"È stata la mano di Dio": Sorrentino racconta la Napoli che non è mai cambiata

Niente spoiler, solo vibe anni '80, dolente speranza e un sacco di malinconia.

di Geremia Trinchese
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15 dicembre 2021, 5:00am

Da oggi è disponibile in streaming su Netflix È stata la mano di Dio, arrivato in sala già dal 24 novembre, l’ultimo film di Paolo Sorrentino che ha vinto il Gran Premio della Giuria alla Mostra Internazionale d’arte cinematografica di Venezia, rappresenterà l’Italia nelle sezione Miglior film Internazionale agli Oscar 2022.

È stata la mano di Dio, film “quasi autobiografico dove Sorrentino un po’ si racconta e un po’ inventa,” come spiegato da Toni Servillo in un’intervista, mette in scena l’adolescenza di Fabietto e la vita di tutta la famiglia Schisa nella Napoli degli anni ‘80—precisamente il 1984, quando Maradona, protagonista non attore del film, entra nella loro vita e in quella di tutta Napoli.

Fabietto (super interpretato da Filippo Scotti) vive tranquillamente la sua tipica vita da liceale (tanto tipica da essere già diventata un meme: “O’ classic ti fa male”), da figlio e da nipote, circondato da una grande famiglia che tra un guaio e un altro non smette mai di volersi bene e di sfottersi, e che continua a farlo anche quando le cose sembrano andare peggio, in un modo che non sembra mai forzato—e l’ha detto anche Sorrentino: vivere a Napoli è proprio come fare un film.

La famiglia Schisa è una famiglia qualsiasi, come ce ne sono tante. Qualcuno più simpatico, qualcun altro meno, ognuno con i propri sogni di fare chissà che cosa, anche se a Napoli sembra che non si possa fare mai niente. Al massimo la comparsa. Ma all’improvviso qualcosa sembra cambiare, nasce una speranza: Maradona arriva e allora tutto sembra un po’ più vero, anche la speranza degli Schisa più sfortunati. “Se Maradona ha scelto proprio Napoli, non sarà così difficile fare quello che voglio fare!” Poi, come andrà realmente è un altro discorso. Il punto è che, finché si rimane attaccati a un feticcio amoroso così forte, si ha sempre la forza per provarci—e per gli scettici che non si interessano a Maradona, c’è sempre San Gennaro. 

Il film di Sorrentino non è niente più di questo: un ritratto intimo di una vita e di una famiglia. E anche se non sappiamo quanto ci sia della sua storia e della sua famiglia, È stata la mano di Dio descrive i modi in cui la vita può organizzarsi in un luogo preciso e in un periodo preciso, la Napoli degli anni ‘80, e i modi in cui continua a organizzarsi ancora oggi, dopo 40 anni: attaccandosi a una speranza e a un sogno che, seppure cambia col passare del tempo, ha sempre la stessa funzione. Rendere possibile provarci.

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La famiglia Schisa diventa allora una qualsiasi famiglia in sala grazie al racconto sincero che Sorrentino fa della propria storia; un racconto di memorie e di vissuto che prende le distanze dal solito cinema su Napoli che ha reso la città un oggetto immobile, quasi morto e ripetuto. È stata la mano di Dio racconta così una storia che esce dai confini personali per esondare nella storia degli altri, descritti proprio come appaiono nei ricordi di Sorrentino: non più stereotipi o personaggi ma individui, persone, restituiti dall’immagine vivida di chi negli anni ‘80 c’era e si ricorda di aver vissuto e in cui chi non c’era riconosce di vivere ancora adesso. Quando inizia il film, se non fosse per le auto d’epoca, la tv a tubo catodico e le videocassette, potrebbe essere ambientato nel 2021 come il 1980—e raccontando comunque meglio la Napoli di oggi di come hanno fatto le ultime produzioni sulla città.

Quanti film ambientati 40 anni fa riuscirebbero a farti pensare: “Sembra proprio la mia/la nostra vita”? I racconti sul munaciello e le continue discussioni sulla sua (non) esistenza—tesi sempre supportata da quel parente che è sicuro di averlo visto—, i pranzi in famiglia dove si scherza, c’è un sacco di mozzarella, qualche cugino da prendere in giro e una zia antipatica, il bagno non appena fa un po’ più caldo, l’ossessione per Maradona, il tifo e qualcuno che quando la partita inizia si alza e si mette la mano sul cuore, gli amici che in estate vanno a Ischia o a Capri, il giro sul lungomare in motorino proprio come nei video di Liberato.

Di certo questo non significa che oggi sia tutto uguale ad allora. Dagli anni ‘80 Napoli è cambiata, proprio come sono cambiate tutte le altre città, e così sono cambiati il tessuto urbano, i luoghi d’aggregazione, le strade, le piazze—per esempio a Piazza Plebiscito non è più possibile parcheggiare e non c’è più la fermata dell’autobus che Patrizia (Luisa Ranieri, la zia di Fabietto) aspetta e aspetta. Ma a non essere cambiate sono, a quanto pare, le storie che la caratterizzano.

Roland Barthes, semiologo e linguista francese, definisce la storia come “il tempo in cui mia madre ha vissuto prima di me”—che nel mio caso sono proprio gli anni ‘80—, aggiungendo che “come esseri viventi siamo esattamente il contrario: ciò che la smentisce, ciò che la distrugge”, la storia, definizione che, guardando È stata la mano di Dio, non sembra più vera: la vita di mia madre prima di me, dei suoi coetanei e di tutti gli altri insieme a lei non sembra così diversa dalla mia e dei miei coetanei, quella vita non sembra storia.

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Perché quello che sembra non essere cambiato è il modo in cui la città vive e si organizza—nel bene e male. Ed è per questo che sembra possibile che io e il mio anziano vicino ci riconosciamo nelle stesse battute e ridiamo degli stessi giochi a tavola, mentre lui ricorda e io riconosco. E sempre per questo sembra possibile che alla fine ne usciamo entrambi con un sacco di malinconia, pensando come la speranza non sempre poi si rivela sufficiente—perché con Maradona lo scudetto il Napoli l’ha vinto, ma Fabietto intanto il treno l’ha preso, si è disunito.

Perché nemmeno questo sembra essere cambiato, e sembra ancora che Napoli non riesca a raccontarsi da sola. Sorrentino, è vero, ha detto che “vivere a Napoli è come un’avventura, come fare un film.” Ma raccontandosi ha anche aggiunto che “è anche per questo che a volte te ne devi andare: non sempre si può vivere un’avventura.”

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Crediti

Testo: Geremia Trinchese

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