le donne trans che in messico sono costrette a vivere nelle carceri maschili

Alejandra, America, Frida, Gabi e Martina stanno scontando le loro condanne in penitenziari maschili, e Giulia Iacolutti ne ha documentato le esistenze.

di Amanda Margiaria
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17 luglio 2019, 5:00am

Ho conosciuto Giulia Iacolutti due anni fa, quando il mio editor di allora mi chiese d'intervistarla per parlare di Casa Azul, il suo progetto sulle donne transessuali costrette a scontare le loro pene in carceri maschili. Da allora seguo il lavoro di questa giovane fotografa con interesse e curiosità, sempre da lontano e con un certo affetto. È per questo che quando ho scoperto che le immagini di Casa Azul sarebbero diventate un libro fotografico e una mostra personale, non ho potuto che gioire e fare i complimenti a Giulia. Chiacchierando, ho scoperto che in questi due anni sono cambiate tante, tantissime cose nella sua vita. Ne ho approfittato per intervistarla una seconda volta, riflettendo insieme a lei, a distanza di tempo, sul suo lavoro e sulle sfide che ha dovuto affrontare in questi anni.

Prima delle domande, però, lascio la parola direttamente a Giulia, per spiegare a chi ancora non lo conosce cos'è Casa Azul e perché è importante.

"Casa Azul è parte di un’indagine socio-visuale sulla storia di vita di cinque donne trans detenute in uno dei penitenziari maschili di Città del Messico. Il progetto mostra il processo di costruzione identitaria e le pratiche corporali di persone i cui corpi sono considerati doppiamente abietti a causa della loro identità e della loro condizione d’isolamento. Le detenute trans, costrette a vestirsi di blu, soprannominano il carcere la “casa blu”, evocando la prigionia subita dai corpi stessi. In una prigione per uomini, l'ingresso di oggetti femminili è proibito, ma, attraverso la corruzione, le carcerate li ottengono, trasformandoli in armi di resistenza contro un ambiente prettamente virile. Dall’aver trovato un manuale di biologia degli anni '90 nella sala adibita agli incontri è nato il parallelo con la scienza biologica che riconosce la cellula come l'unità base della vita. La procedura generale di colorazione con ematossilina-eosina utilizzata in istologia dipinge i campioni di tessuto in rosa: alle fotografie stampate in cianotipia, antico metodo di stampa fotografica, caratterizzato dal colore blu di Prussia, sono state associate delle fotografie rosa di cellule prostatiche sane, realizzate in collaborazione con i ricercatori dell'Istituto di ricerca biomedica Bellvitge (IDIBELL). Se il blu evoca l'esterno e l'identificazione passiva, il rosa parla dell'interno, del sé e dell'autodeterminazione. Casa Azul mostra l'eterna lotta binaria che queste persone devono affrontare nella vita di tutti i giorni per essere quello che sono: donne."

Giulia Iacolutti

Ciao Giulia! Sono passati due anni dalla nostra ultima vera chiacchierata, quindi come prima cosa mi sembra doveroso chiederti: come stai? Dove sei stata in questi 24 mesi? In che modo ti senti cambiata da allora?
Ciao Amanda, è un piacere rincontrarti, anche se solo virtualmente. Io sto bene, molto bene! In questi 24 mesi sono cambiate diverse cose: in primis un anno fa sono tornata a vivere in Italia, in un piccolo borgo tra le colline del Friuli Venezia-Giulia, e ammetto che, in maniera totalmente inaspettata, il rientro è stato dei migliori, sia da un punto di vista professionale che umano. Si tende a dire nemo propheta in patria, invece tornando ho scoperto che erano molte le persone che stavano seguendo a distanza le mie ricerche, e l’impegno è stato subito riconosciuto: un esempio è il Premio FVG Fotografia che mi ha recentemente consegnato il CRAF, Centro di Ricerca e Archiviazione Fotografica di Spilimbergo.

Personalmente credo di aver elaborato una maggior consapevolezza, oggi ho più chiaro ciò che posso offrire e con quale linguaggio, seleziono le esperienze da vivere, senza ingurgitare bulimicamente ogni tipo di stimolo artistico-culturale, ma soprattutto riconosco i miei limiti e cerco di trarne vantaggio, usando la creatività per superarli. Insomma, sono grata al Messico, è un paese che mi ha dato la possibilità di crescere rapidamente, ma sentivo sempre più forte la necessità di far sedimentare tutte le esperienze e le emozioni vissute per iniziare un reale processo autonomo di maturazione e condivisione delle competenze acquisite.

Giulia Iacolutti

Mi hai accennato che hai rifatto quasi tutte le cianotipie di Casa Azul. Perché?
Ai tempi della prima intervista avevo appena iniziato a sperimentare la cianotipia, antico metodo di stampa fotografica a contatto caratterizzato dal colore blu di Prussia, tant’è che pubblicammo anche delle fotografie rese blu digitalmente. Ho scelto questa tecnica perché nel carcere maschile dove ho lavorato le persone detenute sono obbligate a vestirsi di blu e soprannominano il carcere proprio "Casa Azul". Con questo nomignolo le donne trans metaforizzano anche la loro condizione di donne nate in un corpo biologicamente maschile; va da sé che il blu assume un’importanza simbolica preponderante. Inoltre la perdita di definizione e le imperfezioni ottenute con la cianotipia mi permettono di evocare la loro identità messa quotidianamente a rischio.

La tecnica non è particolarmente complessa, ma ho impiegato più di un anno per giungere a un risultato estetico soddisfacente: il contenuto, se non è trasmesso con la giusta forma, rischia di perdere valore e resta invisibile. La novità è che a queste stampe sono state associate delle fotografie microscopiche di cellule prostatiche sane, originariamente tinte attraverso la procedura di colorazione con ematossilina-eosina utilizzata in istologia, che dipinge i campioni di tessuto in rosa. L’uso dei colori stereotipati di genere tende così a una riflessione più ampia sul concetto di uguaglianza e sul carcere come metafora di una società fondata sul binarismo uomo/donna, che inibisce la concettualizzazione di altri generi.

Giulia Iacolutti

E ora queste nuove cianotopie saranno al centro di un libro fotografico. Come è nata questa possibilità?
Ho sempre immaginato Casa Azul in forma di libro, dai primi appunti sul taccuino disegnavo un ipotetico layout in cui inserire le immagini che man mano stavo scattando. Desideravo apprendere le basi del disegno grafico per trasferire le idee sulla carta, così nel 2017 mi sono iscritta al corso “Incubadora”, un programma educativo completamente incentrato sul fotolibro e organizzato da Hydra+Fotografía, una piattaforma per fotografi a Città del Messico. Per nove mesi si sono alternati designer, curatori, fotografi ed editori internazionali, grazie ai quali ho portato a termine il progetto, costruendo il prototipo definitivo del libro.

Ma la possibilità concreta è sorta quando nel novembre 2018 sono stata avvicinata da Sara Occhipinti e Marco Faganel della galleria studiofaganel di Gorizia, i quali mi hanno proposto di esporre il lavoro in occasione del Premio Sergio Amidei e di cercare un coeditore per la pubblicazione del libro. Dopo una prima ricerca tra le varie case editrici, volta a individuare quelle più affini al progetto, la galleria ha preso contatto con the(M) éditions di Marie Sepchat, la quale si è a sua volta appassionata a Casa Azul. Oltre ad accettare, ha suggerito di andare subito in stampa per presentare il libro a Temple Arles Book, durante l’inaugurazione di Les Rencontres de la Photographie. Sono riconoscente a entrambi gli editori, perché oltre ad aver appoggiato il progetto, hanno rispettato le idee originali, grazie al quale il lettore può essere condotto nella storia attraverso le foto, i testi e il tatto: la copertina infatti è in tessuto, perché il titolo fa riferimento all’abbigliamento delle detenute, e i manoscritti delle donne sono stampati su una carta leggera, che evoca la fragilità della condizione vissuta.

Giulia Iacolutti

Parliamo un po' dell'editing, delizia e croce di qualunque fotografo che si trovi a dover lavorare alla propria pubblicazione. Com'è andato? Quali sfide hai incontrato?
L’editing è la parte che più mi appassiona del lavoro, uso la fotografia come mezzo narrativo, montare una sequenza è un gioco dove è necessario saper individuare con senso logico gli elementi che permettono il coinvolgimento ascendente del lettore/spettatore, e con sensibilità gli accostamenti più poetici, senza esseri didascalici. La struttura narrativa del libro è stata dettata dai testi scritti dalle cinque protagoniste: inizia con i primi sentimenti omosessuali e la discriminazione in famiglia, passa per il crimine e le violenze sessuali subite, fino a terminare con il concetto di libertà. Alcune di loro, infatti, sostengono di sentirsi più libere in detenzione, piuttosto che alla mercé di una società discriminatoria come quella che le accoglierebbe fuori dalle mura.

La sequenza delle foto ha quindi seguito tale ordine, distinto anche dal medesimo approccio fotografico: ho iniziato rappresentandole di spalle; mi sono avvicinata ai dettagli, alle mani, al seno; ho documentato orecchini, ormoni, trucchi e tutti quegli oggetti utilizzati per rivendicare la propria identità femminile; le ho ritratte di fronte e di profilo, fino a chieder loro di posare liberamente. Alle fotografie si alternano poi le immagini rosa, sempre associate a un cambio carta, adibito ai manoscritti delle protagoniste. Altra caratteristica del libro è la spaccatura rosa che divide il volto di Martina a metà: nel primo blocco rilegato a sinistra, i manoscritti narrano eventi accaduti prima dell’entrata in carcere, mentre nel secondo, a destra, si riferiscono a episodi interni. Per questo motivo il lettore comprende di essere in un carcere solo alla fine del primo blocco, dove è collocata l’unica fotografia di contesto. La spaccatura ha anche un altro significato: Martina durante la settimana è una donna, ma la domenica, prima di incontrarsi con i suoi genitori, si veste da uomo.

Giulia Iacolutti

Due anni fa mi dicevi: "A differenza dell'Italia, che si sente parte del primo mondo e che in realtà ancora non riesce a rialzarsi dalla crisi, in Messico è ancora permesso credere nella costruzione e nel futuro." La pensi ancora così?
Non vorrei sembrare moralista, ma oggi penso che credere nel futuro sia un diritto e si trovi nella costruzione collettiva di una rete basata sul rispetto umano e la stima reciproca, a prescindere dal contesto geografico.

Giulia Iacolutti

Cosa ne è stato di Alejandra, America, Frida, Gabi e Martina? Sono ancora in carcere? O sono uscite? Cosa sai delle loro vite oggi?
Essendo entrata in carcere in veste professionale, non mi è permesso tessere rapporti personali con le detenute. Tuttavia la sociologa con cui ho collaborato, Chloé Constant, ha un rapporto assiduo con America, la quale, dopo 14 anni di carcere a fine 2017 è stata assolta. Da quel momento lotta per ottenere la riparazione pecuniaria. Le altre donne continuano a scontare la loro pena nel penitenziario, dove mi auguro che il lavoro affrontato insieme le abbia maggiormente legittimate a praticare con costanza le consuetudini atte all’affermazione quotidiana del sé.

Giulia Iacolutti

Sai già quale sarà il prossimo progetto a cui lavorerai?
Ho iniziato più di un progetto, la maggior parte sono ancora in una fase di ricerca e previsualizzazione, ma restano sempre attinenti alle lotte di resistenza identitaria. L’essere tornata al mio paese di origine, dopo l’esperienza in Messico, mi permette di guardare con occhio socio-antropologico ciò che prima l’ipermetropia non concedeva di mettere a fuoco: saranno allora progetti più intimi, che sfioreranno in maniera non dichiarata l’autobiografico.

Un progetto che posso anticipare in realtà c’è, è un lavoro che nasce dalla mia avversità al calcio commerciale e dal bisogno di trovare storie alternative. I don’t care (about football) è la storia di una squadra di calcio mista, la Marangoni 105, sorta da una residenza psichiatrica friulana e che ogni anno scende in camper a Scampia per partecipare a un torneo contro la camorra. I giocatori sono caratterizzati dall’avere un solo numero sulle divise, il 14 di Johan Cruijff, l’ideatore del calcio totale, quel calcio dove tutti possono assumere il ruolo dell’altro. Il progetto racconta allora in maniera partecipativa (i membri della squadra sono attivi nel processo creativo) un campo che è metafora di vita, un luogo di allenamento dove faticare per un solo obiettivo: assumere un ruolo e terminare un percorso di reintegrazione sociale.

Giulia Iacolutti

Quando ho visto per la prima volta le tue foto, ricordo di aver pensato a quanto quella storia fosse assurda. Era impensabile per me accettare che sarebbe potuto accadere qualcosa di simile in Italia. Eppure, oggi mi ritrovo a dover ammettere che la situazione italiana è peggiorata (e non poco) per la comunità LGBTQ. Tu cosa ne pensi?
Il clima di ostilità, xenofobia e omofobia dilagante in Italia spaventa, ma bisogna resistere e continuare a contrastare questa politica che fa dell’odio e della paura il suo baluardo. Nel mio piccolo, da più di un anno organizzo numerose presentazioni di Casa Azul all’interno del movimento LGBTQ, spesso durante i Pride o i TDoR, a volte accompagnata da avvocati dei diritti LGBTI, o dai garanti dei carcerati stessi.

Attualmente stiamo organizzando per il prossimo anno degli incontri proprio con i detenuti e le detenute, dove speriamo che Casa Azul diventi un pretesto per riflettere dall’interno su tematiche come l’omosessualità, la transessualità e il diritto all’affettività. In Italia, infatti, le restrizioni dovute alla detenzione non si limitano alla privazione della libertà, ma, a differenza del Messico, comportano la sospensione dei rapporti affettivi e la negazione della sfera sessuale. Non esistono, infatti, le così dette “stanze dell’amore”, dove le persone detenute possono incontrarsi con il/la partner.

Giulia Iacolutti

Se vuoi acquistare Casa Azul, edito da the(M) éditions e studiofaganel editore vai qui.

Se invece vuoi vedere dal vivo la mostra su Casa Azul, puoi farlo dal 12 luglio al 13 settembre presso galleria studiofaganel e Kinemax di Gorizia, in collaborazione con il 38° Premio Sergio Amidei. A questo link trovi tutte le informazioni.

Giulia Iacolutti
Giulia Iacolutti

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Sempre Sudamerica, sempre diritti LGBTQ, ma un modo totalmente diverso di affrontare la questione. Leggi la nostra intervista a Igor, fotografo brasiliano che ha immortalato per noi il Pride 2019:

Crediti


Testo di Amanda Margiaria
Tutte le immagini su gentile concessione di Giulia Iacolutti

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