Il collettivo multidisciplinare che sta riscrivendo le regole delle serate torinesi

Nato nel 2018, si chiama Stasis e vuole offrire una dimensione notturna alternativa a quella incentivata dalle pratiche del consumismo capitalistico e deturpata da una malapolitica durata anni.

di Maria Spaggiari
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04 maggio 2021, 2:29pm

Dopo più di un anno di chiusure forzate, denigrazione della movida, stigmatizzazione di tutto ciò che riguarda la vita notturna e annullamento di eventi e uscite musicali, si potrebbe pensare che la scena elettronica di tutto il mondo sia in stand by. Anche una grande città come Torino risulta a prima vista avvolta in una stasi silente, da cui però ora iniziano a emergere quelle voci decise a denunciare le difficoltà che si sono abbattute sull’intero settore dello spettacolo e degli eventi dal vivo, proponendo soluzioni altre e immaginari futuri.

È a Torino che la sottocultura rave negli anni ‘90 si è riversata nei club, che la musica elettronica ha sostituito il rock ai Murazzi, che tra le sponde del Po, il Parco del Valentino (aree dove si contavano quasi 50 locali in appena 2 chilometri quadrati) e i Docks Dora si è creata una scena underground sfaccettata si esprimeva all’interno di luoghi dall’identità definita e riconoscibile. Dagli anni 00 sono iniziate le fasi di cambiamento, che hanno determinato un certo sviluppo della vita notturna torinese, sempre caratterizzata da un fermento costante.

ragazzi che parlano attorno a una bicicletta, foto courtesy of Stasis

A Torino hanno così trovato spazio diverse realtà all’interno del panorama della musica elettronica locale e internazionale, come Radio Black Out e la più giovane Radio Banda Larga, Club to Club, Kappa FuturFestival e Movement. Finché, negli ultimi anni, ancora prima dell’arrivo della pandemia, l’amministrazione cittadina ha gradualmente limitato le possibilità della sottocultura elettronica torinese, imponendo, soprattutto in seguito alla tragedia di Piazza San Carlo del 2017, normative sempre più restrittive. Ciò ha generato costi spesso insostenibili per gli eventi di piccole dimensioni, proprio quelli che sono espressione delle organizzazioni culturali più locali, genuine e di cultura. Solo alcune di queste, collettivi spontanei e autofinanziati, vivaci ed energici, sono riuscite a resistere.

Questa situazione disordinata e frammentaria ha provocato una profonda spaccatura tra le realtà minori e le grandi organizzazioni, che istituzionalizzandosi hanno fissato standard irraggiungibili e talvolta di intralcio alle altre più piccole. Uno scenario aggravato dalla carenza di spazi che potessero rispondere alle necessità di eventi indipendenti. Il risultato è una rielaborazione radicale del concetto di Club Culture, che ha preso le distanze dai tradizionali metodi di fruizione offerti dai club.

silos dimesso con ragazzi collettivo, foto courtesy of Stasis

Il 2020 sembra aver chiuso un cerchio, costringendoci a fare ordine tra i interessi, passioni e priorità, a ripensare il nostro modo di vivere e fruire ciò che ci circonda. Una sfida inedita per chiunque abbia fondato sull’incontro, la condivisione e lo scambio la propria attività. Di fatto, si è trattato di un momento di crescita per certe realtà, come è stato il collettivo Stasis.

Per questo, abbiamo deciso di passarci un pomeriggio insieme e confrontarci con loro per capire meglio l’attuale situazione torinese, come vogliono posizionarsi al suo interno e cosa vedono nel futuro del clubbing locale e nazionale.

ragazzi che parlano controluce palazzi e mascherina, foto courtesy of Stasis

Com’è nato il progetto? Volete descriverci il vostro processo di inserimento nella vita notturna torinese?
Stasis è nato dalla necessità di trovare uno spazio notturno dove esprimersi attraverso pratiche diverse da quelle incentivate dal consumo capitalistico e dal relativo immaginario. Dopo una prima festa ai Docks Dora abbiamo trovato una casa casa nello spazio occupato del CRCO ai Murazzi, quando ancora c’erano solo tre arcate aperte, con fango e acqua.

Così abbiamo iniziato ad allargare le nostre collaborazioni—tra cui Patrick di StefanoSideshape Recordings e il collettivo Highfiles Visual—e a organizzare eventi a cadenza più o meno mensile, non necessariamente legati alle dinamiche e agli ambienti riservati al clubbing. Probabilmente c’era una certa diffidenza verso di noi all’inizio, eravamo gli ultimi arrivati, ma queste connessioni ci hanno permesso di inserirci in modo naturale.

ragazzi che caminano davanti a un muro cielo azzurro, foto courtesy of Stasis

Il vostro collettivo è improntato sulla multidisciplinarietà degli eventi e sull’interazione pubblico-artisto. In che modo avete tradotto questi principi in pratica?
Per noi la multidisciplinarietà è intrinseca nei nostri lavori, che uniscono componenti video, musicali, stilistiche e spaziali in un’opera intesa un testo unico, che, nel suo insieme, costituisce qualcosa di più della somma delle sue parti. È nello scarto tra la somma delle singole componenti del progetto e l’esperienza che i fruitori ne hanno che risiede la chiave per dell’interazione tra pubblico e artista. Di conseguenza, abbiamo cercato di creare uno spazio che fornisca stimoli svariati e incentivi a sperimentare forme di interazioni reciproche e specifiche con l’ambiente e le persone che lo esperiscono.

Come scegliete gli spazi in cui realizzare i vostri eventi?
Ci siamo mossi verso spazi ampi e modulari, in cui vediamo la possibilità di realizzare eventi che da un punto di vista espressivo rispondano alla nostra idea di produzioni collaborative, diversificate e fruibili con un approccio orizzontale. Per questo abbiamo escluso quegli spazi in cui la programmazione degli eventi seguiva una logica principalmente di tipo economico, fondata sul rapporto tra committente e artista.

ragazzi che parlano e ridono, foto courtesy of Stasis

Credete che il quartiere Barriera Milano sia la zona giusta di Torino per iniziative di questo tipo? 
A Barriera di Milano avvertiamo quotidianamente la contraddizione e la crudeltà dei processi di gentrificazione e riqualificazione in atto. Potremo dare una risposta più lucida o quantomeno più serena solo dopo aver cominciato a incontrare le vite di chi abita questi luoghi. 

Avete da poco chiuso una raccolta fondi per aprire uno spazio di promozione culturale. Come mai avete deciso di finanziarvi in questo modo?
Di fronte a un’amministrazione cittadina che da tempo ha deciso di intraprendere una direzione nell’ambito della produzione e fruizione culturale che comporta lo sgombero di diversi spazi autogestiti, abbiamo avvertito l’urgenza e il bisogno di provare a restituire uno spazio alla comunità proprio grazie alla comunità.

area dimessa con graffiti e ragazzi seduti, v

Cosa vi ha portati a interfacciarvi con l'istituzione pubblica? E com’è andata?
Abbiamo vinto un bando figlio del “sistema-Torino”: fondazioni private che agevolano processi di riqualificazione e gentrificazione, patrocinando le politiche delle istituzioni. Per quanto rischioso, abbiamo deciso di accettare questo compromesso sia per un’esigenza economica, sia per l'opportunità di portare istanze divergenti all’interno della politica cittadina che gestisce il progetto di quartiere. 

Secondo voi, com’è cambiata la scena torinese da quando avete iniziato?
Nel 2018 la scena era già in un momento di declino, in cui sempre più spazi venivano chiusi portando all’accentramento della vita notturna tra pochi attori e luoghi della città. Avendo preso parte alla breve rinascita dei Murazzi in seguito all’apertura del CRCO, abbiamo avuto la possibilità di assistere alla sua evoluzione e di rispondere alle difficoltà del modello clubbing, finché lo sgombero non ha chiuso un capitolo, seppellito in modo definitivo dalla pandemia.

ragazzi che chiacchierano davanti a un muro, foto courtesy of Stasis

Il 2020 è stato un periodo di grande riflessione per molti progetti, anche per voi?
L’anno passato ci ha portato a lanciare alcune iniziative collettive su base digitale, tra cui Solo Tracce Live, lo spazio di scrittura collettiva Frammenti, la cineteca virtuale Solo Visual e la collaborazione con il progetto interattivo Hug For Us. Ma, di fatto, ci è apparso evidente il limite dello spazio digitale e dall’assenza di corporeità.

Come cambierà il clubbing alla luce di tutto questo? 
Nel post-pandemia vorremmo traslare le forme di partecipazione emerse in questo periodo all’interno delle community in un discorso sul territorio che si opponga alla logica dei grandi eventi: portata minore ma più presenza nella realtà quotidiana. A livello collettivo stanno nascendo molte proposte per il futuro, ma ci sembra che manchi una riflessione sulla definizione del problema. L’apertura di uno spazio punta anche a questo, a creare occasioni di confronto.

ragazzi seduti sotto al silos, foto courtesy of Stasis

Per voi cosa significa club culture?
Rientra nei processi di labelizzazione capitalistici: euristiche di rappresentazione dal forte connotato performativo che permeano i soggetti e i contesti con la logica di mercato. Per come viene applicata oggi, la club culture è un esempio di semplificazione che nella sua reductio ad unum esclude tutte le possibilità della moltitudine. 

Su cosa state lavorando in questo momento?
Stiamo preparando un evento per quando si potrà ripartire, in collaborazione con Imbarchino. Sarà incentrato sull’incontro e la co-produzione tra artisti, pubblico e organizzatori.

collettivo seduto soto a un silos, foto courtesy of Stasis
collettivo davanti a un muro, foto courtesy of Stasis
ragazzo baffi cappellino occhiali da sole, foto courtesy of Stasis
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ragazzi che discutono in un'area dimessa, foto courtesy of Stasis
ragazzo che ride con mano davanti alla faccia, foto courtesy of Stasis

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Crediti

Testo di Maria Spaggiari
Fotogradie di Ste Mattea / Llum Collettivo

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