Pubblicità

il papà della grande madre

Intervista a Massimiliano Gioni curatore della mostra “La Grande Madre” ideata e prodotta da Fondazione Nicola Trussardi e Palazzo Reale per Expo in città 2015

di Fabrizio Meris
|
07 settembre 2015, 5:10am

Ci vuole forse un grande papà per fare una mostra sulla grande mamma… anzi sulla Grande Madre. Direttore Artistico della Fondazione Nicola Trussardi e del New Museum di New York, Massimiliano Gioni papà lo è - di Giacomo - da poco più di una settimana, giusto in tempo per l'inaugurazione della mostra, da lui curata, La Grande Madre presso il Palazzo Reale di Milano, una mostra ideata e prodotta da Fondazione Nicola Trussardi, che corona una stagione estiva di eventi che hanno reso Milano un ritrovo per visitatori da tutto il mondo. Questa mostra, dall'aspirazione ecumenica, vuole abbracciare la visione dell'arte al femminile dal 1900 ai giorni nostri, portando nelle sale della reggia milanese la complessa storia dell'evoluzione della donna nel '900, del potere a loro spesso negato e acquisito proprio attraverso l'arte. Un'idea in continuo divenire come sembra ricordarci l'ipnotico lavoro video di Camille Henrot che - come ci racconta Gioni - con la sua ricerca spasmodica online di tanti e svariati miti di origini e culture diverse, parla di quell'ansia per l'ignoto che è prodotta oggi dalla società dell'informazione. Allora anche noi ci perdiamo online a cercare di dare un nome e un volto alla nostra personale versione della mitica Grande Madre.

Iniziamo dal principio: chi è la Grande Madre?

La Grande Madre è un sogno, un mito che attraversa la storia dell'umanità. E' l'immagine di una divinità femminile e materna alla quale hanno creduto tante culture in momenti diversi della storia. In un certo senso, la Grande Madre è quel nome che racchiude tante altre manifestazioni: c'è chi la chiamava Iside in Egitto, chi Cibele in Anatolia. Oggi qualcuno potrebbe chiamarla non so - ride - Madonna o Beyoncé anche se queste sono appropriazioni indebite rispetto a questo grande mito di fertilità, dotato di un potere terribile o temibile che contempla la possibilità di dare la vita o di toglierla.

"Julie, Den Hagg, The Netherlands, February 29, 1994" dalla serie New Mothers [Nuove madri], Rineke Dijkstra

Ci puoi fare un nome di un' artista del '900 presente alla mostra da scoprire o riscoprire?

Nella prima metà del '900 nella compagine delle avanguardie storiche una personalità molto interessante è la baronessa Elsa von Freytag-Loringhoven, il cui nome - ride - sembra una parodia di un personaggio di Fantozzi, ma è una figura straordinaria per molti motivi: era baronessa, ma squattrinata, viveva come una barbona nel Greenwich Village a New York, però era amica di tutti gli artisti di punta degli anni '10 e '20 quelli per intenderci del Dadaismo. È stata amica ed innamorata di Marcel Duchamp, amica di Djuna Barnes figura chiave della letteratura di quegli anni. La baronessa era famosa per le sue stravaganze nell'abbigliamento usava pezzi di automobili, fanali e pezzi trovati, ma anche per la sua produzione artistica vicina a quella di Marcel Duchamp: oggetti trovati, riabilitati e trasformati in arte; quando decide di rappresentare Dio lo fa sotto forma di tubo. Se il Dadaismo era fondato sulla commistione di arte e vita, insegnamento che lascia in eredita a tutto il '900, persone come la baronessa dissolvono completamente la distinzione tra arte e vita, lasciando pochissime opere d'arte perché la loro opera era proprio il modo in cui vivevano la loro vita.

La baronessa Elsa è quindi una figura di culto per chi ama la moda oltre che l'arte?

È sicuramente una figura interessante per la moda. È tra le prime artiste a creare i propri abiti, per esempio, disegna un modello di pantaloni a righe quando le donne non mettevano i pantaloni. Pare che in alcuni eventi mondani abbia indossato una gabbia con un uccellino sulla testa a mo' di cappello, cosa che nel mondo dell'alta moda oggi è quasi un classico. Una figura sicuramente affascinante ma drammatica essendo morta in condizioni disagiate come del resto la celebre Marchesa Casati musa degli artisti futuristi.

L'artista francese Valentine de Saint-Point nel 1913 nel suo "Manifesto futurista delle Lussuria" scrisse che la Lussuria è la ricerca carnale dell'ignoto. Ma oggi, a più di un secolo di distanza quando la scienza sembra aver dato risposte quasi a tutto, cosa è per te l'ignoto?

In un certo senso credo che le nuove scienze informatiche e la fisica si siano sostituite ai campi del sublime e che ci siano ancora molte sfere del sapere assolutamente ignote. Questo aspetto è interessante per comprendere alcuni lavori in mostra: Jeff Koons per esempio che ha creato una Venere contemporanea cromata, scintillante come un lavoro d'ingegneria aereospaziale o Pippilotti Rist che ha realizzato un video in cui il corpo della donna quasi si smaterializza e diventa un puro fluire di informazioni digitali. Queste due opere ci parlano di un presente in cui l'ignoto è la vastità del mondo informatico e scientifico, che affascina anche perché è, forse, il campo in cui siamo tutti più ignoranti.

Il senso di maternità ha maggiormente a che vedere con la meccanica biologica della nascita o con l'amore incondizionato che una madre dimostra nel crescere una vita: hai trovato una risposta a questa difficile domanda nelle opere dei 100 e più artisti presenti in mostra?

È una bellissima domanda a cui la mostra per questioni di spazio non riesce a rispondere fino in fondo. Ci sono tanti altri capitoli che avremmo voluto sviluppare e penso servano a chiarire questo punto, ad esempio quello della figura della nanny, della baby-sitter. Questa sorta di mamma a ore, è un personaggio molto interessante in tutto il '900, così come oggi lo è tutta la questione delle madri surrogate, dei figli in provetta e della fecondazione eterologa. Queste sono situazioni che scompaginano la distinzione tra biologia ed esperienza della maternità. O ancora, penso all'esperienza dell'adozione o ad altre situazioni legate al gender come le famiglie non convenzionali, le famiglie gay in cui i ruoli di madre e padre diventano più flessibili. Indubbiamente l'essere madre o mamma non ha a che vedere, soltanto, con l'aver partorito il proprio figlio ma è sintomatico che qualcuno debba partorirlo ed è a partire da lì che partiamo a definire la maternità.

La Grande Madre è quindi premurosa o una "mamma da paura" come e' stata anche parafrasata la mostra?

Se dovessi essere psicoanalizzato sulla base di questa mostra - ride - verrei forse ricoverato d'urgenza. C'è da dire che non è la mia visione personale ma quella di molti artisti che spesso nella maternità hanno visto una sorta di metafora della tradizione, dell'oppressione della storia, della famiglia nel senso più soffocante. Parte di quell'oscurità e violenza latente che si percepisce nel percorso esibitivo dipende dal fatto che molte delle opere sono nate da questo modo di vedere la maternità.

Marcel Duchamp ha detto che serve un nome nuovo per acquisire una nuova personalità e così creò il suo alter-ego Rrose Sélavy. Credi che questa idea sia ancora attuale nell'era delle multiple identità rese possibili dagli avatar digitali?

Questa idea anticipata da Duchamp è, incredibilmente, attuale. Negli Stati Uniti, infatti, il 2015 è percepito ufficialmente come l'anno del transgender sopratutto - ma non solo - perché Vanity Fair ha dedicato la copertina a Caitlyn Jenner l'atleta diventato donna. Con l'approvazione della corte suprema americana dei matrimoni gay si aprono tutta una nuova serie di inimmaginabili relazioni tra i sessi ed i ruoli di genere. Non dico che se lo sia tutto inventato Duchamp, perché bisogna ridimensionare un po' la sua influenza, però ai suoi travestimenti e ai suo giochi di ruolo (lui diceva che l'arte è un gioco tra me e me stesso) si deve l'idea di questa personalità multipla. È anche interessante che Duchamp scelga come suo doppio una donna, ciò rende il suo lavoro così attuale e così contemporaneo ai nostri occhi.

Abbiamo assistito recentemente ad un ritorno al femminismo nella generazione Z sia in arte sia nella fotografia di moda, penso per esempio all'artista Amalia Ulman e alla fotografa Petra Collins. Quale è la causa di questo fenomeno?

Credo la risposta sia molteplice, innanzitutto i diritti delle donne, conquistati dalle battaglie femministe, che dovrebbero essere dati per scontato sono oggi più che mai sotto attacco, penso ai recenti eventi di cronaca: femminicidio, attacchi all'acido. Oppure pensiamo al corpo femminile mercificato dai mass media italiani, a partire dagli anni del berlusconismo fino ad oggi. Lavorando alla mostra, una triste constatazione è che le conquiste dell'emancipazione femminile non sono mai monodirezionali, facilmente si ricade in posizione repressive e conservatrici; per esempio gli Stati Uniti da un lato riconoscono i matrimoni gay e dall'altro sono da anni ancora coinvolti in una grande lotta sul tema dell'aborto. Viviamo in una società digitale in cui l'immagine più feticizzata e consumata è soprattutto quella femminile ed è naturale che continuino a nascere occasioni di riflessione, di analisi di cui le artiste di cui parli sono un esempio.

Catherine Opie, Self-­‐Portrait/Nursing, 2004 C-­‐print, 101.6 x 81.3 cm. Private collection. Courtesy Studio Guenzani, Milan

"La Grande Madre" è una mostra realizzata grazie alla proficua alleanza tra il Comune di Milano e la Fondazione Trussardi di cui sei il direttore artistico. Quale è secondo te il rapporto tra arte e moda?

Dalla mia esperienza con Fondazione Trussardi mi viene da dire che è un rapporto bellissimo di amore e di accordo che ha trasformato la storia dell'arte dagli anni '90 in poi, offrendo all'arte strumenti finanziari notevoli, sopratutto in Italia. Se pensi a Milano, senza la Fondazione Trussardi e la Fondazione Prada per tanti anni non ci sarebbero state tante mostre di arte contemporanea, mancando tuttora un museo d'arte che sia l'hardware dei molti software culturali. Inoltre c'è una reciproca influenza nei linguaggi: l'arte ha scoperto dalla moda, sopratutto dal 2000 in poi, una capacità di comunicazione vastissima in grado di andare al di là dei soli addetti ai lavori, ed a sua volta la moda ha scoperto attraverso l'arte la capacità di usare messaggi più complessi che non fossero direttamente commerciali ma che proponessero interi modelli di vita. La mostra porta in scena più volte un dibattito su come si metta in scena il sé e questo è, sicuramente, un tema che si interseca alla moda. Mi fa piacere parlarne con voi del team di i-D.co visto che proprio i-D, forse più di tante altre riviste, negli anni 90 ha trasformato l'immagine della moda con Wolfgang Tillmans per esempio che da contributor di i-D consegnava al magazine un'intera nuova estetica nella fotografia. Nella mostra si vede con chiarezza che attraverso la macchina fotografica nascono tanti nuovi modi di mettere in scena il sé davanti all'obbiettivo e costruire i propri soggetti in maniera diversa .

La mamma è sempre la mamma: cosa ha detto tua madre quando hai espresso per la prima volta il desiderio di diventare curatore, questa strana professione così necessaria ma anche così poco compresa?

Quando ho iniziato a fare questo lavoro non si diceva neppure "essere un curatore" o "fare il curatore", questa parola e questa professione nell'arte contemporanea è emersa e si è imposta più che altro negli anni '90. Pensavo che sarei stato un critico o uno storico dell'arte ed i miei riferimenti erano Germano Celant e Achille Bonito Oliva. Non ricordo che i miei genitori abbiamo avuto un infarto quando l'ho detto, sono stati preoccupati più che altro di come avrei fatto a "campare". In effetti mi ricordo un po' di apprensione da parte di mia mamma e questa apprensione forse mi ha aiutato ad avere una forte etica del lavoro e essere un po' stakanovista perché in fondo ho pensato che non potevo deludere proprio la mamma!

Il nuovo numero di i-D è dedicato al tema "Coming of Age". Cosa significa per te raggiungere la maggiore età nel 2015?

Questa domanda mi fa pensare che chi compie 18 anni nel 2015 è nato probabilmente nel 1997. Qualche anno fa ho organizzato una mostra al New Museum di New York proprio dedicata a questa data e sottotitolata ironicamente Younger Than Jesus. Era una mostra dedicata alla generazione detta dei Millenials più o meno nati negli anni '80, ai primi digital natives, le primissime generazione che hanno avuto il personal computer e poi internet. Pensare ora che il "coming of age" si sia già spostato al 1997 è un po' inquietante. Non ho ancora lavorato con un artista nato negli anni 90 ma non vedo l'ora. Quando ho collaborato per la prima volta con Ryan Trecartin (classe 1981) è stato uno shock capire ci fossero artisti così giovani… Quello che vedo da esterno è che le generazioni durano meno e si arriva alla maturità prima. Non so se sia vero, ma una cosa che mi colpisce nel lavoro degli artisti proprio da Trecartin in poi è una fluidità dei generi molto più accentuata: cosa che noto anche nella moda unisex e agender che vedo nelle strade di New York.

Ma noi italiani siamo veramente così mammoni?

Non lo so vedremo - ride - se tanta gente viene a vedere la mostra forse si…

Crediti


Testo Fabrizio Meris
Foto Marco De Scalzi, Courtesy Fondazione Nicola Trussardi