Immagine su gentile concessione di Veronica Toppino

In che modo l’abbigliamento può aiutarci a mantenere il social distancing?

Veronica Toppino ha creato i "Cappelli Struttura", dimostrando come la moda possa rendersi utile.

di Giorgia Imbrenda
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26 giugno 2020, 8:10am

Immagine su gentile concessione di Veronica Toppino

Rebel Label è la rubrica di i-D che incontra, intervista e qualche volta fotografa i brand emergenti (e non) in Italia. Oggi è il turno di Veronica Toppino, costumista e modista nata e cresciuta in Italia e poi trasferitasi a Londra per completare gli studi in costume design. Parallelamente, ha sviluppato una passione per la realizzazione artigianale di cappelli.

L’arte della cappelleria è un mondo a se stante, che vive di tecniche e saperi altamente specifici e settoriali che si tramandano di generazione in generazione, tra i pochi che per volere o per caso entrano in contatto con questa realtà. Abbiamo scoperto Veronica su Instagram durante la quarantena, e siamo stati subito rapiti dal suo "Cappello Struttura". Si tratta di un pezzo di abbigliamento unico, che riassume le sue due passioni, il costume design e la cappelleria, ed è l'esito di uno studio approfondito della storia del costume e di una riflessione sulle esigenze della contemporaneità.

Abbiamo così deciso di intervistarla per farci raccontare meglio di lei e di come è nato questo progetto.

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Raccontami di te: chi sei e da dove vieni?
Sono Veronica Toppino, costumista e modista di Torino, o meglio, sono nata e cresciuta in una zona di campagna chiamata Roero, vicino ad Alba. Mi definisco un’artigiana, perché mi interessa comunicare attraverso le mie creazioni. Come studi e background, provengo dal costume design, ma parallelamente ho sviluppato una grande passione per la creazione di cappelli, scoprendo che è un mondo davvero affascinante.

Raccontaci il tuo percorso e come sei diventata una costumista.
Dopo la laurea in Disegno Industriale al Politecnico di Torino, mi sono trasferita a Londra, dove ho vissuto per 5 anni e preso un master in Costume Design al London College of Fashion. Lì ho iniziato a lavorare come assistente costumista e maker per produzioni cinematografiche e televisive, installazioni artistiche e performance. Sono tornata in Italia nel 2018, dove ho continuato a lavorare nello stesso settore. All’inizio di quest’anno ho vinto un bando di concorso dell’Opera di Roma per giovani talenti, dove sto attualmente lavorando, all’interno del reparto costumi e sartoria.

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Quindi, in cosa consiste il ruolo di un costumista all’interno di un gruppo di lavoro?
Il ruolo di costumista consiste nel comunicare l’identità dei personaggi attraverso ciò che indossano. All'interno di un gruppo di lavoro, si trova a collaborare col regista o art director, con gli scenografi, i light designer e i coreografi, al fine di interpretare e realizzare l’idea del regista o AD. Si tratta quindi si proporre delle idee che, insieme al lavoro degli altri, vadano a un mondo fittizio capace di suscitare emozioni e veicolare un messaggio al pubblico.

Quali sono le tue fonti di ispirazione? E come si struttura la tua pratica artistica?
Spesso prendo ispirazione da ambiti come la letteratura, la moda, la danza, o l'etica. Esplorando il rapporto tra abito, corpo e interiorità, utilizzo il costume come uno strumento attraverso il quale comunicare metaforicamente con il pubblico. Durante il processo realizzativo, seguo una metodologia che prevede diverse fasi, tra ricerca visiva, bozzetti, campionature, lavoro manuale, studio e sperimentazione di materiali. Soltanto alla fine prende forma il design che avevo in mente. È spesso il materiale, con le sue caratteristiche intrinseche, a determinare la forma finale dell’opera. Utilizzo diversi materiali e tecniche, come la scultura, la modisteria, la sartoria, la tintura e metodi DIY, in base alle necessità visive e pratiche del costume in scena.

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Com’è nato invece il tuo interesse per la moda?
Ho iniziato a esserne attratta dopo gli studi in disegno industriale, quando—in un momento di incertezza sul mio futuro—mio padre mi ha regalato una macchina da cucire. Ho sempre avuto una certa abilità manuale nel creare e riparare, ma quella è stata la prima volta in cui ho pensato di poterlo fare di mestiere. Fin da bambina ho sempre posto molta attenzione al look, per via del valore che attribuivo a certi vestiti o accessori, una volta selezionati e indossati, sentivo che mi rappresentavano. Spesso osservo gli altri proprio per capire cosa mi stanno raccontando attraverso le scelte dei loro outfit. I cappelli sono un accessorio che lavora molto in questo senso: aiutano a celare o rivelare la personalità di chi lo indossa.

Come hai affrontato il lockdown a livello creativo?
È stato un’opportunità per concentrarmi sulla realizzazione di quei progetti personali che solitamente finiscono in fondo alla lista delle cose da fare, sotto ai lavori che permettono di arrivare a fine mese. In questo periodo, che ho trascorso in campagna, ho potuto vivere in una dimensione slow, senza quella sensazione di perdersi costantemente qualcosa che sta accadendo. Influenzata dal social distancing, mi sono ritrovata a riflettere sulla relazione tra moda e salute, e a come si è evoluta nel corso del tempo. Ho scoperto che l’esigenza di tenere l’altro a distanza esiste da sempre, per svariate ragioni, e spesso ci si è serviti della moda per metterlo in pratica.

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Qual’è il concept da cui sei partita per realizzare i due "Cappelli Struttura"?
"Cappelli Struttura" è un progetto che ho realizzato nel 2019, per il quale ho preso ispirazione dalle crinoline di epoca Vittoriana, ampie strutture di stoffa e metallo che fungevano da sottogonna, e dai macro cappelli del XVIII-XIX secolo. I "Cappelli Struttura" sono pezzi unici, nati come strutture indossabili—non come prêt-à-porter—per proporre una riflessione sul rapporto tra moda ed esigenze sociali. Un tempo, le crinoline fungevano da protezione negli spazi pubblici spesso affollati, sia per prevenire da eventuali contagi, sia per tenere lontano le attenzioni indesiderate, creando proprio uno spazio fisico attorno al corpo. Con la scomparsa delle crinoline, alla fine del XIX secolo, grandi cappelli e spille da cappelli—che erano perni di metallo affilati, utilizzati per fissare i cappelli sulla testa—offrivano alle donne un’arma di difesa contro i pericoli che incontravano in società. Nel passato mantenere una distanza, specialmente tra generi e classi sociali, era un aspetto importante nella vita pubblica. E la moda era lo strumento perfetto per metterlo in pratica.

In effetti, la protezione è una delle principali funzioni di ciò che indossiamo.
Solitamente ignoriamo questa caratteristica, prediligendo l’aspetto estetico e lo stile. Ma in questo strano momento storico, sorge spontanea una domanda: in che modo l’abbigliamento può aiutare a proteggerci? Accessori e abiti mediano tra il nostro corpo e i pericoli del mondo esterno. Inoltre, ciò che indossiamo influenza la nostra salute fisica e psicologica. Il lavoro svolto per il progetto dei "Cappelli Struttura" mi ha fatto riflettere sul ruolo e sulla funzionalità della moda durante l'attuale periodo di pandemia, in particolare su come l'abbigliamento e gli accessori possano essere dei device importanti di distanziamento sociale.

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Ci spieghi come hai approcciato tecnicamente la realizzazione di questi cappelli?
I "Capelli Struttura" sono due copricapi volumetrici, uno da donna e uno da uomo, caratterizzati da una solida silhouette e dall'enfasi sulla struttura. Le grandi dimensioni contrastano con un design leggero e trasparente. Ho approcciato la realizzazione di questi cappelli a mano libera, partendo da linee rette e immaginando i vuoti e i pieni che la struttura sarebbe andata a creare attorno al volto. Il cappello da donna si contraddistingue per una linea curva simmetrica, che ricorda i cappelli del XVIII secolo in voga nelle corti inglesi. La struttura è realizzata in alluminio, foderata con seta rosa e rivestita da una rete dello stesso colore. Il cappello da uomo è meno decorativo ed è caratterizzato da una forma circolare più regolare, con la struttura in alluminio lasciata volutamente a vista. Le tecniche che ho utilizzato per la creazione di questi cappelli sono la piegatura del metallo e il rivestimento di sartoria.

Quanto contano per te l’artigianalità e il Made in Italy?
L’artigianalità è un valore fondamentale per me, tutte le mie creazioni sono fatte a mano. Dedicandomi spesso a pezzi unici e su misura, il lavoro manuale è una necessità, oltre al fatto che aggiunge valore al prodotto. Do molta importanza alla sperimentazione con i materiali: ognuno ha un proprio potenziale espressivo che deve essere ricercato e valorizzato. Il Made in Italy è un valore in cui credo a prescindere dal mio lavoro, ed è connesso a uno stile di vita basato sul pensare local e alla convinzione che sul nostro territorio si possano trovare tutte le risposte alle esigenze di chi lo abita.

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Che tipo di funzionalità attribuisci all’abbigliamento?
Per me l’abbigliamento è un mezzo per comunicare la propria identità agli altri. In base a ciò che indosso, posso sentirmi più libera o più costretta, e ne risentono anche il mio atteggiamento e i miei movimenti. Quando realizzo costumi, tengo sempre presente la loro funzionalità rispetto alle esigenze di scena e alla vestibilità sulla base dei movimenti che dovrà compiere. Ci sono accortezze, tecniche e materiali differenti a seconda del contesto. Ogni ambito e produzione ha esigenze diverse e specifiche. Quando realizzo i cappelli su misura, tengo conto della praticità e delle esigenze del cliente, oltre all’estetica.

Quali sono i tuoi programmi futuri e dove ti vedi tra 5 anni?
Nel futuro prossimo ci sono la ripresa della collaborazione con il Teatro dell’Opera di Roma—dove pre lockdown stavo contribuendo alla realizzazione della Turandot di Ai Weiwei—e l’avvio del mio brand di cappelli. Tra 5 anni mi piacerebbe che la passione dei cappelli fosse diventata un lavoro, immagino uno studio studio pieno di forme e cappelli. Parallelamente, vorrei continuare la strada delle collaborazioni con stilisti e artisti nelle produzioni di moda e spettacolo.

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