Tokyo raccontata da Harley Weir, tra night club per donne e luci al neon

Entriamo nei nightclub giapponesi in cui sono le donne a pagare gli uomini per avere compagnia.

di Kazumi Asamura Hayashi; foto di Harley Weir; traduzione di Carolina Davalli
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28 maggio 2020, 5:00am

Insieme ad i-D Asia ci siamo inoltrati negli archivi cartacei di i-D Japan. Oggi facciamo un tuffo nel 2019, quando abbiamo intervistato la fotografa inglese Harley Weir per il numero di i-D Japan 7, The Hero Issue.

Kabukicho è un quartiere della zona Shinjuku di Tokyo dedicato quasi esclusivamente all'intrattenimento notturno. Lì puoi imbatterti un numero infinito di bar e locali, alcuni dei quali vengono chiamati Kyabakura — o host club, ovvero una tipologia di locale notturno comune nei paesi dell'Asia dell'Est, che offrono a una clientela femminile la possibilità di pagare per farsi intrattenere dagli uomini che vi lavorano.

Golden Gai, una via molto nota della zona, è una delle principali mete del turismo straniero, ma prima che questo fenomeno prendesse piede era considerato uno degli epicentri culturali della città. Molte delle figure più influenti nell'ambito artistico, come scrittori e registi, si incontravano infatti al Golden Gai per lasciarsi ispirare da questo luogo, e creare le loro opere basandosi proprio sull'atmosfera che respiravano. "Kabukicho è un distretto con una fortissima cultura popolare, indipendente e distaccata rispetto ai trend o ai modi di fare più contemporanei," afferma Maki Tezuka, il presidente di Smappa! Group, una realtà che gestisce sei host club proprio a Kabukicho.

Proprio grazie al supporto di Maki Tezuka, la fotografa inglese Harley Weir si è inoltrata in questo quartiere, lasciandoci ispirare dalle sue suggestioni. Quando l'abbiamo incontrata l'anno scorso, proprio qui, abbiamo parlato con Harley del suo interesse verso questa zona di Tokyo, della cultura specifica degli host club e del perché ha deciso di fotografarli.

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Come mai hai deciso di fotografare questo quartiere?
Volevo trattare la sessualità femminile. Cosa desideriamo veramente, noi donne? È difficile capirlo in una società dove sono proprio gli uomini a costruire e definire l'immaginario delle donne. Oggi persistono ancora molti scenari in cui le donne vengono sessualizzate, e non ho mai notato, neanche in passato, un approccio simile nella costruzione degli immaginari maschili. Per questo ho pensato che gli host club potessero essere il posto giusto per iniziare a riflettere su questa problematica. Proprio perché in Occidente non esiste un servizio del genere per le donne.

Qual è stata la parte più emozionante del progetto?
Mi piace osservare i volti umani. Mi piacciono le persone. E gli "host" che ho incontrato in questo viaggio avevano tutti dei caratteri unici e molto particolari. A volte, da una prospettiva prettamente occidentale, si sarebbe detto che i loro look e atteggiamenti avessero dei tratti molto femminili. È stato davvero interessante. In questo mondo, tutti hanno i desideri più diversi e disparati, e dovrebbe esserci spazio per tutti. Nulla è da considerarsi giusto o sbagliato.

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Com'è stato entrare in quei club?
È stato molto emozionante la prima volta che sono entrata in un host club. Ho capito perché le persone continuano a tornarci assiduamente. Fanno sentire le clienti molto speciali, che flirtano senza mai diventare volgari o fare accenno al sesso. Però ho comunque percepito il fatto che se ci si fa coinvolgere troppo, potrebbe diventare stressante o anche pericoloso.

Mi hai detto che non esistono posti simili in Inghilterra per intrattenere una clientela femminile...
Ci sono dei luoghi in cui le donne intrattengono una clientela maschile. Dunque penso che sarebbe solo giusto se le donne avessero uno spazio del genere anche per loro. Non so se sia giusto da un punto di vista morale. Forse non lo è in entrambi i casi.

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Perché, per questa serie, hai deciso di selezionare dei close-up?
Volevo in qualche modo mettere in luce gli host stessi e le loro diverse personalità. Ci tengono davvero molto all'apparenza e a tutti i dettagli estetici, sopratutto per come vengono percepiti dagli altri. Ecco perché ho scelto le fotografie close-up.

A Kabukicho sei entrata in contatto con molte situazioni che ti hanno permesso di portare avanti diversi progetti. Qual è stata la tua impressione della città?
Tokyo è una città molto stimolante per me. Ogni punto della città sembra quasi un set cinematografico. Quando stavo camminando in giro per fotografare gli host, ho incontrato due ragazze che hanno attirato la mia attenzione. Mi dissero che guadagnavano mangiando di fronte ai loro clienti. È stato quell'incontro che mi ha ispirato a progettare uno shooting con il make-up artist Thomas de Kluyver.

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Quale pensi sia la cosa più importante che un fotografo deve fare?
Non c'è qualcosa in particolare, ma sicuramente essere sinceri con se stessi rispetto a ciò che ci interessa davvero. Quando fotografiamo le persone, dobbiamo rispettarle e tenere a mente che la fotografia è frutto di una collaborazione tra fotografo e soggetti.

Questo articolo è apparso originariamente su i-D Giappone ed è stato editato e condensato per chiarezza

Crediti


Fotografie di Harley Weir

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