'italiana' è la mostra che racconta trent'anni di moda made in italy

Per l'occasione abbiamo fatto due chiacchiere con il co-curatore Stefano Tonchi per parlare del miglior brand del mondo: il Made In Italy.

|
feb 26 2018, 12:38pm

Collage di Giorgia Imbrenda

Italiana. L’Italia vista dalla moda 1971-2001 è la prima mostra che celebra e racconta la grande stagione del Made in Italy, analizzando un periodo fondamentale per l'affermazione del sistema italiano della moda. L'esposizione è allestita nei saloni di Palazzo Reale e si configura come una narrazione che procede per concetti e visioni non solo di stilisti e direttori creativi, ma anche di artisti, architetti, designer e intellettuali che hanno tracciato le rotte della creatività italiana nella cultura internazionale.

Durante l'inaugurazione di Italiana abbiamo incontrato il co-curatore della mostra insieme a Maria Luisa Frisa, Stefano Tonchi—rinomato fashion editor e direttore di numerose testate di moda—per chiedergli come sia riuscito a portare avanti questo grande progetto espositivo e quale vuole essere la sua rilevanza nel panorama della storia della moda italiana.

L'Italia non ha ancora un museo della Moda. Che valore ha quindi nel 2018 una mostra dedicata alla storia della moda del nostro paese?
Italiana è un viaggio, una ricerca che non procede in ordine cronologico, ma che si muove analizzando temi, vibrazioni e approfondimenti del contemporaneo come identità, democrazia, post-produzione e glocal. Non è un'operazione nostalgica, ma un modo di rileggere il passato con l'occhio del presente. È la prima mostra che racconta com'è nato il sistema moda italiano: non solo i grandi marchi del lusso, ma anche le realtà industriali che hanno avuto un ruolo fondamentale nella definizione del Made in Italy. Tante sono state le esposizioni dedicate a singoli stilisti e direttori creativi, ma nessuno ha mai tracciato un racconto corale a più voci.

Perchè la mostra parte proprio dal 1971?
Il 1971 rappresenta un punto di svolta fondamentale: è l'anno in cui Walter Albini spostò la sua attività da Firenze a Milano per la prima sfilata della sua linea, la cosiddetta "collezione unitaria"; simbolicamente, può essere considerato il momento della nascita del prêt-à-porter italiano. Come data conclusiva abbiamo invece scelto il 2001 perché segna una cesura, la fine di un stagione: è nel 2001 infatti che avvenne l'attentato alle Torri Gemelle e che il gruppo francese LMVH acquisì definitivamente il brand Gucci.

Qual è stato il ruolo di Walter Albini nell'evoluzione del gusto e del costume italiano?
Albini è stato il primo stilista italiano che ha raccolto sotto il suo nome diverse aziende e prodotti, da qui il nome della sua collezione "unitaria". Fu il primo a creare un vero e proprio sistema produttivo.

Qual era il legame profondo tra le arti di quel momento storico, quello che permetteva "un immaginifico e rigoroso caleidoscopio creativo"?
Era un momento di collaborazioni magiche, specialmente con il mondo dell'architettura e del design. Walter Albini diceva "via dagli atelier e dentro le fabbriche," per sottolineare l'importanza della produzione industriale. Si trattava di un processo creativo che coinvolgeva l'industrial design e la moda e da cui sono nati progetti comuni e collaborazioni. In quegli anni si riusciva a trasformare le idee in prodotti. Un processo unico nel suo genere.

Dopo aver visitato la mostra, cosa sapremo in più sulla storia della moda italiana? C'è un'aspetto in qualche modo nuovo e inedito che la mostra riesce a mettere in luce?
Sicuramente Italiana mette in luce il valore dell'industria nella produzione creativa, raccontando come certi fenomeni industriali legati alla moda abbiano contribuito alla definizione di quello che oggi chiamiamo Made in Italy. Inoltre, la mostra porta in primo piano e riscopre alcune figure fondamentali nella creazione dello stile italiano nel mondo, come Romeo Gigli, Walter Albini, Franco Moschino.

Qual è l'aspetto che ti ha colpito di più in questa esperienza?
La scoperta di come sono nati i fenomeni glocal/local, quell'insieme di realtà specifiche e uniche legate a luoghi dell'Italia che hanno creato un vero e proprio stile, come la Sicilia di Dolce e Gabbana o la Sardegna di Antonio Marras.

È stato difficile lavorare con archivi, fondazioni e istituzioni italiane?
Molto difficile, perché non esiste un'istituzione italiana che si occupi di ciò. Non c'è un museo della moda, né tantomeno archivi, collezioni pubbliche o luoghi di consultazione. La maggior parte dei collezionisti e archivisti di moda italiana sono realtà private. Inoltre, manca una lettura critica della storia della moda, che in Italia è ancora considerata un'arte minore.

L'Italia ha ancora un ruolo di primo piano nella definizione delle cultura internazionale?
Assolutamente sì, ciò che è cambiato è il panorama internazionale. Tutto è diventato in qualche modo globalizzato, non esistono più realtà legate a luoghi geografici, come succedeva negli anni '70, '80 e '90.


È possibile visitare la mostra ITALIANA. L’Italia vista dalla moda 1971-2001 dal 22 febbraio al 6 maggio 2018 presso il Palazzo Reale di Milano.

Crediti


Testo di Alessio de Navasques
Fotografie su gentile concessione dell'Ufficio Stampa e collage di Giorgia Imbrenda