Piero Piazzi e il desiderio di una moda (ancora) fatta di sogni, arte e inclusività

Abbiamo intervistato l'agente delle top model per parlare di diversity in passerella, di anni '80 e del perché in Italia le modelle con corpi diversi sono ancora poche, troppe poche.

di Gloria Maria Cappelletti
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30 settembre 2020, 9:34am

Piero Piazzi, l’attuale Presidente dell’agenzia Women Management, si dedica al proprio lavoro, alla bellezza e all’ascesa di modelle diventate star a partire dagli anni ’80. Il suo sguardo è ancora oggi pieno di pathos e d’umanità, voglioso di scoprire volti giovani, celebrare la creatività libera, l’arte e il sogno.

Decidiamo d’intervistarlo perché notiamo che in questo momento storico c’è ancora necessità di liberare la normalità del corpo puntando la luce su bellezze slegate da stereotipi falsificanti. Ci sono modelle e modelli di ogni etnia e fluidità, ma in Italia, a differenza di altri paesi e soprattutto gli Stati Uniti, non abbiamo ancora celebrato abbastanza i corpi curvy. Purtroppo non ci sono nemmeno agenzie, se non piccole, molto specifiche o che lavorano nell’ambito dello street casting in cui è possibile trovare ragazze plus-size. 

È Piero stesso a sottolineare come gli aspetti importanti di una modella siano altri: “La personalità prima di ogni cosa. Vince la ragazza che ha uno sguardo, un gesto, un sorriso che ti comunicano qualcosa.” Quindi perché non dar spazio a qualsiasi tipo di personalità racchiusa in qualsiasi corpo? Perché non rendiamo liberi e sognatori tutti coloro che hanno l’aspettativa di volere una realtà evoluta, in cui tutti noi siamo speciali, unici e normali allo stesso tempo, senza dover esser “ghettizzati” in categorie?

Tu sei la voce autorevole in questo campo: quando si parla di modelle, la prima persona a cui penso sei tu.
Sono una persona normale e semplice, a volte con i piedi fin troppo per terra. Non salvo vite umane con il mio lavoro, quindi ogni giorno quando mi sveglio riesco a ristabilire il mio equilibrio grazie a un impegno non strettamente professionale, a cui però tengo moltissimo: sono l’ambassador di The Children for Peace. Sto inoltre lavorando a iniziative per la raccolta di fondi, attività che purtroppo dopo il Covid-19 sono venute meno. Mi reco spesso in Uganda per questo motivo, e ogni volta che torno mi sento un’altra persona e capisco che questo mondo è fatto di niente.

In ambito moda credi sia possibile fare un lavoro serio e culturalmente importante a livello umano?
Un tempo, la serietà e la cultura erano molto presenti in questa industria: parlo della moda degli anni ’80 e ’90, quando gli abiti e la genialità erano veri. So che non bisogna guardare al passato, ma ci può insegnare tanto. Oggi più che mai non possiamo guardarlo con gli stessi occhi, perché il futuro sarà diverso da quello che abbiamo sempre immaginato.

Oggi non parliamo di moda, parliamo di prodotto—dal quale sembra si voglia solo ed esclusivamente trarre profitto economico. Spesso viene a mancare la creatività umana, che nasce dallo studio, dal taglio sartoriale, dal tessuto, dall’idea, dal nuovo. Manca l’emozione dell’arte vera, della fotografia di Sarah Moon, Sheila Metzner, Paolo Roversi e Peter Lindbergh, che scattavano senza ritocchi su Photoshop, quando sul set gli abiti parlavano da soli e le modelle che li indossavano erano impeccabili. Per questo dico peccato, peccato perché in questi casi si dovrebbe rispolverare il vecchio.

In questi giorni stiamo scattando un editoriale per i-D Italy in cui celebriamo alcuni dei nuovi volti più promettenti. Come sempre, abbiamo scelto di scattare queste new faces prima delle sfilate, chiedendo alle agenzie con cui abbiamo stretto un ottimo rapporto di avere delle proposte. È bello notare che sono stati fatti dei passi avanti per quanto riguarda inclusività e diversity: credo che finalmente si stiano a iniziando a raccogliere i frutti del lavoro fatto in tutti questi anni.
Esatto! Questo lavoro è iniziato negli anni ’80, quando con Bethann Hardison già lottavamo per avere ragazzi neri e ragazze nere in agenzia. Sono stato il primo ad assumermi il rischio di rappresentare una modella transessuale.

Abbiamo avuto comunque qualche difficoltà durante il casting, perché avremmo voluto scattare anche dei body types differenti, quindi dei ragazzi e delle ragazze curvy, ma purtroppo non sono arrivate delle proposte in questa direzione.
Noi abbiamo un paio di ragazze curvy. Ci sono, ma bisogna rivolgersi ad agenzie che fanno street casting, oppure a quelle che fanno lavori più commerciali.

Però all’estero non è così…
Non possiamo paragonarci all’estero, perché rispetto agli Stati Uniti, alla Francia o alla Gran Bretagna noi siamo una “piccola realtà” in cui le aziende che fanno capi curvy sono pochissime. Trovo che il nostro paese debba fare ancora dei passi avanti e tutti noi che lavoriamo nel settore dovremmo restituire al pubblico un idea del mondo inclusiva. 

L’Italia non dà nessun appoggio al mondo della moda, nessuna sovvenzione. Non garantisce alle modelle nessun tipo di supporto, quindi continuiamo a lottare in questo senso. Ma vedo che c’è un’evoluzione positiva. Per esempio abbiamo una ragazza bellissima, Nabou Thiam, che è di Brescia e sta lavorando ogni giorno. Per fortuna amo molto il mio lavoro e i giovani, quindi non perdo l’entusiasmo.

Ecco, parliamo di new faces!
Punto sempre sulle new faces che hanno allure. Da fine anni ’90 non sono più stati creati sogni, ma illusioni. Si è puntato sulla quantità. Così le ragazze facevano una carriera di un anno senza poi nemmeno potersi permettere una motocicletta. 

Quindi ora vogliamo volti che abbiano un certo tipo di carattere e requisiti per poter diventare delle star. Ho limitato la quantità delle proposte, perché per me la cosa più importante è la personalità. Vince quella che entra e ha quello sguardo, quel gesto, quel sorriso che ti comunicano già tutto.

L’idea del corpo si deve slegare da proporzioni canoniche e forse dal corpo stesso? Adesso esistono anche agenzie digitali per avatar e intelligenze artificiali. Cosa ne pensi?
Se per me la cosa più importante di una modella è la personalità, ti ho già dato la risposta! Torniamo alla normalità con creatività, senza che debba essere tutto finto, post-prodotto; sogniamo ad occhi aperti, ma non sfociamo nel surreale.

Rivogliamo la modella che nel momento in cui indossa un abito ti fa provare emozioni forti, piangere o ridere a seconda dei propri sentimenti e della propria umanità. Non rendiamoci automi digitali. Bisogna dare spazio ai giovani, alla cultura, alla ricerca e all’arte. Il mio motto è IT’S ALL ABOUT LOVE e voglio pensare che tutta l’industria torni al sentimento, perché è da quello che nascono le opere d’arte più belle e durature.

Crediti

Intervista di Gloria Maria Cappelletti
Immagini su gentile concessione di Piero Piazzi

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