la vera vita delle spogliarelliste: vi presentiamo lola

Il progetto della studentessa IED Lola Oluwadare vuole smantellare tutto quello che pensiamo di lap dance e spogliarelli. Dalle fondamenta.

di Creato con IED Milano
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02 febbraio 2018, 11:01am

Questo contenuto fa parte della serie 'Best IED Students', ricerca in cui noi di i-D selezioniamo i nuovi creativi che entrano oggi a far parte dell'industria della moda. Presentando le loro tesi di laurea, i migliori studenti del corso Fashion Styling 2017 dell’Istituto Europeo IED vogliono raccontarsi e condividere con i nostri lettori il futuro della moda.

Sono Lola Oluwadare, ho ventidue anni, sono nata a Roma da genitori nigeriani e da quando ne ho quattro vivo a Crema. Circa tre anni fa ho deciso di iscrivermi al corso di Fashion Styling dello IED, perché la moda mi ha sempre interessato e perché amo comunicare un concetto a livello visivo, senza necessariamente dover usare parole. A parte la moda, un altro mio interesse sono i sensi di colpa. Di conseguenza, prima di intraprendere questo percorso, ho voluto assicurarmi di avere un lavoretto con cui potermi mantenere e che mi aiutasse a sostenere i costi di questa mia passione, in modo da non gravare troppo su mia madre. E quale miglior primo lavoretto se non la spogliarellista? Comincio nel settembre del 2014 in un night (la versione più costosa e meglio arredata dei locali di lap dance) vicino alla Stazione Centrale di Milano. La sera prendevo il mio treno, salivo a Milano, lavoravo—o meglio, venivo pagata per annoiarmi (i tempi d’oro ormai erano finiti, ragion per cui il locale era quasi sempre vuoto) o per bere se entrava qualcuno—dopo qualche ora tornavo in stazione, aspettavo il primo treno del mattino e tornavo a casa. Così per pochi mesi, finché l’orario delle lezioni non si è fatto più fitto. Riprendo a lavorare appena finita la sessione estiva degli esami, ma questa volta il mio impresario (in pratica il pappone delle spogliarelliste) mi piazza in un vero e proprio locale di lap dance.

Com’ è lavorare in uno strip club non l’avevo capito né nel 2013 con i video di Brooke Candy e le serate al London Loves, né le due volte in cui mi sono recata nei locali da cliente (una volta in gita scolastica e l’altra con una mia ex). Com’è lavorare nei locali di lap dance lo si capisce solo lavorandoci. Nasce da qui Tutte spogliarelliste con le Pleaser delle altre, titolo palesemente ispirato dal detto popolare “tutti froci col culo degli altri”.

Questo progetto ha l’intento di assegnare alla figura della spogliarellista un’altra percezione rispetto a quella della donna triste e costretta a fare un lavoro che inevitabilmente la porta ad essere una cocainomane o una prostituta o quella della donna tutta pioggia di soldi, Pleaser e mini abiti trash. Per farlo, sono partita con una breve ricerca sulle icone dello striptease del passato: Celeste Mogador, Gipsy Rose Lee, Lili St. Cyr e Josephine Baker ad esempio, giusto per ricordarci che non c’entrano nulla con le spogliarelliste attuali e che noi alla seconda canzone siamo già tutte in mutande. Poi ho proseguito analizzando come, a partire dagli anni Novanta, la strip culture si sia fatta strada nella tv, nella musica, nella moda, lasciando nell’immaginario comune una visione ben precisa della spogliarellista, spesso distorta. (Dai, nessuna stripper si metterebbe mai a leccare il palo. Sì, mi riferisco a Nomi Malone nel film Showgirls!) L'ultimo passo è stato sviscerare tutte le dinamiche che hanno luogo in uno strip club contemporaneo, aiutandomi con i miei racconti, quelle delle mie colleghe e di un paio di autrici americane.

Di libri italiani ne ho trovati due. In uno la spogliarellista è la protagonista e viene uccisa nel primo capitolo per mano di un cliente, nell’altro invece viene descritta come “donna disperata, annoiata, che svilisce il corpo femminile e la sua integrità di persona.”

Finite letture e ricerche sul web mi sono resa conto, o meglio ricordata, che in Italia—come accade per tutti gli argomenti legati al sesso e alla sensualità femminile—di lap dance e spogliarelliste si parla davvero poco. Decido quindi di realizzare un breve video-documentario, accompagnato da uno shooting, che sia il più reale possibile, coinvolgendo le mie colleghe e mettendoci la faccia. Scelgo quelle che mi sono più vicine nella vita reale, tutte diverse tra loro ed ognuna smantella un pregiudizio legato a questa professione. Tutto perfetto. Poi confermo loro che questo progetto molto probabilmente sarebbe uscito dalla mia università e una alla volta tutte si dileguano. Dopo la delusione iniziale, chiedo ad altre colleghe di partecipare al progetto e arriviamo a un compromesso: non riprendere mai il loro viso. L’unico che si vede nel video è il mio, insieme a quello di una ragazza che non fa la spogliarellista e che ho trovato il giorno prima di girare (esempio perfetto di com’è tutto facile quando non fai la spogliarellista per lavoro). Lo stigma sociale legato a questa professione c’è e influenza le nostre vite. La mia forse un po’ meno, ma perché io ho una tranquillità legata alla mia personalità: oltre ad essere una donna che fa la spogliarellista, sono anche nera e queer. Per me ormai non c’è scampo. Però ci sono donne che non lo urlano ai quattro venti, nonostante sia un lavoro che fanno con piacere, perché correrebbero un rischio effettivo, come ad esempio perdere il lavoro che fanno di giorno, in un ambito completamente diverso, oppure essere accusate di non essere delle buone madri dal proprio ex compagno e così via. Sapevo che non avrei fatto partire la rivoluzione, ma sono felice di aver fatto il primo passo: parlarne.

Crediti


Contenuto realizzato in collaborazione con l'Università IED di Milano
Fotografia Trojano Federica
Stylist Oluwadare Lola