cosa fare se sei gay e qualcuno non rispetta i tuoi diritti

Discriminazioni, insulti e omofobia: un'avvocata specializzata in diritti LGBTQ ci spiega come comportarci.

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09 marzo 2018, 11:11am

Negli ultimi anni, e ancor più negli ultimi mesi, il tema dei diritti delle donne si è fatto sempre più urgente e diffuso. Ma la strada da fare per approdare a una vera uguaglianza è ancora molta. Per questo, noi di i-D abbiamo scelto di dedicare la settimana dell'8 marzo alle donne che oggi lottano per rendere il mondo un posto migliore per tutte noi, lasciando spazio alle loro voci e ai loro racconti.

Cathy La Torre è un'avvocata e giurista italiana che lavora per promuovere e diffondere l'uguaglianza formale e sostanziale contro ogni forma di discriminazione. Co-fondatrice del Centro Europeo di Studi sulla Discriminazione (CESD) e Vice Presidente del Movimento Identità Transessuale (MIT), è specializzata nel diritto antidiscriminatorio con particolare riferimento alle discriminazioni basate sull'orientamento sessuale e sull'identità di genere.

Per qualche anno ho abitato in una casa che sembrava assolutamente ok, sia per gli standard di Milano, sia per gli standard abitativi in generale. Poi le pareti hanno iniziato a foderarsi di muffa. Ora, Milano è una città umida e un po' di muffa non niente di straordinario, ma questa era un soffice prato di spore che ricopriva ogni singola superficie e non lasciava spazio ad altre forme di vita—a me, nello specifico.

Quindi, dopo aver lanciato diversi litri di candeggina sul muro e aver fatto fin troppe telefonate a un padrone di casa assolutamente sordo e inadempiente, ho fatto quello che ogni adulto non sfiancato dalle spore avrebbe fatto: ho chiamato un avvocato per capire quali erano i miei diritti davanti alla muffa.

E la frasetta "ok, allora chiamo un avvocato" risolve un sacco di problemi: davanti all’idea di un avvocato, buona parte delle persone sgradevoli batte vigliaccamente in ritirata, e in caso questo non succeda un avvocato porterà avanti per voi—e meglio di voi—le vostre istanze.

Visto che là fuori è pieno di persone sgradevoli—leggi: omofobe, transofobe—e di diritti calpestati, per questa settimana tematica abbiamo pensato di fare qualche domanda a Cathy La torre, avvocata specializzata nella tutela dei diritti delle persone LGBTQ e cofondatrice del network Gaylex per chiederle tutto quello che le persone LGBTQ italiane possono fare ogni volta che i loro diritti vengono travolti da una marea di muffa.

Le domande sono divise per età, e sì, ce n’è per tutti.

GIOVANI 18-24

Mettiamo che faccio coming out e i miei genitori la prendono malissimo. Se sono minorenne o vivo ancora con loro, cosa posso fare per tutelarmi se minacciano di buttarmi fuori di casa, se minacciano di diseredarmi?
Se si fa coming out, ed è un coming out particolarmente traumatico, il mio consiglio è di rivolgersi all’associazione LGBTQ più vicina (qui potete trovarne alcune) che—in casi particolarmente difficili—può garantire un accompagnamento ai servizi sociali e il successivo inserimento in una struttura protetta. In seconda battuta, consultate un avvocato specializzato per fare in modo che i genitori continuino a versare il mantenimento, come stabilito dalla legge: in Italia i genitori sono tenuti al mantenimento del figlio, anche se maggiorenne, nel caso in cui questo non sia autosufficiente economicamente, magari perché sta ancora studiando e non ha ancora iniziato a lavorare. Quindi non solo non si può diseredare un minorenne, ma neppure un maggiorenne non ancora indipendente economicamente.

Il vero problema è che in Italia abbiamo pochissime strutture per l’accoglienza di persone LGBTQ: il Movimento Identità Trans (MIT) ne ha una a Bologna per le persone trans e a Roma ne esiste una gestita da Gaycenter. In assenza di strutture specifiche, dobbiamo affidarci a quelle comunali, dove è possibile che le persone LGBTQ vengano comunque discriminate. È per questo motivo che, come Gaylex, abbiamo istituito il fondo “Fai la causa giusta” per le vittime di omotransfobia (anche famigliare) che si fa carico di tutta l’assistenza legale in casi come questi.

Visto che la scuola è un luogo crudele e se sei una persona LGBTQ potenzialmente può esserlo ancora di più, come e cosa posso fare se i miei docenti fanno commenti inappropriati sulla mia sessualità, o se i compagni mi bullizzano?
Se un insegnante bullizza, o tratta diversamente uno studente in ragione del suo orientamento sessuale o della sua identità di genere, consiglio di inviare subito una comunicazione formale al Preside in cui si fa richiesta di interrompere la condotta discriminatoria. La stessa cosa vale anche se a bullizzare sono i compagni di classe. Se il Preside non procede in nessun modo, allora consiglio di rivolgersi alla magistratura o di fare denuncia agli organi di Polizia.

Va precisato che se ad assumere determinati comportamenti sono gli insegnanti, c’è un appiglio in più: gli insegnanti sono tenuti per legge a rispettare l’educazione e l’orientamento pedagogico dei loro studenti. Peraltro, nella mia esperienza la maggior parte degli episodi di bullismo sono, paradossalmente, proprio ad opera di insegnanti: è più facile che siano loro a non rispettare l’identità di genere degli alunni o la loro omosessualità.

Per strada un bruto mi urla "lesbica di merda dovrebbero mandarvi tutti al rogo": se mi fermo e gli do un pugno, cosa rischio? Se non gli do un pugno ma voglio comunque giustizia, cosa posso legalmente fare per ottenere giustizia?
Se per strada vi insultano andate al più vicino commissariato e fate denuncia, anche se contro ignoti. Primo perché non si reagisce mai con la violenza: la reazione violenta non è una soluzione e non è ovviamente accettata dal sistema normativo italiano. Inoltre, per quantificare quanto sia diffuso il fenomeno dell'omofobia, abbiamo bisogno di dati. Dunque la parola d’ordine é denunciare, denunciare sempre!

Oltre alla denuncia penale esistono anche degli strumenti civili, per esempio la richiesta di risarcimento danni per ingiuria. Questa è forse la risposta migliore contro l’omofobia, perché attaccare le tasche di chi promuove odio è talvolta più efficace di una denuncia penale.

MENO GIOVANI 25- 30 (e oltre)

Finita l'università inizia l'epopea del lavoro: come posso tutelarmi da mobbing e altre spiacevolezze in ufficio?
Diciamo subito che qualsiasi lavoratore discriminato sul posto di lavoro per via del suo orientamento sessuale o della sua identità di genere può rivolgersi ad un avvocato—meglio se esperto in questo campo—oppure a un sindacato, e chiedere una tutela. Perché una tutela esiste.

Entrando nel dettaglio, esiste una legge che tutela le persone gay, lesbiche e transessuali sul posto di lavoro, si tratta del decreto legislativo 216 del 2003. È una legge che esiste da 15 anni, ma di fatto é stata applicata molto poco, perché solitamente quando citiamo un datore di lavoro per discriminazione la causa si chiude con un risarcimento, prima di arrivare a sentenza. Le motivazioni sono molteplici: in primo luogo, queste cause hanno un evidente impatto negativo sull’immagine dell’azienda, che tende quindi a risolvere la situazione nel modo più indolore possibile; in secondo luogo, quando si arriva a fare questo tipo di cause, la situazione di mobbing è già così evidente che l’azienda paga per evitare di incorrere in spese molto più ingenti.

Inoltre, uno dei rimedi per far cessare la discriminazione può essere quello di chiedere la pubblicazione della sentenza che condanna quell’azienda a rimuovere la discriminazione sui giornali. Capite che danno d’immagine sarebbe per una azienda? Del resto la discriminazione ha un costo, noi insegniamo questo: chi discrimina paga, e chi è discriminato può denunciare e ottenere un risarcimento.

Anche se la prossima legislatura non dovrebbe poter essere in grado di annullare le unioni civili , ci sono un sacco di altri modi in cui potrà complicare la vita delle persone LGBTQ. Posto che il futuro è parecchio incerto, a tuo giudizio quali sono le "prossime battaglie" da portare avanti per raggiungere legalmente la completa parità?
Dubito che, chiunque sarà a vincere le elezioni [l’intervista è stata condotta prima del 4 marzo, NdR], possa annullare le unioni civili: la Corte Costituzionale si è già espressa due volte in merito, dichiarando necessario garantire diritti equiparati al matrimonio anche per le coppie di fatto. Insomma, devono esserci dei diritti e questi diritti devono essere equiparabili a quelli ottenuti con il matrimonio. Poi esiste anche una ragione più schiettamente politica: in Italia non si è mai tornati indietro sulle grandi conquiste in fatto di diritti civili: divorzio, aborto e cambio del sesso, ad esempio.

La cosa veramente preoccupante è che dubito fortemente che il prossimo Parlamento approvi leggi sul versante dei diritti. Eppure alcune leggi sono necessarie, specie in un clima di propaganda d’odio molto alto, come quello in cui viviamo oggi. Penso ad esempio a una legge sull’omotransfobia, ma anche alla riforma delle adozioni, con l’estensione del diritto anche ai singoli, a prescindere dal loro orientamento sessuale—siamo uno dei pochi paesi in Europa in cui questa forma d’adozione non è prevista.

Dal momento che la stepchild adoption è in alto mare, qual è la via da perseguire per tutelare i figli di una coppia omogenitoriale?
Per rispondere a questa domanda bisogna avere ben chiaro come funziona la legge sulle unioni civili. Si tratta di una legge che equipara le persone unite civilmente ai coniugi. Non è pertanto improprio utilizzare il termine "coniugi" anche in caso di unioni civili: di fatto, tutti i diritti dei coniugi sposati spettano anche a chi è unito civilmente.

Tuttavia, nel Codice Civile la parte riguardante il matrimonio contiene anche la disciplina sulla "prole", ovvero sui figli. Ecco, quest’ultima parte è stata completamente rimossa dalla legge sulle unioni civili. È una legge monca, perché disciplina tutte le fasi della vita di una coppia, ma non contempla la possibilità che la coppia abbia un figlio. Tutto—pensione di reversibilità, assistenza, eredità e così via—viene regolato esattamente come nel caso di due persone sposate, ma non la presenza di figli: in quel caso la legge non dice una parola.

L’unica soluzione resta dunque quella di rivolgersi a un giudice e lasciare che sia lui a decidere. Attualmente, questa è la via da percorrere per vedere riconosciuta una stepchild adoption: la madre sociale deve andare al giudice e dire: "lei è la madre biologica, io quella sociale, mi riconoscete?" Si tratta di una prassi che io e la mia associazione abbiamo affrontato molte volte, e non abbiamo mai incontrato problemi. Ma di certo avremmo preferito che la Legge garantisse questo diritto senza doverci ogni volta rivolgere a un Giudice, con tutto ciò che ne consegue in termini di costi e tempi.

È una considerazione decisamente triste quella per cui durante il prossimo Governo le cose non cambieranno. Siamo nel? 2018? Tra 5 anni—ammesso che questo Governo duri cinque anni—saremo nel 2023… E insomma…
Personalmente, credo che dove non arriva (e non arriverà nel prossimo futuro) la politica, arriverà ancora una volta la Magistratura, che si è già dimostrata in numerosi casi più avanti della classe politica. Ritengo che tra cinque anni avremo più diritti di oggi, ma il merito non sarà certo della politica: a riconoscerci ulteriori diritti saranno le Corti e l’Europa.

Crediti


Testo di Marta Magni
Immagine di Mayan Toledano

La discriminazione deriva da orientamento sessuale, identità di genere e anche dalla propria religione. Per combattere i pregiudizi legati all'essere musulmana, Takoua Ben Mohamed ha scritto e disegnato un fumetto. Trovi qui la nostra intervista.