una chiacchierata con l'eclettico andrew logan

In occasione della sua nuova retrospettiva all'Abbazia di Buckland, abbiamo incontrato l'inimitabile Andrew Logan per parlare delle sue opere e della sua relazione con i circoli d'arte più istituzionali.

di Felix Petty
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10 luglio 2017, 1:46pm

L'articolo è originariamente apparso su i-D UK.

Andrew Logan è una figura culturale senza paragoni: scultore, stilista, performer, presentatore di Alternative Miss World. Dagli anni '70 rifugge qualunque norma, abbatte i confini culturali e, più in generale, riesce sempre a essere meravigliosamente fuori tema. In quegli anni è diventato una figura chiave della scena squat di Butler's Wharf, edificio londinese a pochi passi dal Tower Bridge in cui frequentava Derek Jarman e altri artisti inglesi. La sua prima retrospettiva risale al 1991, e 26 anni dopo sta per inaugurare la seconda presso Buckland Abbey, una proprietà del Devon costruita più di sette secoli fa. Nell'abbazia saranno esposti lavori più e meno recenti, distribuiti per esaltare l'architettura del luogo. Abbiamo incontrato Andrew per parlare del suo lavoro, della sua vita e del potere sempre più dirompente di Alternative Miss World.

Cosa ti ha spinto a scegliere Buckland Abbey come location?
La sua combinazione di antico e moderno: mi piace oltrepassare i confini. Tra i beni del National Trust [ndr.: organizzazione che lavora per conservare e proteggere l'eredità storica e naturale di Inghilterra, Galles e Irlanda del Nord] ci sono principalmente edifici antichi, e poterli arredare con oggetti nuovi mi intriga perché è un modo per collegare epoche diverse. Buckland Abbey era in origine un monastero cistercense, poi Enrico VIII lo fece parzialmente ristrutturare e diventò la dimora di Sir Francis Drake, quindi l'architettura di questo luogo è unica, mi ricorda M.C. Escher. Mi è venuto spontaneo portare qui i miei lavori.

La tua è una retrospettiva diversa, non assomiglia affatto a quelle più istituzionali del White Cube.
Non faccio parte dei circoli d'arte di quel tipo, né ne ho mai fatto parte. Sono sempre stato indipendente, sin dall'inizio. È molto naturale: non mi piace santificare le gallerie. Credo che l'arte dovrebbe essere ovunque. Quindi ho inteso questa retrospettiva più come una mostra, in realtà. Volevo che fosse in simbiosi con l'ambiente che la ospita. Per esempio, l'opera Gold Field del 1976, che ho esposto nel quartiere di Whitechapel, era perfetta per il granaio dell'Abbazia. Ed è la prima volta che torno a esporla da allora. Per me, le opere sono tanto attuali quanto lo erano allora.

Ripensi volentieri al tuo lavoro passato?
A dirla tutta, sono il mio più grande fan. Credo che valga per tutti gli artisti. Il mio messaggio vuole sempre e comunque essere di gioia, felicità e celebrazione della vita. Siamo su questo pianeta per poco e dobbiamo esserne felici. Voglio che le mie opere trasmettano gioia, quindi sì, ci ripenso volentieri. Il mio lavoro è una manifestazione fisica della spiritualità.

Il fulcro della mostra è il giocare con la luce, da qui il nome The Art of Reflection—l'arte della riflessione. La maggior parte delle persone non pensa agli specchi, ma sono oggetti magici. Reinterpreto tutto ciò che vi si riflette. Non ho mai scelto come soggetto un auto, solo cavalli volanti, perché sono un pochino più poetici.

Non si può parlare del tuo lavoro senza citare Alternative Miss World.
Nel corso degli anni ho assistito a molte cose interessanti durante Alternative Miss World. Mi piace che l'evento mantenga intatta la sua essenza mentre la società continua a evolversi. Quando sono su quel palco c'è un'emozione, un'emozione fantastica, e credo che finché mi sentirò così davanti al pubblico, allora continuerò ad essere l'host di questa manifestazione. Ed è anche magnifico vedere come interagiscono le diverse generazioni: ormai hanno partecipato membri della stessa famiglia, ma appartenenti a fasce d'età diverse. Alternative Miss World ha un messaggio semplice: gioia ed espressione di sé. È un evento speciale e speriamo che la prossima edizione sarà l'anno prossimo. Il mondo è un posto incasinato e tutto quello che possiamo sperare è di fare ciò che è in nostro potere per renderlo migliore. E credo davvero che questo sia un punto fondamentale, perché in un mondo a cui piace mettere etichette, limitare e circoscrivere, affermare la nostra vicinanza in quanto esseri umani ci permette di attraversare barriere di genere e religione. È questo il centro di tutto: accettare.

Qual è la cosa che preferisci della mostra?
Vorrei che le persone dopo averla visitata si sentissero ispirate. Vorrei che passassero dei bei momenti qui. Sono molto onorato di avere questa possibilità. Il gioco è una componente fondamentale del mio lavoro e spero che la gente lo percepisca. Per i giovani artisti oggi è difficilissimo trovare spazi in cui poter giocare, specialmente a Londra, perché è una città sovraffollata ed eccessivamente costosa. Bisogna poter vivere. Quando sono arrivato qui negli anni '70, noi avevamo quel tipo di spazi, specialmente il Butler's Wharf, messo su da Peter e Derek Jarman. È un momento triste per Londra, perché i suoi artisti fuggiranno. 

Crediti


Testo Felix Petty
Fotografia Steve Haywood / National Trust

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