Immagine tratta dal numero di i-D "The Creativity Issue" dell'estate 2017. Fotografo Tim Walker. Modelle Adwoa Aboah e Slick Woods.

Perché la moda odia chi sorride?

Sappiamo tutti che la moda vuole essere presa seriamente e una modella ammiccante non si confà ad un’attitudine intellettuale, ma dietro la storia del sorriso nella moda c'è molto di più.

di Alexandre Zamboni
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29 giugno 2020, 11:28am

Immagine tratta dal numero di i-D "The Creativity Issue" dell'estate 2017. Fotografo Tim Walker. Modelle Adwoa Aboah e Slick Woods.

Quante volte ci siamo sentiti ripetere ridi che ti passa? Quante volte abbiamo finto un sorriso smagliante, magari per la foto di classe del liceo o la reunion con i parenti? Quante volte invece abbiamo sorriso spontaneamente davanti ad un meme esilarante o un bel cappotto di Prada? Il sorriso fa parte dei gesti più spontanei della natura umana; numerosi studi hanno confermato la sua efficacia nel migliorare l’umore e rafforzare il sistema immunitario: quando sorridiamo rilasciamo i neurotrasmettitori del benessere, cioè dopamina, endorfina e serotonina, che oltre a rilassarci abbassano anche frequenza cardiaca e pressione.

Eppure, se venisse condotta una ricerca nel mondo della moda si scoprirebbe che il sorriso non è mai stato molto popolare in questo settore, in cui sia per modelle che insider è preferibile un’espressione algida e distaccata. Non è un mistero che sulle passerelle si vedano più musi lunghi che gioiosi sorrisi, e basta aprire una qualsiasi rivista di moda per avere un'ulteriore conferma: la felicità non va di moda. Victoria Beckham l’ha anche gridato forte e chiaro con la famosa t-shirt Fashion stole my smile, manifesto ironico in risposta ai tabloid che la criticavano perché sembrava sempre incazzata.

La domanda sorge dunque spontanea: per quale motivo nel fashion business esiste uno stigma così radicato nei confronti di questa espressione? Perché la moda odia chi sorride? La risposta non è scontata e la storia del sorriso nel mondo della moda si intreccia con aneddoti e usanze risalenti a ben prima della nascita delle riviste di settore e del sistema moda come lo conosciamo oggi—la cui nascita avviene indicativamente in Francia nella seconda metà del XIX secolo. Non dimentichiamoci che il mondo dell’alta moda è erede di quell’élite, prima aristocratica e poi borghese, che ha governato il mondo occidentale per secoli.

Se osserviamo le testimonianze pittoriche dei secoli passati, tra le migliaia di tele realizzate per le corti europee prima del XVIII Secolo è rarissimo trovare ritratti sorridenti. Il motivo è sia di natura sociale che pratica: sorridere era considerato indecoroso, oltre che l'espressione di una mancanza di controllo delle proprie emozioni, come spiega Colin Jones nel suo libro The Smile Revolution: In Eighteenth-Century Paris. L’autore illustra come il termine "sourire" (sorriso) deriva da sous-rire e a sua volta dal latino surrisus o subrisus, ossia sussunto alla risata, che al tempo era considerata sintomo di maleducazione e, di conseguenza, di basso rango.

Nel corso del XVIII Secolo appaiono i primi, timidi sorrisi sui quadri dalle tinte pastello del Rococò francese. Coincidenza vuole che proprio in quegli anni la cura dei denti diventi sempre più popolare, dato che i dentisti parigini riescono finalmente a porre rimedio ai danni dello zucchero sugli incisivi delle dame di corte, le quali possono finalmente mostrare il loro smagliante apparato dentale alla ritrattista più celebre del tempo, Élisabeth Vigée Le Brun. Jones attribuisce la comparsa del sorriso in pittura anche all’avvento di una nuova cultura sentimentale negli anni ‘60 del Secolo dei lumi, che vede nel sorriso l'espressione di una naturale e positiva predisposizione alle emozioni.

Il trend dura ben poco però e nell’epoca Vittoriana trovare foto di visi sorridenti è più raro che mai, anche a causa degli eterni tempi di posa che strappano tutto fuorché una risata. Un volto sorridente rimane un’immagine fuori luogo anche nel XX Secolo; le poche volte che appare su riviste patinate è associato ad un immaginario giovane e fresco, al mondo delle vacanze e dello svago, come nella celebre cover del Luglio 1932 di Edward Steichen, il primo numero con una fotografia in copertina che ritrae una giovane donna radiosa in costume da bagno.

La grande moda europea rimane algida e distante, poiché mostrare emozioni continua ad essere un atteggiamento sconveniente che fa trasparire accessibilità e leggerezza d’animo. Diciamocelo: la moda, per quanto abbia fatto timidi sforzi, rimane una dimensione per sua natura legata al desiderio e di conseguenza all'inaccessibilità e al mistero. Rosamond Bernier, celebre giornalista di Vogue, nella sua autobiografia descrive le modelle che sfilano per Balenciaga nel dopoguerra, e spiega come il mitologico couturier le avesse istruite a non sorridere agli spettatori e ad evitare qualsiasi contatto visivo. Di certo Cristóbal non voleva che i suoi abiti architettonici venissero offuscati da smorfie impacciate. Le sue presentazioni erano infatti più simili a riti religiosi, in cui le modelle non indossavano semplicemente dei vestiti ma incarnavano il ruolo di sofisticate sacerdotesse di un culto per l’eleganza.

Mostrare un volto impassibile rimane ancora oggi un messaggio subliminale per comunicare un certo rigore intellettuale e una distanza psicologica. Un precisa categoria del mondo della moda, più sofisticata e di nicchia, tiene molto alla sua reputazione e vuole essere considerata una disciplina seria, che implicitamente suggerisce che dietro a ciò che si vede ci sia una profonda riflessione. Non vedremo mai manifestazioni di entusiasmo, per esempio, ad una presentazione di Comme des Garçons, poiché l’attenzione è concentrata su capi che proclamano una legittimità artistica. La moda vuole essere presa seriamente e una modella ammiccante non si confà di certo ad un’attitudine intellettuale.

La mancanza di espressività però non solo denota spessore culturale, ma entra in gioco anche in quello che potremmo definire il meccanismo del desiderio. Nel 2007 infatti il giornalista scientifico John Tierney sottopone ad un esperimento alcuni lettori del New York Times, mostrandogli dei volti di modelle ritagliati da alcune riviste e pubblicità dell’epoca, alcuni con sguardi vivaci, altri con un’espressione cupa. I lettori associano immediatamente i volti sorridenti a prodotti più accessibili e appartenenti al mass market, e quelli più seri a oggetti lussuosi e di natura esclusiva. Insomma, l’alta moda si comporterebbe come un amante che vuol farsi desiderare e che rendendosi misterioso e impenetrabile lascia lo spettatore a fantasticare su di esso. Ennesima conferma del fatto che il sorriso è timido quanto raro nella moda, e quelle poche volte che si manifesta è connesso ad un’attitudine positiva e divulgativa che vuole interagire attivamente con il suo pubblico.

Dagli inizi degli anni ‘70, per esempio, sulle copertine di Vogue US compaiono sempre più volti di top model fresche sorridenti come Patti Hansen, che esprimono perfettamente quell’ideale della ragazza della porta accanto dal look tipicamente americano. L’obiettivo è invitare il lettore a considerare il magazine dell’allora direttrice Grace Mirabella una lettura democratica e informativa, per donne lavoratrici che non hanno bisogno di servizi fotografici esotici, ma di consigli pratici per la vita moderna. Questo stratagemma è utilizzato ancora oggi in parecchie riviste di settore, che puntano ad un target vasto ed eterogeneo.

Il sorriso è stato utilizzato anche da alcuni designer dalla poetica ottimista e pop come strumento per rimarcare il DNA del brand. Prima fra tutte, la leggendaria stilista parigina Sonia Rykiel, che nel corso della sua carriera ha sempre mandato in passerella modelle dallo charme giovanile e l’attitudine giocosa, riflesso di una moda confortevole caratterizzata da maglioni a righe, paillettes e colori vibranti. L’obiettivo della stilista, deceduta nel 2016, era di coinvolgere il pubblico in uno spettacolo spensierato che facesse dimenticare al pubblico il presente.I suoi finali di sfilata erano caratterizzati da un tripudio di gioia, in cui le modelle saltellavano e volteggiavano, giocando fra di loro.

Lo spirito di Rykiel vive in numerosi creatori che hanno abbracciato questa attitudine positiva e uplifting, tra cui l'auto-proclamato designer del popolo, Jeremy Scott, un anticonformista che ha fatto dello smiley uno dei suoi simboli e dell’umorismo in passerella una firma. Scott crede fermamente nel potere dell’autoironia e pensa che oggi più che mai ci sia bisogno di creare degli abiti che trasmettono allegria. Le sue creazioni per l’omonimo brand e Moschino sono la testimonianza di un guardaroba che si prende decisamente poco sul serio e che rifugge un certo snobismo, di cui lo stesso Scott è stato vittima agli inizi della sua carriera.

Non possiamo non citare infine il chouchou della moda d’Oltralpe, il marsigliese Jacquemus, che con la sua estetica ispirata al calore umano e climatico della Provenza e della Costa Azzurra, ha conquistato in fretta il titolo di enfant prodige della capitale francese. Simone stesso posta regolarmente selfie sorridenti e foto backstage con gruppi di ragazzi scoppiettanti di salute e vitalità. Si tratta di un’estetica che gioca con il bisogno di positive vibes e di escapismo che si mette in netto contrasto con l’altra faccia della moda parigina, più dark e metropolitana - vedi demna da Balenciaga o Marine Serre. In tutti e tre i casi parliamo di designer estremamente popolari, nel senso più letterale del termine, che a loro modo hanno sfidato un settore notoriamente avverso al buonumore, proponendo una moda spensierata e accessibile, forse non finanziariamente, ma di sicuro concettualmente.

Abbracciare o meno la poetica del sorriso oggi è più una scelta stilistica che un mezzo per sottintendere una qualsivoglia superiorità. Essa può far parte della filosofia di una rivista o di una casa di moda, ma non può certo concorrere nel determinare la qualità di un prodotto, sia esso una fotografia o una collezione. Per eseguire una critica precisa e obiettiva ci sono ben altri criteri e il mezzo con cui si presenta un prodotto non deve distogliere una mente vigile da un’osservazione oggettiva. Se è vero che un sorriso ingannevole è l’espressione più comune per mascherare una menzogna, meglio munirsi di spirito critico e andare oltre alle apparenze. Scopriremo che la verità è l’arma migliore, non il sorriso.

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Testo di Alexandre Zamboni
Immagine in copertina tratta dal numero di i-D "The Creativity Issue" dell'estate 2017. Fotografo Tim Walker. Modelle Adwoa Aboah e Slick Woods.

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