Immagine su gentile concessione dell’ufficio stampa Marlon PELLEGRIN

“normal” vi aprirà gli occhi sugli schemi sociali di cui siamo vittime

Siamo tutti molto meno unici di ciò che pensiamo, e "Normal" ve lo dimostrerà.

di Benedetta Pini
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17 maggio 2019, 10:18am

Immagine su gentile concessione dell’ufficio stampa Marlon PELLEGRIN

Una bimba coraggiosa si fa bucare le orecchie. Un bimbo coraggioso sfreccia su una mini-moto. Mamme che nonostante bimbi e passeggini non rinunciano all'allenamento quotidiano. Ferro da stiro giocattolo, ma solo per femmine. Strategie per conquistare le ragazze e penetrare nei loro presunti schemi mentali. Corsi prematrimoniali e regole per essere future mogli perfette. Convegni di “donne e motori”, concorsi di bellezza, addii al nubilato con champagne, limousine e spogliarellisti.

Questo è Normal: un flusso caleidoscopico di immagini senza commento parlato, né interviste, né apparente filo narrativo. Le immagini bastano da sole a fare tutto ciò che serve: non dire niente, appunto, ma innescare una presa di coscienza dalla potenza disarmante sul concetto di “normalità”.

Sin dal primo istante in cui apriamo gli occhi in questo mondo ci troviamo di fronte a una situazione senza scampo: dobbiamo relazionarci con una serie di aspettative da parte della società strettamente legate al nostro sesso biologico. E qualsiasi sia il nostro percorso, ogni giorno siamo alle prese con la difficile negoziazione tra istanze identitarie e normative, decidendo di volta in volta come calibrarci, a cosa rinunciare, a quale compromesso sottostare, nel tentativo di instaurare dinamiche comunicative il più personali, intime e libere possibile.

Su tutto questo riflette la regista Adele Tulli e dopo aver visto Normal non potevamo non farci due chiacchiere per confrontarci con chi, come lei, si è dedicata all’argomento in modo approfondito e l’ha indagato con tutta la complessità di cui necessita.

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Ciao! Dato che molto dei nostri lettori non ti conoscono ancora, raccontaci qualcosa di te e di come sei arrivata al cinema, in particolare scegliendo il linguaggio documentaristico.
Al cinema sono arrivata quasi per caso nel corso del mio percorso formativo in Studi Orientali. Mi occupavo di cultura indiana e per questo ho fatto molti viaggi di ricerca in India, concentrandomi sui movimenti femministi e LGBT attivi nel paese. Nel 2009 vivevo a Bombay, ed è stato l’anno in cui hanno decriminalizzato l’omosessualità in India. Fu un momento davvero rivoluzionario, una grande conquista dopo anni e anni di battaglie della comunità LGBT per abrogare quella legge. Proprio da questo clima pazzesco di energia e di libertà è scaturita in me l’urgenza di raccontare quella storia tramite un film. Così due anni dopo è nato il mio primo film, 365 without 377, e da quel momento ho iniziato ad appassionarmi al linguaggio del documentario, alla potenza di quel mezzo per raccontare storie personali e attingervi come spunto di riflessione sulla società e la politica. Ho poi proseguito gli studi con un master sul documentario, ho lavorato a un altro film, Rebel Menopause (2014) e ho iniziato un dottorato in Inghilterra, sia teorico sia pratico, che prevedeva di affiancare alla ricerca lo sviluppo di un film. Ed è stato questo il contesto all’interno del quale ho lavorato a Normal, anche se poi il film ha preso una strada produttiva e distributiva indipendente dall’ambiente universitario.

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Come si è svolta la parte di ricerca? Hai avuto in mente fin da subito di svolgerla in Italia? E per quale motivo?
La ricerca è stata lunga, soprattutto quella preliminare. L’idea di farla in Italia c’è stata fin da subito, perché avrei potuto riflettere davvero sulle dinamiche di genere solo all’interno della mia cultura di appartenenza. La prima parte delle ricerche è stata svolta un po’ sulle orme di Pasolini, che quando si trattano questi temi è un riferimento inevitabile: ho fatto dei lunghi viaggi attraverso l’Italia usando la piattaforma di carsharing BlablaCar. Come in un Comizi d’amore 2.0, l’idea era quella di avere conversazioni lunghe e approfondite con sconosciuti, e un viaggio in macchina è il contesto ideale per trovarle: ti trovi a trascorrere un lungo lasso di tempo in uno spazio ristretto e intimo, che stimola dialoghi e confronti profondi; più che interviste erano vere e proprie conversazioni su come le norme di genere e le aspettative della società legate al genere influenzano le nostre vite nel quotidiano, in ogni azione e in ogni momento della vita, dall’infanzia all’adolescenza e fino all’età adulta. Tutti questi spunti di riflessione emersi durante la ricerca mi hanno permesso di identificare i temi del film, poi però ho deciso di non usare questo materiale di interviste perché volevo sviluppare un racconto di immagini, non di parole.

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In effetti Normal è un flusso di immagini che si limitano a suggerire spunti di riflessione a chi guarda, lasciandolo poi libero di coglierli e metterli in relazione alla propria esperienza personale. La scelta di mostrare solo scene che iniziano in medias res , come dei frammenti privi di inizio e fine, senza teste parlanti, né, tanto meno, il tuo intervento è funzionale a questo intento
È stata una scelta molto rischiosa, perché nei film, sia di finzione che documentari, c’è sempre una narrativa lineare che struttura il racconto. Per me era invece importante sviluppare un film caleidoscopico, a mosaico. Non volevo raccontare la storia di una persona in particolare con dei protagonisti, né che il discorso sulle dinamiche di genere fosse impersonato da qualcuno nello specifico. Volevo provare a raccontare l’esperienza collettiva tramite tanti frammenti messi insieme che provano a restituire un ritratto della nostra società per elaborare un discorso più ampio, universale.

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Però, se vogliamo individuare una struttura, per quanto debole, c’è, e segue lo sviluppo delle diverse fasi dell’età.
Esatto, l’unica linea che tiene insieme la narrativa è quella della crescita. così allo spettatore si chiede di interrogarsi attraverso questa serie di situazioni e immagini diverse su quale è ed è stato il proprio percorso di crescita, su come è nato e cresciuto all’interno di una società che ha molte regole e come noi ci confrontiamo con queste norme sociali implicite, molto normalizzate, alle quali uno non dà più di tanto peso, quasi non le percepiamo più, non ci rendiamo conto di essere immersi in un sistema in realtà molto rigido. E il tentativo del film è quello di metterle a fuoco.

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A questo proposito, ho letto delle critiche - con le quali non sono per niente d’accordo - che vedevano in questa scelta una sorta di superficialità, impedendo al film di affondare davvero il colpo. Non so se tu le abbia lette, ma cosa pensi di questi commenti?
Per me, invece, era proprio questo l’aspetto fondamentale del film. Quello che mi interessa non è dare delle risposte, né articolare una tesi definitiva: io voglio suscitare dei quesiti, interrogare il quotidiano, provare a riflettere e proporre una riflessione su ciò che ci circonda. Ma voglio che rimanga un’indagine aperta, che lasci la libertà al pubblico di fare le proprie associazioni e ragionamenti senza guidarli in alcun modo. La scelta di proporre un approccio più evocativo che pedagogico o ideologico è una scelta a cui tengo molto e per me è il senso del film. Preferisco che Normal sia un’esperienza, un film che parli per associazioni e non per spiegazioni.

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Nel film si susseguono scene tra le più disparate. Come le hai individuate? E nel momento in cui ne trovavi una, come gestivi le riprese e come ti relazionavi alle persone coinvolte?
Abbiamo girato tantissime scene, molte di più di quelle che poi sono state montate, e ogni situazione ha una storia produttiva a sé: in alcuni casi avevo immaginato la situazione che volevo raccontare, considerandola particolarmente rappresentativa di un rito di passaggio, di un rito simbolico forte, per esempio la scena iniziale in cui vengono fatti i buchi alle orecchie a una bambina, e sono andata a cercare la possibilità di riprenderle. Altre volte, invece, durante il periodo delle riprese mi è capitato di imbattermi in una situazione che poteva essere interessante per la mia ricerca, così mi portavo la telecamera e vedevo cosa succedeva; è quello che è successo, ad esempio, con la scena del concorso di bellezza. In ogni situazione, comunque, è sempre stato presentato il progetto prima di svolgere le riprese e tutte le persone coinvolte erano consapevoli del mio lavoro.

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Personalmente sono stata parecchio colpita dalla sequenza nel negozio di abiti da sposa, in cui viene spiegato a un gruppo di spose come comportarsi con i futuri mariti e prendersi cura di loro, insinuando che altrimenti si stuferanno e il matrimonio andrà in pezzi. Sono rimasta basita, perché sono discorsi che forse farebbe solo mia nonna di 90 anni, eppure quelle ragazze erano molto giovani. Qual è, invece, la scena che ha colpito di più te?
Penso che quella scena nel negozio di vestiti da sposa sia particolarmente forte per via dei contenuti esposti così, che diventano estremi se estrapolati e decontestualizzati, ma si tratta una situazione che rispecchia una realtà quotidiana; perché la responsabilità della genitorialità oggi continua a ricadere molto spesso più sulle donne. A livello simbolico, la situazione più forte per me è quella d’apertura che ti citavo prima: lì c’è tutto quello che voglio raccontare nel film, quante emozioni ti attraversano nel momento in cui ti trovi a doverti confrontare con le aspettative sociali. Ecco, negli occhi di quella bambina c’è proprio questo: da un lato la paura e il terrore del dolore per i buchi alle orecchie, dall’altro la determinazione, la forza e il desiderio di volerli come porta di accesso a un ruolo sociale che comporta piacere, sicurezza, come un rito di iniziazione. Un misto di piacere e di dolore che è esattamente ciò che si prova durante il processo di conformazione alla norma: da un lato guadagni l’accettazione sociale, e quindi il piacere di essere riconosciuto, dall’altro provi il dolore di doverti adattare sacrificando una parte della tua identità. La quantità di contraddizioni e conflitti che esprime quella scena mi racconta molto della fragilità umana.

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Quindi Normal ha permesso anche a te di liberarti di schemi precostituiti che magari davi per scontato, che reiteravi senza una reale consapevolezza?
Essere stata immersa per molto tempo all’interno di queste riflessioni, a partire dai confronti che ho avuto con le persone intervistate (non capita spesso di parlare con sconosciuti su temi così personali!) sicuramente mi ha fatto crescere moltissimo. Da un lato sono maturata rispetto alla consapevolezza di quanto siamo tutt* immers*, uomini e donne, nei nostri ruoli e quanto la messa in scena quotidiana di certe dinamiche ci costringa a negoziare le nostre identità. Paghiamo sempre un prezzo molto alto, sia nello stare dentro che fuori la norma: nessuno vive completamente al suo esterno, perché siamo sempre tutti completamente immersi in un sistema di regole, e anche quando quel sistema vogliamo provare a rifiutarlo dobbiamo comunque relazionarci con quegli schemi, innescare un conflitto, quindi c’è sempre un confronto, una difficoltà. E questa difficoltà è ciò che mi interessa indagare, tanto nel film quanto livello personale: la difficoltà quotidiana che tutti e tutte dobbiamo mettere in atto nel confrontarci con le aspettative della società.

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Uscendo un attimo dal film, nei giorni scorsi si è parlato molto di quote rosa nella musica per via del Concerto del Primo Maggio. Un dibattito molto sentito anche in ambito cinematografico (alla Berlinale, infatti, c’è stata una selezione costruita proprio in questo senso), qual è la tua opinione a riguardo?
Partiamo dal fatto che “quote rosa” è un nome orribile, già se non si chiamassero così si potrebbe affrontare in modo molto più sensato. Comunque, è un po’ una questione a doppio taglio: da un lato le ricerche più recenti, per esempio dal rapporto del CNR sullo stato delle donne nell’audiovisivo (progetto DEA) emerge che, se dovessimo aspettare che le cose cambino in modo naturale e organico, ci vorrebbero circa 240 anni prima che si raggiunga un’effettiva parità di genere. Quindi bisogna intervenire, individuare delle modalità di intervento per affrontare il problema affinché questo cambiamento avvenga prima. Allo stesso tempo le “quote rosa” comportano spesso accuse nei confronti di molte donne di non essersi davvero meritate quella posizione. Quindi come va, va, ti va male. Allora che cosa bisogna fare? Da un lato è un fatto: non ci sono abbastanza finanziamenti, commissioni di giuria, selezioni nei festival per le donne, e questo lo dicono tutte le statistiche; è un mondo chiaramente discriminato quello del cinema, come molti altri ambiti. Dall’altro, se si fanno degli interventi per favorire l’integrazione, ti si possono ritorcere contro. Credo che il problema sia nell’atteggiamento generale della società: dovrebbe essere più matura e assumersi la responsabilità di questi problemi senza mettersi sulla difensiva, accettando che c’è un problema e cercando tutti insieme di affrontarlo, senza schieramenti e fazioni.

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E ora chiudiamo con un classico: progetti in cantiere e futuri?
Ora sto conseguendo un post-dottorato in Inghilterra, all’interno del quale sto sviluppando un progetto che verterà sulla vita di una delle prime documentariste donne in Inghilterra. Intanto sto seguendo l’uscita di Normal in sala e ai festival e comincio a scrivere cose nuove!

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Crediti


Testo di Benedetta Pini
Immagini su gentile concessione dell’ufficio stampa: Marlon PELLEGRINI