine underground.

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Chiudiamo con un classico: prossimi progetti?
Vorrei tornare in Palestina per scattare ancora. Ci proverò a settembre. Magari proprio un lavoro sulla scena techno palestinese.

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Crediti


Testi di Benedetta Pini
Fotografia di Sara Salvador

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