jeremy scott ci spiega perché lottare per i nostri sogni è l'unica cosa che conta

Un commovente manifesto per chiunque si sia sentito dire 'non sei abbastanza' e non ci ha creduto.

di Jeremy Scott
|
26 aprile 2017, 12:32pm

Da bambino non avevo il modo né i soldi per comprare giocattoli nuovi, quindi li creavo riciclando altri materiali e usando la mia immaginazione. Trasformavo auto semi-distrutte in astronavi spaziali, vecchi sedili di trattori in eleganti tavoli di ristoranti francesi e, con l'aiuto della nonna, le buste di plastica vuote diventavano corde per saltare. Abbiamo vissuto all'insegna del riciclaggio quando riciclaggio significava ancora povertà. La necessità di creare — non solo con ciò che avevo, ma anche con la mia mente — mi ha regalato un nuovo modo di guardare al mondo che sarebbe poi diventato il fondamento su cui poggia la mia espressività artistica.

Vivevo in una fattoria e immaginavo un mondo molto diverso, passando l'infanzia desiderando di essere da qualche altra parte in cui io mi potessi sentire a mio agio, capito e speciale. Spesso mi chiedo se l'isolamento in cui sono cresciuto mi abbia spinto a voler comunicare appassionatamente con il mondo attraverso il mio lavoro. Nel mondo iperconnesso di oggi, è quasi impossibile immaginare come ci si possa sentire emarginati crescendo, e quanto questa sensazione possa essere d'ispirazione.

Sulla carta, trasferirmi in città per frequentare le scuole medie e il liceo avrebbe dovuto essere un passo nella giusta direzione. Nei miei sogni a occhi aperti pensavo che il trasferimento mi avrebbe avvicinato al mondo. Invece è stata un'epifania difficile, dura. A scuola, i ragazzi vedevano in me solo uno con un accento diverso il cui modo d'esprimersi e di vestirsi era un invito per essere messo in ridicolo. Senza tanti giri di parole sono diventato consapevole di quanto io fossi diverso da loro e di quanto minaccioso questo sembrasse ai ragazzi della mia età.

Una cosa che non ho mai capito, e ancora oggi non capisco è perché quello che io scelgo d'indossare è un problema per un'altra persona. A scuola sono stato molestato verbalmente e fisicamente semplicemente perché indossavo qualcosa che non era considerato nella norma. Oggi vedo come un dono le conseguenze che ho dovuto affrontare — sono diventato più forte e determinato nell'essere chi sono senza dovermene scusare o pentire. Con il senno di poi è facile vederla così, ma i costanti abusi e attacchi d'odio che ho dovuto subire quotidianamente avrebbero potuto avere un impatto estremamente negativo su un'altra persona.

Durante i miei anni di scuola la mia via di fuga era l'immaginazione. Seguivo corsi d'arte e nella mia mente creavo mondi in cui avrei voluto vivere. Sognavo continuamente l'universo dell'alta moda che vedevo tra le pagine delle riviste, nei film e in tv. Quando è giunto il momento di fare il primo passo per trasformare i miei sogni in realtà, ho mandato il mio portfolio di disegni con un'umile lettera di presentazione all'ufficio iscrizioni del Fashion Institute of Technology. Quel portfolio non conteneva solo tutte le mie idee, ma anche le mie speranze e i miei sogni di fuga dalla vita di provincia.

Dopo alcune settimane senza risposta ho finalmente riavuto il mio portfolio e, dopo altre due settimane, è arrivata anche una lettera — una lettera dal Fashion Institute of Technology! Wow! È stato come il Mago di Oz avesse rivolto la parola a Dorothy. Mentre aprivo la busta le mie aspettative erano enormi e quando ho iniziato a leggere il suo contenuto l'eccitazione era palpabile. E il mio cuore ha iniziato a martellarmi nel petto quando ho letto questa frase, che da quel giorno non ho mai dimenticato. "Manchi di originalità, creatività e abilità artistiche…" Ovviamente, ho iniziato a piangere, piangere e ancora piangere. Era la voce dell'autorità che mi diceva che non ero abbastanza bravo. Quella lettera ha davvero avuto un impatto gigantesco su di me. Mi ha fatto dubitare del mio talento. Per quanto ne sapevo, ero solo uno dei tanti, tantissimi sognatori che pensavano di avere qualcosa di speciale, ma si sbagliavano. L'aveva scritto un presunto arbitro della moda, e questo mi ha fatto pensare di dover dar retta alle sue parole, di dovermi trovare una nuova passione e nuovi obiettivi.

Come qualunque innamorato può confermarvi, nessuno può dire al cuore che non può avere ciò che vuole. E con questa massima in testa me ne sono andato a New York e ho scelto una nuova direzione: ero entrato alla NYU, facoltà di storia dell'arte. Non appena ho messo piede a Greenwich Village mi sono sentito a casa. Le mie lunghe trecce legate con elastici colorati ricevevano complimenti a ogni angolo del quartiere, mentre a Kansas City l'unica cosa che suscitavano erano liti. Le mie gonne a pareo, le mie borse stravaganti, i miei parasole in carta di riso e le mie scarpe in pelle sono passate da cose che dovevo indossare con coraggio a cose che volevo indossare semplicemente perché era mercoledì.

Poco dopo essermi trasferito a New York ho trovato il coraggio di fare un nuovo tentativo all'inseguimento del mio sogno. Ho contattato tre scuole di moda della città: Parsons, Pratt e F.I.T. Il colloquio alla Pratt sembrava essere andato bene, mi sentivo preso sul serio e credevo di avere buone possibilità. Poi ci sono entrato e per la prima volta nella mia vita ho fatto vedere i miei lavori a qualcuno che li capiva! Qualcuno che li ha guardati e ci ha visto del potenziale. Qualcuno che era entusiasta della mia visione e riusciva a tradurre in parole ciò che avevo in testa prima che io potessi anche solo formulare una frase. È stata una svolta per me. Avevo trovato un posto a cui sentivo di appartenere! Avevo intravisto un futuro! E i miei sogni si sono alzati come il sole all'orizzonte dopo l'alba.

Non voglio dire che da quel momento il mio percorso sia stato rose e fiori. Ho dovuto fare richiesta per un prestito studentesco e per una borsa di studio, poi ho dovuto imparare a ritagliare i modelli, decorare gli abiti e cucire con ago e filo le idee che avevo in testa. Non potevo permettermi quattro anni alla Pratt, quindi ho preso una laurea quadriennale in tre anni, spesso facendo due o tre stage contemporaneamente mentre lavoravo anche in biblioteca per arrivare a fine mese. È stata dura, ma finalmente potevo inseguire il mio sogno. Ed era tutto ciò che mi interessava.

Durante quel periodo, ho tirato fuori il coraggio e ho chiamato il quartier generale statunitense di Aeffe, il rappresentante di alcuni dei miei stilisti preferiti come Rifat Ozbek, Jean Paul Gaultier and Franco Moschino. Mi diedero la possibilità d'incontrare il presidente, Michelle Stein, che mi ha offerto uno stage in cui avrei dovuto fare un po' di tutto, dall'ufficio stampa alle vendite. Essere circondato dalla moda che avevo sempre ammirato in passerella era stimolante. Era il paradiso!

Finendo la mia collezione per l'ultimo anno, un nuovo sogno si è fatto largo in me: volevo trasformare la mia visione in realtà sulle passerelle. Non mi ero mai sentito così vivo prima di quel momento. Condividere i miei disegni e vederli prendere forma mi ha fatto capire che stavo aprendo un dialogo tra il mio lavoro e il resto del mondo, anche se era solo un progetto su scala ridotta per il mio show come studente. Mi era venuta l'acquolina in bocca, e non riuscivo più a farmi passare la fame.

Il terzo anno si avviava verso la sua conclusione, e sapevo di dover fare il passo successivo. Amavo New York, ma desideravo l'Europa. Volevo vedere i cool kids londinesi di cui leggevo tra le pagine di i-D. Sentivo un desiderio bruciante di essere a Parigi, nella città in cui lavoravano tutti i miei eroi della moda… Avevo deciso che dovevo scegliere una data per andarmene e rispettarla, altrimenti non ce l'avrei fatta. Quindi ho fatto le valigie e me ne sono andato a Parigi poche settimane dopo la laurea. Parigi era un affare completamente nuovo — il mio francese scolastico era abbastanza per andare dal panettiere, ma non per affrontare gli ostacoli che quotidianamente incontravo. E anche se presto sono migliorato, ero sempre più disperato. Disposto a tutto e senza casa, non avevo un posto dove stare né prospettive di lavoro. Mi sono guardato allo specchio e ho fatto un patto con me stesso: se avessi trovato un lavoro e un appartamento prima di tornare negli Stati Uniti per le vacanze di natale, avrei continuato l'avventura parigina. Altrimenti avrei dovuto accettare il fatto che la moda non sarebbe stata il mio futuro.

Il destino volle che passare ogni notte in una discoteca diversa perché non avevo un posto dove dormire diede risultati insperati. Mi offrirono un lavoro come PR e iniziarono a pagarmi per andare alle loro serate perché "ero cool". Non era esattamente quello che speravo, ma a volte se una porta è chiusa significa che da qualche parte ce n'è un'altra aperta che ti aspetta.

Grazie agli amici che avevo conosciuto nei club parigini trovai anche un posto dove stare e riuscii a mettere in piedi la mia prima sfilata. Attraverso il loro incoraggiamento e le loro conoscenze trovai una location a costo zero, alcuni artisti mi prestarono la loro attrezzatura per l'illuminazione e i miei amici fecero da modelli. Non avrei mai e poi mai pensato "me ne vado a Parigi e inizio la mia collezione lì," ma è successo. E questo mi ha insegnato che spesso nella vita le cose non vanno come vorremmo. A volte, non è il piano A, non il B e neanche il C quello giusto. Magari è il piano X, o quello Y, oppure Z! Puoi pianificare e immaginare il futuro quanto vuoi, ma devi essere pronto per ciò che l'universo ha in serbo per te.

A settembre celebrerò i 20 anni della mia linea. 20 anni come stilista indipendente, 20 anni di design, 20 anni di lotte per far sentire la mia voce e 20 anni di ribellione. Sono nato in una famiglia povera e cresciuto tra le ristrettezze. Non c'era benessere, non c'erano conoscenze né circostanze ad aiutarmi, c'era solo una cosa: un sogno. Ho lottato per trasformare quel sogno in realtà e per continuare a sognare sempre più in grande.

Se puoi pensare con concretezza al tuo sogno, significa che non è grande abbastanza — sogna più in grande! Sogna con più coraggio e lotta, lotta per i tuoi sogni perché sono la cosa più preziosa che abbiamo e a volte sono tutto quello che ci rimane."

Crediti


Testo Jeremy Scott
Immagine presa dal progetto i-Cons: Jeremy Scott. Per gentile concessione di Pablo Olea, 1995.

Tagged:
manifesto
Jeremy Scott
think piece
lettera aperta
lottare per i propri sogni