i giovani motociclisti del motocross illegale di londra

Hanno nomi come Go Hard Boys e Reckless Ryders, e stanno trasformando le aree industriali della capitale inglese in arene illegali. Il fotografo Spencer Murphy ha fotografato la subcultura emergente di chi fa acrobazie su due ruote tra le periferie di...

di Alice Newell-Hanson
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11 aprile 2017, 3:25pm

È domenica, e il giovane motociclista LB Looney sfreccia sull'asfalto in una zona industriale londinese. Indossa una felpa con cappuccio, piumino e un paio di Nike Squalo. Sta facendo un'impennata e guida lo scooter con una mano sola, ma guarda nell'obiettivo con tranquillità. Non indossa il casco. "La polizia non può inseguire motociclisti che non hanno il casco, perché un inseguimento potrebbe mettere a repentaglio la loro vita," spiega Spencer Murphy, che ha fotografato Looney per il suo nuovo libro Urban Dirt Bikers (edito dalla Hoxton Mini Press), "quindi l'idea è 'se non metto il casco, la polizia non mi inseguirà.'"

La cultura BikeLife — nella quale gruppi di motociclisti su moto da cross, scooter e quad si riuniscono per dar prova delle loro abilità acrobatiche in aree suburbane (per la gioia di polizia e residenti) — si è diffusa in Gran Bretagna circa cinque anni fa, quando anche Instagram ha iniziato a spopolare: l'app era la piattaforma perfetta per condividere riprese di acrobazie su due ruote, e ha dato una mano alla diffusione europea di questa subcultura importata dagli Stati Uniti, dov'era già ben conosciuta.

In Urban Dirt Bikers, Murpy cattura i giovani motociclisti che stanno forgiando questa nuova, unica subcultura tra le aree industriali dalla periferia di Londra, e lo fa con uno sguardo del tutto nuovo: i suoi ritratti di amici che ridono e volti illuminati al tramonto sono un inno alla positività della BikeLife, scena spesso demonizzata dall'opinione pubblica. Murphy, vincitore del prestigioso Taylor Wessing Portrait Prize, è conosciuto per la sua capacità di catturare su pellicola le storie di comunità fuori dall'ordinario, dai surfisti ai gitani. "La gente che vive in periferia dovrebbe essere celebrata, non additata come il male," afferma. "Dobbiamo fare spazio per loro e imparare da loro."

Cosa ti ha spinto ad avvicinarti alla cultura del motocross urbano?
La prima volta in cui mi sono imbattuto nella cultura del motocross urbano è stata nel documentario 12 O'Clock Boys, che racconta la comunità originale dei motociclisti di Baltimora, una realtà nata ormai 20 anni fa. Successivamente, ho sentito parlare di nuove comunità di bikers anche a Londra. Qui in Gran Bretagna è un fenomeno molto recente, e il documentario ne ha stimolato la diffusione: a quel punto ho iniziato a vedere motocrossisti anche in giro per le strade della capitale. Verso la fine del 2015 ho provato a contattare alcuni di loro, ma senza successo. Ci ho messo mesi a riuscire finalmente a ottenere una risposta, l'unico modo si è rivelato essere la posta privata di Instagram; è tramite questo sistema di messaggistica che Izzy, del gruppo chiamato Super Dupa Motos, mi ha invitato per un caffè. Credo fossero molto sospettosi nei miei confronti a causa dell'attenzione speciale che la polizia riserva loro.

Come descriveresti questa comunità dal punto di vista demografico?
C'è una forte predominanza del sesso maschile. Da quando ho iniziato il progetto, ho incontrato solo due o tre motocicliste donne. L'età varia molto, ci sono ragazzini di otto anni in bicicletta che trasformano i motociclisti veri e propri idoli, ma anche uomini oltre i 30 anni. Principalmente, si tratta gente che vive in città. Quasi tutti i luoghi in cui questi gruppi fanno motocross sono in periferia, nella terra di nessuno che sta tra la Londra e le campagne circostanti. I motociclisti vanno alla ricerca di luoghi dove la popolazione non si lascia turbare da quello che fanno e dove sanno che la polizia arriva per interromperli sul più bello.

Perché la polizia sta inasprendo i controlli?
Ci sono una serie di elementi diversi. Le moto 'normali' hanno il permesso di circolare su strada, ma non quelle da cross — e questo è il tipo di mezzo preferito dai motociclisti di questi gruppi. Anche il rumore è un problema. Inoltre, dopo aver fatto un'acrobazia, la tua guida diventa sempre più pericolosa. Quindi, non appena sollevano la ruota anteriore quello che fanno diventa illegale e la loro moto potrebbe essere sequestrata. So di alcuni biker che sono finiti in prigione. La polizia li filma e rintraccia le loro moto grazie alla targa, quindi la maggior parte di loro toglie la targa e non vuole neanche farsi fotografare. Indossano queste maschere che li fanno sembrare un po' dei fuorilegge. Ma lo fanno solo per proteggersi, non perché vogliono celare la loro identità. Nella mia esperienza, la cultura del motocross ha l'effetto opposto: aiuta la gente ad allontanarsi da quel tipo di stile di vita. 

I motociclisti sono stati disponibili nel farsi fotografare?
No, è stato molto difficile convincerli a farsi fotografare. All'inizio, alcuni credevano che io fossi un poliziotto sotto copertura che stava provando a infiltrarsi nella loro comunità. Ma alcuni di loro non sono stati così problematici, diciamo. Alcuni dei ragazzi più giovani hanno genitori che li sostengono in quello che fanno e vedono il lato positivo di questo hobby, quindi mi hanno dato permesso fotografare i loro figli. Volevo mostrare che tra i motocrossisti urbani ci sono profondità e ricchezza culturali, non sono solo inquietanti personaggi in passamontagna e maschere da teschio. Mi interessa anche l'idea del fuorilegge moderno, comunque.

Chi fa parte di questa subcultura si considera un outsider?
Da ragazzo ero appassionato di skateboard; vedo molte somiglianze tra quel mondo e la scena del motocross urbano. Mi ha sempre attratto ciò che sta ai margini, e anche con lo skateboard è stato così. Al pubblico non piaceva, alle autorità neanche. Quindi per noi era una sorta di stile di vita ribelle, non convenzionale.

Altri parallelismi?
Quando ho chiesto ai motociclisti perché hanno scelto questo hobby, la maggior parte di loro mi ha risposto che è una valvola di sfogo: non importa cosa succeda a casa o al lavoro, loro possono comunque inforcare le loro moto da cross e dimenticare tutto il resto, sentirsi liberi. Ed è la risposta che riceverei da praticamente chiunque faccia uno sport estremo. È una risposta universale.

Cosa succede durante uno dei loro incontri?
Solitamente, gli incontri avvengono in zone industriali, quando i capannoni sono chiusi o durante il weekend. La gente si accalca dietro una linea immaginaria e di lì osserva i motociclisti fare acrobazie. A volte ci sono spettatori, altre volte ci sono semplicemente i biker che si filmano a vicenda da una moto all'altra. È sempre un evento molto sociale. Negli Stati Uniti esistono aree dove questi incontri sono praticamente legali, ma qui non siamo ancora arrivati a quel punto. Molti di questi ragazzi vogliono solo un posto dove poter legalmente usare le loro moto da cross. Altri dicono che gli incontri non sono che un allenamento per quando andranno in centro a fare zig zag tra le auto. Di solito non escono in grandi gruppi, ma il problema sorge solo quando ci sono degli incidenti. È così facile che qualcosa non vada per il verso giusto — credo sia per questo che la polizia vuole intervenire così duramente.

Quali sono gli stereotipi e i preconcetti più comuni?
Spesso sono dipinti come vere e proprie gang di rapinatori su due ruote. Ma l'unico vero crimine che commettono è fare acrobazie. L'anno scorso hanno fatto un raduno per Halloween nel centro di Londra, guidando le loro moto giù per Oxford Street — e ci sono stati un paio d'incidenti, un telefono è stato rubato. Ma è sempre il solito verme che rovina l'intera mela. Non è un'immagine che riflette davvero la comunità.

Che ruolo ha l'abbigliamento in questa subcultura? C'è un estetica precisa dietro i tuoi scatti?
In ogni gruppo marginalizzato o emarginato c'è sempre un'enfasi sullo stile. Le loro moto sono fatte per apparire in un certo modo. Indossano certi abiti. Ed è proprio quello che stavo cercando: ragazzi in tute Adidas, maschere da teschio, bandane e denti d'oro. C'è assolutamente un'estetica predominante che guida il gruppo nelle scelte di stile, e credo sia legata alla scena hip-hop e grime.

Il tuo lavoro spesso si concentra su comunità che vivono ai margini della società. Anche questo libro è parte di questo progetto più ampio?
Prima di questo libro ho fotografato un gruppo di squatter che stavano per essere sfrattati. Ho fotografato anche eremiti, fiere di cavalli per gitani, surfisti. Chi vive al di fuori di quella che consideriamo la normalità mi ha sempre affascinato. È un tema che ricorre in ogni mio lavoro. Mi interessano gli spazi tra legalità e illegalità, tra follia e quiete. Credo ci sia sempre uno spazio dove accadono cose interessanti, uno spazio dove si inventa il futuro. 

Crediti


Testo Alice Newell-Hanson
Fotografia Spencer Murphy

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